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 2026  giugno 25 Giovedì calendario

Il fascino dei nazisti per Capri

Sulla parete del suo ultimo bunker berlinese Hitler teneva una delle versioni dell’Isola dei Morti di Böcklin, ispirato allo scoglio caprese del Monacone. Hermann Göring, numero due del regime, venne a Capri due volte e cercò di acquistare (invano) la villa di Axel Munthe. Veit Harlan, il regista di Süss l’ebreo, il film tedesco simbolo spregevole dell’antisemitismo, è sepolto nel cimitero cattolico dell’isola... 
Se come sostiene Agatha Christie tre indizi fanno una prova, allora l’ossessione del nazismo per Capri è dimostrata.
«Sì, ma ancor prima di essere “l’isola dei nazisti”, Capri è stata tout court l’isola dei tedeschi...». 

Renato Esposito, germanista, storico, scrittore, la Treccani dell’Isola Azzurra (ha appena inaugurato le sue «Passeggiate d’autore», quella del 29 luglio sarà dedicata al sorgere della luna caprese), albergatore e pure sirenologo qualsiasi cosa ciò significhi, ci tiene a precisare: «Sin dal Romanticismo i tedeschi ritengono Capri una “loro” isola. Basti pensare che la Grotta Azzurra fu (ri)scoperta nel 1826 non da un caprese ma da un pittore prussiano, August Kopisch. O che all’epoca la strada principale dell’isola, che oggi è intitolata a Vittorio Emanuele III, si chiamava Hohenzollern Straße; e i tedeschi erano più dell’80 per cento sul totale dei turisti. Il nazismo al potere fa una cosa simile a ciò che il fascismo fece rispetto alla Roma imperiale: riutilizza la propria Storia, prende i temi teosofici di un passato idealizzato, il ritorno alla terra e alle origini della tradizione romantica per re-inventare una visione “nazionale”. E nell’immaginario tedesco Capri è già presente: non a caso tutte le edizioni dell’Odissea in Germania erano illustrate con riproduzioni dell’isola... In più si aggiunge per Capri la fascinazione sinistra della “Toteninsel”, l’Isola dei Morti, appunto, veicolata proprio dai quadri di Böcklin (e poi di Diefenbach), a mio avviso ispirati al passo di Svetonio che descrive il funerale e la tomba caprese di Masgaba, il funzionario e architetto imperiale. Capri diventa così definitivamente il regno dualistico della lotta tra luce e buio, tra sogni e fantasmi». 
Ma nella «fantasia» nazista su Capri c’era anche un’ossessione di potere?
«Sì, se diamo credito al lato esoterico del Terzo Reich: infatti quando Göring arriva nel 1937 per la seconda volta a Capri (la prima fu nel ‘33) con tanto di capresi e turisti fotografati a mare, nonostante sia inverno, per pubblicizzare l’isola, è tentato di acquistare dal medico svedese Axel Munthe la sua Villa San Michele: lo fa non solo perché stregato dalla bellezza, ma anche perché leggenda voleva che chi avesse conquistato il Castello di Barbarossa (ricadente proprio nelle proprietà di Munthe) avrebbe dominato il mondo. O – secondo altre tesi – il Führer in persona, fanatico di esoterismo e di miti nibelungici, lo aveva incaricato di cercare proprio ad Anacapri un luogo speciale dalle magiche coordinate astrali... Ma queste sono sciocchezze da Ultima Thule». 
Nel dubbio, secondo me è comunque meglio che Göring non sia riuscito a comprare Villa San Michele, non si sa mai. Ma ci sono stati anche altri incontri tra gerarchi nazisti e capresi. Uno riguarda addirittura un suo parente. Ce lo racconta?
«Lui, mio zio, si chiamava Giuseppe Savarese, in arte Scarola. Marinaio. Barcaiolo nella Grotta Azzurra. E dunque cantante, come tutti i barcaioli della Grotta Azzurra all’epoca. A Capri conobbe i regnanti d’Italia, insegnò a nuotare ai figli di Mafalda di Savoia (poi trucidata dai nazisti a Buchenwald), la sua voce è cosi bella che gli procurano un’audizione alla Eiar. Al Quisisana, durante una sua esibizione, il numero due del partito nazista Rudolf Hess gli chiede un bis, e lo stesso Göring gli offre (ma era una proposta che non poteva rifiutare) di partire per tenere un concerto in Germania: davanti a Hitler. Detto fatto, il 17 febbraio dello stesso 1937, Scarola si esibisce per il capo nazista all’Hotel Bristol di Berlino. E alla fine della performance Hitler gli chiede, ovviamente in tedesco, se gli piacesse la Germania. Scarola, che altrettanto ovviamente non conosceva una parola di tedesco (ma come tutti i capresi era convinto di parlare le principali lingue del mondo) capisce che il Führer gli stia chiedendo se si sentisse stanco, e gli risponde un tassativo “nein!”». 
Immagino la faccia di Hitler.
«Ma la cosa più clamorosa è un’altra: quando, dopo la sconfitta dei nazisti, Scarola diventa a Capri con le sue canzoni napoletane l’idolo musicale dei militari americani così come lo era stato per quelli tedeschi, il settimanale Oggi lo intervista. E il titolo è il seguente: “Scarola, l’unico italiano che ha detto no a Hitler”».  
Fantastico. Del resto, come diceva il giornalista in quel western di John Ford, «se la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda...».
«In effetti mio zio Scarola, a pensarci bene, è stato un Forrest Gump caprese: ha conosciuto, negli alberghi del Rest Camp degli Alleati in cui cantava, i generali Clark, Eisenhower e il suo ospite Churchill, è stato a suo modo un protagonista della Dolce Vita dei ‘60. Quando a Capri attraccava Onassis, che era superstizioso in maniera morbosa, non sbarcava fino a quando non vedeva Scarola sul molo... In un’immagine (scattata dal fotoreporter Settimio Garritano) Scarola sta assieme a Jackie Kennedy, di cui era amico, e lui tiene sulle ginocchia una nipotina. Ma sa quale fu il titolo della foto su un giornale scandalistico degli Usa? “Ecco la figlia segreta di Jackie e di Scarola”». 
Basta col gossip, torniamo a nazismo e dintorni. Lei ha conosciuto anche, sempre a Capri, Leni Riefenstahl, la grande regista tedesca del «Trionfo della volontà» e «Olympia», e purtroppo vestale di Hitler.
«Cineasta, ballerina, attrice, fotografa, sub (a più di 70 anni!). L’ho incontrata nel nostro hotel “Gatto Bianco” quando ne aveva già 95, da tempo era una donna in fuga dal suo Paese (e da sé stessa) dopo l’evidente compromissione con il regime hitleriano. Ma aveva una forza, una vitalità quasi inumana: aveva realizzato un meraviglioso reportage in Africa sui Nuba, era sopravvissuta alla caduta del suo elicottero in Sudan, nel 2003 mi inviò dalle Maldive una cartolina, l’ultima, in cui mi annunciava che sarebbe giunta a Capri per fotografare l’isola alla luce lunare, la Blaue Licht, la “luce blu” che per tanti tedeschi era l’archetipo della bellezza perfetta e irraggiungibile. Pochi mesi dopo, a 101 anni, morì senza poter realizzare il suo sogno».
Dalla guerra al dopoguerra. E c’è ancora e sempre Capri nell’immaginario teutonico.
«Non si capisce nulla dell’animo tedesco se non si conosce una canzone».
Quale?
«Capri-Fischer, “Pescatore di Capri”. È del 1943, ma finita la guerra è diventata il simbolo della rinascita dopo la catastrofe, un’idea di piccola struggente felicità romantica, perché anche se sei un povero pescatore in mare tutta la notte, sai che a casa ti aspetta tua moglie... Persino il filosofo tedesco Adorno ha utilizzato l’espressione “Pescatore di Capri”, quando in un saggio descrive la maschera della felicità che indossa il caprese per nascondere la profonda tristezza. E che poi emerge quando i turisti vanno via e lui resta con sé stesso: tornando alla canzone, si tratta di un perfetto impasto di gioia e di malinconia che ha avuto più di 200 versioni, il regista Fassbinder l’ha utilizzata in almeno due film, è ormai un archetipo della cultura tedesca, in Germania è popolare come da noi Nel blu dipinto di blu o Azzurro... Quando l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel è tornata a Capri, gliela ho fatta riascoltare. Si è commossa. E far commuovere la signora Merkel non è facile, credetemi».