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 2026  giugno 25 Giovedì calendario

Intervista a Noa

«Se un giorno diventerò famosa, non farò mai come Sting».
Achinoam Nini, in arte Noa («come la prima femminista delle Sacre scritture»), si fece questa promessa a 13 anni, dopo aver aspettato inutilmente la star britannica nel backstage del teatro di Broadway dove aveva appena interpretato l’Opera da tre soldi. Ce lo racconta a margine del Festival della Televisione di Dogliani, quando le diciamo che 23 anni fa all’aeroporto di Malpensa ci aveva firmato il suo cd Now (quello con la bellissima Beautiful that way), quando ancora la musica si ascoltava sul cd portatile. «Lo spettacolo costava una fortuna, ma mio padre mi aveva accontentato perché ci tenevo moltissimo. Era inverno e faceva un freddo assurdo. Io speravo di riuscire a dirgli ciao o chiedergli l’autografo. Ma quando finalmente uscì, andò dritto verso la limousine che lo aspettava, senza degnarci di uno sguardo».
Molti anni dopo avete collaborato. Glielo ha detto?
«No, ci sarebbe rimasto male. E poi non penso che, dopo, si sarebbe comportato diversamente. Ma io, rispetto alla mia promessa, sono stata di parola: non vado via finché non ho salutato l’ultimo fan».
Quelli italiani la amano. È vero che fece in Sicilia il suo primo concerto all’estero?
«Il primo fu a Parigi, in un posto piccolissimo. Ma l’organizzatore aveva scritto per segnalarmi a tutta la rete di promoter. È così che mi ha scoperto Pompeo Benincasa, che mi invitò a Catania a un festival jazz, nel 1992».
C’è sempre stata, quando l’Italia ha avuto bisogno di aiuto. Penso al concerto per l’Aquila. O a RisorgiMarche, l’evento organizzato da Neri Marcorè dopo il terremoto.
«Anche durante il Covid ho fatto un concerto in streaming da casa mia in Israele, per raccogliere fondi per l’ospedale di Bergamo. Ma è nelle Marche che ho vissuto una delle più incredibili esperienze della mia vita».
Racconti.
«Stavo cantando La vita è bella in cima a una montagna, quando centinaia di farfalle bianche si sono alzate in volo. Al termine dell’esibizione si è avvicinata una donna anziana e mi ha detto che durante la guerra in quella zona avevano nascosto tantissimi ebrei, ma non erano riusciti a salvarli tutti. Le farfalle bianche, ne era certa, erano le loro anime. Perfino Mattarella, quando mi ha conferito l’onorificenza di Commendatore, mi ha chiamata Principessa della farfalla bianca: glielo aveva raccontato Marcorè».
E come mai, nel 2023, cantò a Napoli alla festa dello scudetto?
«Mi chiamò direttamente De Laurentiis, due giorni prima. Si presentò come il presidente di un famosissimo club del calcio. Scusi, gli chiesi, ma ci conosciamo? Mi disse che a dargli il mio numero era stato Roberto Benigni. Misi insieme Gil Dor e i Solis String Quartet e andammo».
Canta spesso le canzoni napoletane. La sua favorita?
«Forse Santa Lucia Luntana. Perché è la canzone degli immigrati, e anche mio padre lo è stato quando lasciò Israele per andare in America. Come in Santa Lucia, chi parte sogna solo di tornare a casa».
Dal 10 al 12 luglio sarà a Firenze per «Re-Imagine Peace», tre giorni di eventi, incontri, proiezioni, show cooking. Al concerto conclusivo si esibiranno insieme artisti israeliani, palestinesi e italiani. Promuovere il dialogo è diventata la sua missione?
«Re-Imagine Peace è la mia missione per conto di Dio. È cominciato tutto da un concerto che mi invitò a fare la comunità ebraica di Firenze dopo il 7 ottobre. Non me l’aspettavo: le due comunità più grandi, a Roma e a Milano, sono schierate su posizioni politiche più a destra rispetto alle mie, che ho preso le distanze dal governo israeliano. Invece a Firenze ho trovato una comunità liberale, dove musulmani, ebrei e cristiani convivono. In quell’occasione la sindaca Sara Funaro mi propose di fare insieme qualcosa per la pace».
Con lei ci saranno il suo storico produttore Gil Dor e l’artista palestinese Mira Awad, con la quale si esibì a Sanremo con «Imagine».
«Firenze rappresenta il contesto ideale per un’iniziativa dedicata al dialogo e alla convivenza: in qualche modo raccogliamo l’eredità civile di figure come Giorgio La Pira e Mario Primicerio. È un progetto ambizioso, vorremmo replicarlo in altre città d’Italia e del mondo. Ma gli operatori di pace devono essere ambiziosi e parlare di pace dal centro del palco».
Immagino non sarà d’accordo con De Gregori, che non ritiene di dover prendere una posizione come artista.
«Io rispetto la sua posizione, ma non la condivido. Se tu non parli, lasci quello spazio a un altro. Il vuoto non esiste. Adoro l’impegno che ci mette Bruce Springsteen, è il mio eroe. Nemmeno io riconosco l’America dove sono cresciuta fino ai 17 anni».
Il coraggio delle idee non le manca. Ha definito Netanyahu un bugiardo, una maledizione per gli israeliani.
«Lo penso. Ma penso il peggio pure di Hamas. Non capisco quella sinistra italiana pro Palestina che lo sostiene. Anche io sono pro Pal, ma una Palestina che sta accanto a Israele, non al posto di Israele. E sono contro Hamas, che sta distruggendo i diritti dei palestinesi».
È preoccupata dalle nuove elezioni? Ben Gvir non è esattamente un uomo di pace.
«La sua è una definizione molto gentile. Ben Gvir è terribile. Ma sulle elezioni sono serena. Ci sono migliaia di israeliani che stanno lavorando per liberarsi di questo governo, il peggiore della storia di Israele. È come la mafia: è dannoso, distruttivo, messianico, estremista, corrotto e criminale. Ma il 20 per cento della popolazione israeliana è composta da arabi e voterà di conseguenza».
Pensa che si debba parlare di genocidio a Gaza?
«Al contrario del mio amico David Grossman, io non uso la parola genocidio. Non per sminuire la catastrofe di Gaza, la tragedia, l’orrore. Ma per diverse ragioni, la prima emotiva: per me genocidio è l’Olocausto, i 6 milioni di ebrei uccisi nelle camere a gas, torturati, degradati al nulla. È genocidio in Ruanda e in tutti gli altri luoghi dove la popolazione è stata scientemente sterminata. Rispetto chi usa la parola per Gaza, ma chiedo di rispettare anche il mio punto di vista».
Come mai il Mossad, il servizio segreto più efficiente del mondo, non ha previsto l’attacco del 7 ottobre?
«Non è stato il Mossad a non prevederlo, è stato Netanyahu, che ha passato milioni ad Hamas tramite il Qatar: noi vi diamo soldi, voi state calmi. È stato un suo personale errore di valutazione: era convinto che non avrebbero mai attaccato. È per questo che abbiamo bisogno di una commissione di indagine che accerti le responsabilità di quell’errore: il responsabile deve trascorrere in carcere il resto dei suoi giorni. Per colpa di Netanyahu il mondo ci odia. Ma c’è una storia che mi piace molto: ci sono due lupi, uno bianco e uno nero, il lupo della luce e il lupo delle tenebre. L’allievo chiede al maestro quale dei due vincerà e il maestro risponde: quello che nutrirai. Io sto cercando di nutrire quello della luce».
Le piacerebbe diventare ministro della Cultura?
«Sì, moltissimo. Anche Gilberto Gil lo è stato in Brasile. Ma per Israele farei anche il ministro degli Esteri».
Ha cantato per tre Papi.
«Quattro! Anche Papa Leone. Quando l’ho incontrato indossavo una spilla a forma di cuore, metà con la bandiera palestinese e metà israeliana. Ne voleva una uguale, così me la sono tolta e gliel’ho regalata. Lo stimo molto: è andato in Libano e non si è fatto intimidire da Trump».
Il suo papa preferito?
«Francesco. L’ho incontrato tante volte, mi chiedeva sempre a quale nuovo progetto per la pace stessi lavorando. Quando mi invitò a Cracovia per la Giornata mondiale della gioventù ebbi qualche problema, perché lì non mi conoscono e dovevo sempre esibire la sua lettera di invito. Finché una Guardia svizzera non si illuminò: aveva chiamato sua figlia Noa in mio onore».
Il suo nuovo album si intitola «The Giver and the See».
«È una citazione: ho ribaltato lo slogan bellico “Dal fiume al mare” in un messaggio di pace. River, fiume, diventa giver, colui che dona, e sea, il mare, diventa see, che vuol dire guardare, ma anche proteggere. Dal fiume al mare possiamo convivere in pace».