Corriere della Sera, 25 giugno 2026
Intervista a Massimo Giovanelli
Massimo Giovanelli, se le dico 22 marzo 1997?
«Grenoble, Stade Lesdiguière: Francia-Italia 32 a 40, prima Coppa Europa del nostro rugby. E prima vittoria di sempre sulla Francia, che arrivava dalla vittoria nel Cinque Nazioni, dai festeggiamenti: una squadra fortissima. Io ero il capitano e, per me, è stata la chiusura di un cerchio che parte in un pomeriggio assolato di fine agosto, nell’ora in cui il sole cade sull’erba. Ce l’ho ancora fotografato nella memoria, anche se era il 1982: avevo quindici anni ed entro in campo per la prima volta, senza avere idea di cosa fosse il rugby, senza nemmeno le scarpe giuste, l’abbigliamento adatto».
Com’era arrivato su quel campo?
«Abitavo a Borghetto di Noceto, un paesino di 700 abitanti, vicino a Parma. In quarto ginnasio, giravo con un motorino che era tutto tranne che regolare. A un posto di blocco, mi ferma un carabiniere. Era aquilano, si chiamava Gigi Pascarelli, era arrivato a Noceto per amore. Mi guarda, mi vede bello robustino, e mi fa: “Il motorino te lo lascio se vieni a fare una prova di rugby”. E io: “Rugby? E cos’è?”. Me lo spiega lì: che c’è una squadra, c’è il pallone, che il gioco consiste nell’andare avanti ma passando il pallone indietro. Vado, entro in campo e resto folgorato».
Da che cosa?
«Dal concetto di fare squadra e dal fatto che il rugby è uno sport molto democratico: ci sono tante posizioni diverse, con fisicità diverse. C’è posto per quello grassottello che gioca a “pilone”, per quello lungo in seconda linea che cattura i palloni nelle rimesse laterali, per quelli smilzi che fanno i mediani di mischia e sono come scimmiette velocissime; c’è posto per quello robusto, un po’ tozzo, che è la terza linea».
Lei stava fra quelli robusti.
«Sì, nei primi otto. Se il rugby fosse una sonata di pianoforte, noi della mischia saremmo quelli che spostano il pianoforte per fare suonare la musica giusta, cioè procacciamo i palloni e li diamo ai suonatori veri e propri che sono le linee arretrate, i velocisti, che vanno dal 9 al 15 e sono quelli che viaggiano e segnano. È come se noi della mischia fossimo la classe operaia e loro quelli nobili e, infatti, fra di noi ci punzecchiamo sempre tantissimo».
E lei con quale sport si era fatto il fisico robusto che colpì tanto il carabiniere?
«Il mio sport era stare fuori tutto il giorno, col cane da caccia di mio padre, fra i boschi, al fiume. E a scuola andavo a piedi. Il fisico me lo sono fatto anche lavorando in campagna quando non c’era scuola. Mi piaceva l’indipendenza economica e volevo comprarmi la Vespa. Negli anni, ho fatto di tutto: la raccolta dei pomodori, quella delle cipolle, ho lavorato in una fabbrica dove s’inscatolavano pelati. Poi, ho iniziato a fare il muratore: un lavoro praticamente fisso, anche mentre facevo l’università. Se avevo un esame, mi prendevo un mese libero, se no, facevo il manovale e studiavo di notte, mentre gli allenamenti erano alle sette di sera».
La scelta di architettura come arriva?
«Architettura mi piaceva anche perché venivo dal liceo classico, amavo l’arte. Papà era camionista, mamma maestra elementare e i miei ci tenevano tantissimo che studiassi. Infatti, convincerli a lasciarmi giocare nel Noceto fu un’impresa, dicevano che era una distrazione. Una domenica mattina venne a casa a trattare con mia madre sempre Gigi, in divisa. C’era anche nonna: me la ricordo che, in dialetto parmigiano, diceva al carabiniere aquilano che dovevo studiare. Insomma, alla fine, vinse la tenacia aquilana. Decidemmo per un mese di prova e, dopo, andò tutto liscio».
Siamo lontani dal professionismo di oggi. Cosa significava giocare a rugby tra gli anni ’80 e ’90?
«A Noceto, ho iniziato col dilettantismo. Poi, quando mi chiamano all’Amatori Milano nel 1991, cambia tutto, lì comincio a prendere uno stipendio: un buon giocatore guadagnava sui quattro-cinque milioni di lire al mese. Per avere una misura: da manovale, ero sui due milioni. Il rugby non era ancora il sistema totale che vede adesso».
Come diventò capitano della Nazionale?
«Divento capitano nel 1992 con Bertrand Fourcade, “Mitou”, allenatore pirenaico a cui sono rimasto legatissimo. In Francia e nei Paesi anglosassoni la leadership del capitano rivestiva un ruolo fondamentale. Si dice che “il capitano è quella persona che quando io sono stanco e dico che non ce la faccio più, lo guardo e mi vergogno di averlo pensato”. Da noi, invece, era un ruolo di contorno, scelto non dall’allenatore, ma dalla direzione o dalla presidenza, magari per pochi mesi. Una sera, a Rho di Milano dove facevamo spesso i raduni, Fourcade mi prende da parte con il suo slang fra italiano e francese e mi dice “grosso imbecille, andiamo a prendere un caffè”. E lì: “Io ho bisogno di un capobranco per questa squadra e il capobranco devi essere tu”. Gli rispondo che non conoscevo bene il rugby, che avevo iniziato tardi, che c’erano giocatori più anziani di me. E lui: “Voi italiani parlate sempre troppo, non fare l’imbecille. Tu sei il capitano. Stasera lo dico alla squadra”».
Era capitano quando vinceste a Grenoble, contro la Francia e intanto giocava in una squadra francese.
«Fu stupendo. Quell’anno giocavo a Parigi. Vinco il sabato a Grenoble con l’Italia, rientro a Parigi e il martedì sera vado all’allenamento. Arrivo e nello spogliatoio non c’è nessuno. Vado verso il campo, è tutto spento, non capisco. Appena entro, si accendono le luci e vedo tutti i compagni a centrocampo che mi fanno l’applauso. Erano orgogliosi di me, che avevo battuto la loro Nazionale».
Un’emozione forte in campo?
«Il Mondiale ’91: quando gli All Blacks neozelandesi hanno fatto la haka, la loro danza maori. Dovevamo decidere cosa fare mentre loro la facevano appena entrati in campo. L’Inghilterra si era messa a cerchio voltando le spalle e c’erano state proteste. Noi abbiamo deciso di metterci a un metro da loro guardandoli diritti in faccia. È stato un momento fortissimo. Dopo la partita ci hanno confessato che, vedendoci, si erano detti: questi mica sono pecorelle».