Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 25 Giovedì calendario

Israele: non lasciamo il Libano. Iran-Aiea, nuovo scontro sulle ispezioni ai siti nucleari

Perfino il piccolo memoriale, poco ostentato come le operazioni dello Shin Bet, è troppo per David Zini, nominato direttore dei servizi segreti interni da Benjamin Netanyahu. Ha fatto smantellare lo spazio che all’ingresso della sede a Tel Aviv commemorava gli 007 caduti il 7 ottobre del 2023 e nelle battaglie successive contro Hamas a Gaza. «Ricorda l’errore», avrebbe motivato secondo il quotidiano Haaretz. «Instilla un senso di disfatta».
Così segue la linea del capo che sta manovrando perché le elezioni non si tengano il 27 ottobre, ultima data possibile: teme che quel 7 nel numero richiami memorie terribili agli israeliani, come se ci fosse bisogno, o che gli avversari politici in campagna elettorale sfruttino il giorno: un 2 cancellato e torna il 7 ottobre. Netanyahu tira dritto con la sua ricostruzione di questi quasi tre anni di guerra permanente, fino ai conflitti con l’Iran: «Non ho chiesto il permesso a Donald Trump per colpire Teheran, ho semplicemente annunciato il nostro piano» (e sta parlando dei raid a giugno dell’anno scorso). «Ci sono momenti in cui bisogna saper dire al presidente americano quali linee rosse non si possono superare» (e sta parlando dell’operazione congiunta con gli Stati Uniti ordinata il 28 febbraio): deve dimostrare ai sostenitori nella destra di non aver subito le imposizioni della Casa Bianca, di non esser stato bistrattato e umiliato al telefono tra urla e insulti. E quindi: «Fino a quando sarò primo ministro controlleremo la fascia di sicurezza nel Libano meridionale». Per poi proclamare: «Ormai occupiamo il 70 per cento della Striscia di Gaza», dove i palestinesi uccisi hanno superato i 73 mila.
La permanenza di Tsahal sembra interferire con i piani di Trump: l’intesa definitiva da raggiungere con l’Iran (che chiede il ritiro israeliano per proteggere Hezbollah) e i progetti per Gaza devastata dai bombardamenti. Il suo Consiglio di Pace si riunisce alla fine del mese «per ripartire da zero», come ammettono fonti americane alla rivista Politico: «La guerra con l’Iran ha completamente distolto l’attenzione dalla Striscia», dove i due milioni di abitanti sopravvivono ammassati nei campi di tende tra le macerie.
Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano, sostiene che non ci sia «alcuna richiesta americana di abbandonare le posizioni in Libano». A Washington vanno avanti i colloqui a livello di ambasciatori tra il governo a Beirut e quello a Gerusalemme: sarebbe in discussione un progetto pilota per trasferire all’esercito libanese il controllo su parte del territorio invaso dalle truppe israeliane. La tregua sembra tenere anche se ieri i soldati di Tsahal hanno bombardato un veicolo che si stava avvicinando ai loro avamposti.
Marco Rubio, il segretario di Stato americano, è impegnato in un tour di rassicurazione tra i Paesi del Golfo: incontri negli Emirati, in Kuwait e in Bahrain per spiegare i dettagli del memorandum, affrontare la questione dello Stretto di Hormuz (un annuncio dell’Oman sembra garantire un passaggio senza dazi) e soprattutto rispondere ai timori che il regime islamico possa usare i 300 miliardi di dollari in risarcimenti per riarmarsi. Mentre Rafael Grossi, il direttore dell’Agenzia atomica Onu, già si scontra con l’Iran: sostiene che il memorandum preveda l’ispezione dei siti nucleari. Teheran smentisce e per ora nega l’accesso: «Queste questioni verranno risolte solo con il patto finale».