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 2026  giugno 25 Giovedì calendario

Trump va allo scontro con i suoi senatori per la legge elettorale

Donald Trump ha fatto un comizio in stile campagna elettorale ieri sera a Washington, in apertura della Great American State Fair, una fiera con esposizioni degli Stati, ruota panoramica e giostre, organizzata presso il National Mall. Dopo il boicottaggio dei musicisti invitati a esibirsi, tra cui il frontman dei «Poison» Bret Michaels, Young MC e i Commodores, il presidente ha annunciato su Truth: «Useremo la nostra playlist... non la musica di quella gente che vi fa addormentare e si lamenta sempre». A cantare sono stati chiamati Lee Greenwood e Christopher Macchio, presenze fisse ai comizi di Trump.
Il comizio
Diversi Stati a guida democratica (Massachusetts, North Carolina, Illinois, Washington, Oregon, Connecticut) hanno rifiutato di inviare delegazioni all’evento, attribuendo la decisione alla natura politica «di parte» delle celebrazioni e della richiesta di un pagamento proibitivo per partecipare alla fiera, che apre 16 giorni di celebrazioni per il 250esimo anniversario dell’indipendenza.
Il presidente si è rifugiato nella dimensione che ha caratterizzato la sua presidenza, quella dei comizi, alla fine di una lunga giornata.Ha anche ipotizzato di inviare l’esercito a New York, Chicago e Los Angeles per contrastare la criminalità.
Danneggiato nei sondaggi dalla guerra in Iran e dai prezzi della benzina, in mattinata aveva minacciato su Truth l’apertura di un’indagine del dipartimento di Giustizia contro le società petrolifere (accusandole di non aver abbassato abbastanza i prezzi nonostante la riapertura dello Stretto di Hormuz).
Poi ha cancellato la firma di una legge bipartisan sugli alloggi prevista ieri al Congresso, facendo arrabbiare i repubblicani che volevano dimostrare ai loro elettori che stanno facendo qualcosa per ridurre il costo della vita. Trump ha detto che non la firmerà finché il suo partito non mette ai voti il Save America Act, una legge che richiede, per poter votare, di presentare un documento di identità e prova di cittadinanza, e che limiterebbe il voto per posta.
Il presidente la vuole vedere approvata prima delle elezioni di midterm di novembre per aiutare i repubblicani, ma i leader del suo partito non hanno abbastanza voti per farla passare (benché abbiano la maggioranza in entrambe le camere al Congresso).
Dopo un pranzo conflittuale con i senatori e dopo l’incontro con il segretario generale della Nato Mark Rutte, Trump ha poi convocato alla Casa Bianca le principali società produttrici di armi, per spingerle a produrle più in fretta perché la guerra in Iran ha dimezzato l’arsenale di intercettori Patriot e Thaad e di missili da crociera Tomahawk. Le aziende per farlo vogliono più soldi, ma la Casa Bianca preme perché puntino sulla produzione rinviando i dividendi agli azionisti. Il segretario della Guerra Pete Hegseth sta chiedendo al Congresso altri 80 miliardi di dollari per la guerra in Iran (soprattutto per munizioni e riparazioni) in aggiunta all’aumento già chiesto del bilancio del Pentagono a 1.500 miliardi di dollari.
Sondaggi in picchiata
Trump è in difficoltà nei sondaggi: solo 1 americano su 4 crede che sia valsa la pena di fare questa guerra, secondo Reuters/Ipsos; solo il 34% approva il lavoro complessivo del presidente nei passati 17 mesi.
Tra un incontro e l’altro, Trump ha trovato il tempo di postare su Truth le foto della Reflecting Pool, la più prestigiosa delle opere di abbellimento di Washington da lui volute per il 250° anniversario: ha speso 16 milioni di dollari, ma si è riempita subito di alghe e lui dice che è colpa dei «vandali».
Gli americani sono divisi su questo anniversario: solo il 40% degli americani dice d’esserne «orgoglioso», secondo Associated Press/Norc Center for Public Affairs Research: lo è il 70% dei repubblicani, ma solo il 20% dei democratici e il 30% degli indipendenti.