Avvenire, 24 giugno 2026
In Arabia Saudita 96 esecuzioni da gennaio. E altre sono imminenti
L’Arabia Saudita ha eseguito quasi cento condanne a morte nei primi sei mesi del 2026. Il dato è stato diffuso da Amnesty International, l’organizzazione per i diritti umani che monitora a livello globale l’uso della pena capitale.
Sulle 96 condanne eseguite da Riad quest’anno, 39 hanno riguardato cittadini stranieri, tra cui persone provenienti da Etiopia, Pakistan, Sudan, Giordania e Siria. Amnesty evidenzia che la maggior parte delle esecuzioni – 61 – ha riguardato condanne per possesso e traffico di droga, reati che «secondo gli standard internazionali non dovrebbero essere puniti con la pena capitale», ha spiegato la ricercatrice Dana Ahmed. Il ritmo delle condanne a morte è considerato «allarmante» da Amnesty International e l’uso della pena capitale «spietato» e «illegale».
L’organizzazione sottolinea la preoccupazione per altre 63 persone che potrebbero essere sottoposte ad esecuzioni «imminenti». Sono tutti cittadini etiopi detenuti da oltre due anni in un carcere di Khamis Mushait, nel sud-ovest del Paese. Anche loro sono stati condannati per reati legati agli stupefacenti, soprattutto «traffico di hashish». Le loro condanne – testimoniano diverse organizzazioni per i diritti umani – sono arrivate spesso dopo processi «iniqui»: due o tre brevissime udienze in video collegamento e senza interpreti o legali. Nel 2018 il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva dichiarato che da quell’anno il numero di esecuzioni capitali nel Paese sarebbe stato drasticamente ridotto. Parole coerenti con l’immagine-vetrina che si voleva dare di una Riad moderna e riformista, aperta agli investimenti internazionali. I numeri però hanno smentito il proclama. Nel 2025 le esecuzioni sono state 356.