Il Messaggero, 24 giugno 2026
Pete Doherty parla di sé e di musica
Pete Doherty si aggira nel backstage scalzo, a petto nudo, con una coppola in testa e con la stessa andatura noncurante e dinoccolata con cui nei primi Anni Duemila appariva sulle copertine dei tabloid britannici, che lo seguivano ovunque e sembravano ossessionati dalla sua vita disordinata, sempre a un passo dalla rovina. «A volte mi manca il caos della mia vita di prima. Ma adesso ho loro, e la posta in gioco è troppo alta. Non posso perdere tutto questo», dice guardando serio la moglie Katia De Vidas (sposata nel 2021 dopo nove anni di relazione), seduta a terra con in braccio la figlioletta di 3 anni, Billie-May. Questo ragazzone inglese di 47 anni ha una fisicità molto diversa rispetto ad allora, ma basta guardarlo negli occhi per riconoscere lo sguardo impunito che rivolgeva all’obiettivo, spesso immortalato accanto a una delle donne più belle e affascinanti di quell’epoca, la top model britannica Kate Moss.
È proprio con lei, oggi 52enne, che il frontman dei Libertines prima e dei Babyshambles poi formava la coppia bella e maledetta per eccellenza. Ma oggi, dopo diversi percorsi di disintossicazione e altrettanti arresti, le cose sembrano essere cambiate. Domenica si è esibito sul palco del festival La Prima Estate a Lido di Camaiore con i Libertines e il suo amico di sempre, il chitarrista Carl Barât, e ha anche intonato a sorpresa The Drugs Don’t Work dei Verve. Lo ha fatto per salutare Richard Ashcroft, che di lì a pochi minuti, indossando una maglietta della nazionale italiana («Mi dispiace che non sia ai Mondiali», ci ha tenuto a dire) avrebbe concluso il primo weekend del festival con un concerto intenso, suggellato da una Bitter Sweet Symphony da brividi. Ma a molti non è sfuggito il riferimento di Doherty.
Negli ultimi anni sembra aver trovato un equilibrio più sereno, con la sua nuova vita in Normandia. Le manca mai il caos che ha caratterizzato la sua carriera?
«Sì, una parte di me ne sente la mancanza. Questa è la natura della dipendenza. Ho smesso di assumere eroina e crack circa sei anni fa ma c’è sempre una voce, in fondo alla testa, che ti dice che dovresti rifarlo, che ne hai bisogno. La dipendenza è come una malattia cronica. Non esiste una cura. Non guarisci mai davvero. Ma oggi la posta in gioco è troppo alta. Sono sposato e ho una bambina. Non posso sacrificare tutto questo per un attimo di piacere o per un po’ di caos».
Per molto tempo la sua vita privata ha quasi oscurato la sua musica. Guardando a quel periodo oggi, pensa che quella narrazione l’abbia danneggiata?
«No, perché quello non ero davvero io. Era la vita di una caricatura grottesca e oscena creata dai tabloid. Tutto nasceva dal fatto che avevo una relazione con una ragazza molto famosa. Se non fossi stato con Kate Moss, nessuno avrebbe avuto interesse. Ho sempre percepito tutta quella storia come qualcosa di molto distante dalla realtà. Mi sembrava quasi una barzelletta».
Per anni è sembrato impossibile immaginare i Libertines come una band stabile. E invece siete ancora qui. Cosa vi tiene uniti?
«Le canzoni. Queste ballate, questi inni all’amicizia e all’amore distruttivo. Sono le nostre canzoni e continuiamo a suonarle. E oggi ci crediamo più che mai».
Molte delle persone che sono venute a vedervi stasera probabilmente non erano nemmeno nate quando uscì “Up The Bracket”.
«Lo so. Ed è una cosa bellissima, che mi dà gioia. È il motivo per cui siamo qui».
L’Italia sembra avere un rapporto speciale con il britpop e la musica britannica di quegli anni. È così?
«Sì. L’Italia ha una passione quasi feroce per questa musica. E noi qui sentiamo l’energia, l’amore del pubblico e cerchiamo di restituirlo».
Cosa pensa del ritorno degli Oasis?
«Penso che siano degli dèi. Degli dèi che ogni tanto lasciano cadere qualche goccia di pioggia nel nostro giardino, e noi la accogliamo con gratitudine. Sono le persone che ci hanno fatto prendere in mano una chitarra. Gli Oasis come Richard Ashcroft: è per loro che facciamo quello che facciamo. Per me sono come Gesù, come figure religiose. Grazie a loro moltissimi giovani amano il britpop e tante band continuano a suonare. Hanno raggiunto qualcosa che, secondo me, va persino oltre i Beatles».
E lei come immagina il suo futuro?
«Continuerò semplicemente a mettermi a tracolla la chitarra e a suonare. Sono fortunato ad avere ancora la possibilità di farlo».
Ci sono nuove band che le piacciono?
«Certo. C’è una band olandese, Real Farmer, che trovo fantastica. Poi ci sono i Fontaines D.C., i Warmduscher. Il rock non muore mai. Da qualche parte, proprio in questo momento, c’è un ragazzo chiuso nella sua stanza con una chitarra in mano. E sarà lui il prossimo».