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 2026  giugno 24 Mercoledì calendario

Il Servizio Bilancio del Parlamento boccia le pre-intese dell’Autonomia con 4 regioni

È una specie di miracolo, almeno a non voler considerare la malafede: quattro Regioni governate dal centrodestra – Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte – hanno firmato pre-intese per l’autonomia differenziata col governo, cioè con Roberto Calderoli, identiche, praticamente col copia e incolla. Il Titolo V della Costituzione, nella versione 2001, consente diversi gradi di autonomia tra vari territori in funzione delle specificità di ognuno e della capacità dell’ente locale di far meglio alcune cose dello Stato: miracolosamente le quattro Regioni sono uguali, hanno gli stessi bisogni, le stesse capacità e anche lo stesso tizio che scrive i documenti… Uno schiaffo per la Consulta, che bocciando gran parte della legge Calderoli e dando “una lettura costituzionale” del resto, a fine 2024 aveva indicato paletti ben precisi, tipo di dover dimostrare il perché a una Regione servano più funzioni e come le eserciterà meglio dello Stato. Quelle quattro pre-intese ora sono in Parlamento e c’è una novità: anche per il Servizio Bilancio di Camera e Senato sono fuori dal perimetro indicato dalla Consulta e per di più sono un pacco ai danni del bilancio dello Stato, specie nella sanità.
Andiamo con ordine. Cosa chiedono le quattro Regioni? Che siano devoluti loro almeno i poteri negli ambiti in cui non è necessario definire e finanziare i Lep, i livelli elementari delle prestazioni a cui la Consulta ha incatenato la secessione dei ricchi. Quali sono? Nei testi all’esame delle Camere, Protezione civile, professioni, previdenza complementare e appunto salute, grazie a un trucco rilevato pure dal Servizio Bilancio. Partiamo da qui. Le quattro Regioni – tutte – chiedono: di poter definire le tariffe di rimborso delle strutture sanitarie (con la differenza a carico del bilancio regionale); di creare e gestire fondi sanitari; di decidere su un pezzo delle risorse che gli arrivano dallo Stato (edilizia, assunzioni, quelle derivanti da risparmi) e altro. La Lombardia e le altre, insieme a Calderoli e Meloni, ritengono che i Lea, i Livelli essenziali di assistenza, definiti a livello nazionale siano di fatto i Lep della sanità, quindi si può devolvere poteri alle Regioni: mica tanto, dicono i tecnici parlamentari, il riparto del Fondo sanitario è “proporzionato ai costi standard” e non finalizzato “a garantire il livello delle prestazioni dovute (Lea)”. Cosa pacificamente ammessa anche dalla Conferenza delle Regioni. Tradotto: le pre-intese così sono incostituzionali.
Anche nel merito il Servizio Bilancio non è tenero: “in generale”, scrive, le richieste “appaiono formulate in termini che rendono complessa la valutazione della relativa portata applicativa e dei conseguenti possibili effetti finanziari e organizzativi”. Sono cioè generiche. Non solo: quanto a rimborsi, fondi sanitari e assunzioni a tempo le quattro Regioni chiedono di fatto poteri che già hanno e andrebbe chiarito allora cosa vogliono davvero. E ancora: le funzioni da trasferire comportano maggiori costi o minori entrate per lo Stato e non c’è alcun dettaglio su come questo aspetto verrà affrontato, anzi non si definiscono nemmeno “le modalità con cui si garantiscono il rispetto dell’equilibrio economico finanziario del settore sanitario (…) nonché quello delle regole sull’andamento della spesa primaria netta previste dalla nuova governance economica europea”, che è anzi palesemente violata dalla previsione di usare presunti risparmi per nuove spese. Per la Lombardia, infine, i tecnici buttano lì il sospetto che la sua mira sia usare i cosiddetti “residui” di bilancio, “quasi 11 miliardi al 31 dicembre 2024”: una cosa che farebbe semplicemente sballare i conti pubblici.
Se la sanità è il bersaglio principale, il resto racconta bene il delirio burocratico e di potere dei viceré delle Regioni. Per la Protezione civile vogliono attivare stati di emergenza regionali, deroghe per assunzioni e contratti, il potere di concedere patenti speciali e targhe ai veicoli come fa l’esercito. Quanto alla previdenza complementare chiedono di istituire fondi regionali o fare convenzioni regionali con quelli già esistenti, specie per i loro dipendenti, e poi pure di creare albi di professioni regionali di loro invenzione. Lombardia, Piemonte e Liguria ritengono di aver bisogno (tutte e tre) di “guide ambientali, operatori termali, promotori enogastronomici, esperti di turismo esperienziale e artigiani della tradizione” col bollino regionale, mentre il Veneto si distingue indicando i settori: “Turismo sostenibile, enogastronomia, artigianato artistico, economia circolare e sostenibilità ambientale, operatori olistici e naturopati”. Regionali ovviamente.
Anche per queste tre richieste, peraltro, il Servizio Bilancio di Camera e Senato sottolinea vaghezza, duplicazione di funzioni, costi nascosti e l’assenza di clausole di salvaguardia finanziaria che “potrebbe determinare effetti negativi a carico della finanza pubblica”. Un solo esempio: nell’ultima manovra, per estendere l’uso dei fondi pensione, il governo ha dovuto coprire le minori entrate fiscali, visto che quei versamenti sono in larga parte detassati; le Regioni non ci pensano nemmeno, anzi chiedono che sia versata loro l’imposta sostitutiva del 20% sul risultato netto dei fondi regionali. Perché l’autonomia è bella, ma senza gli sghei non è poi così divertente…