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 2026  giugno 24 Mercoledì calendario

L’arte dell’addio

Anche Keir Starmer, il primo ministro criticato per il suo fare da robot, ha un cuore e lo ha mostrato nel suo ultimo atto, le dimissioni da premier, con lacrime di delusione e un abbraccio cinematografico alla moglie Vic. Per lei e per i loro figli gratitudine e promesse: «Adesso dedicherò il tempo al lavoro più importante: essere il miglior marito possibile per la mia fantastica moglie, Vic, che è stata una roccia al mio fianco, nei momenti belli e in quelli brutti. Ed essere il miglior padre possibile per i miei splendidi figli, che sono il mio orgoglio e la mia gioia». Un’uscita di scena fedele alla tradizione britannica, ma non solo, dove i leader, nel momento dell’addio formale alla nazione, scelgono di mostrare la loro emotività ma soprattutto il sostegno della famiglia come porto sicuro dopo la tempesta politica e come reale misura del successo di uomo.
Insomma un po’ come dire che un uomo che ha l’affetto della famiglia non sarà mai un perdente. Una “debolezza” patriarcale che ha molto a che vedere con il potere, non solo con l’appartenenza e l’amore. La sopravvivenza subliminale del pater familias, figura che ha influenzato per secoli il modo in cui concepiamo lo Stato e la leadership.
Una liturgia intima dell’addio anche per Theresa May, la pasionaria dalle scarpe griffate che doveva ricompattare i conservatori e portare a compimento la Brexit e che invece se ne è andata in tailleur rosso fuoco con lacrime e riconoscimento di gratitudine al marito Philip, “un pilastro” della sua vita.
E se ripercorriamo il decennio più turbolento della vita politica made in Uk, con 6 primi ministri in 10 anni (contro i 6 in 60 anni del decennio precedente), vediamo la stessa modalità di addio. Boris Johnson “il rude” antagonista di Cameron non fa eccezione.
Con un salto nel Novecento troviamo il più grande di tutti, Winston Churchill, primo ministro del regno Unito per due mandati, – dal 1940 al 1945, guidando il Paese nella seconda Guerra mondiale, e dal 1951 al 1955 – con la stessa voglia di tenerezza quando i giochi di potere si stavano chiudendo. Nel giorno del suo addio definitivo al 10 di Downing Street, il 5 aprile 1955, Churchill volle la moglie Clementine al suo fianco per l’ultimo pranzo ufficiale, prima di recarsi dalla Regina Elisabetta II, e le espresse pubblicamente la sua gratitudine per aver sopportato il peso immenso della leadership al suo fianco, permettendogli di guidare il Paese fino a un’età così avanzata. D’altronde la figura di Clementine è stata fondamentale come evidenzia il famoso aneddoto in cui Churchill le disse che, se avesse sposato il suo spasimante di gioventù, ora sarebbe stata la moglie di uno spazzino e lei replicò, precisa come un cecchino: «Ma no, tesoro, se l’avessi sposato, oggi sarebbe il Primo Ministro». Vero o verosimile che sia questo scambio passato alla storia, ci racconta come nella politica un uomo (o una donna) al potere abbiano maggiori chance nell’ascesa come nella caduta con una rassicurante cornice di affetti.
Tutto il mondo non è paese e in Germania sono meno portai alle smancerie e alla esibizione del privato. Quando se ne andò Angela Merkel, nel 2021, dopo 16 anni al potere nel suo discorso di ringraziamento non ha fatto cenno al marito Joachim che pure è un punto fermo della sua vita. Uscita in solitaria anche per la premier neozelandese Jacinda Arden («sono stanca, sono umana) che appena dimessasi ha lanciato la sfida al compagno Clarke: «Adesso finalmente mi sposi». L’ex premier finlandese Sanna Marin ha invece espresso gratitudine verso l’ex marito Markus Räikkönen durante l’annuncio congiunto del loro divorzio nel maggio 2023. Meglio tardi che mai.
La famiglia come sprone ma soprattutto come ancora. Quando Matteo Renzi lascia palazzo Chigi dopo il disastroso risultato del suo referendum costituzionale, il giorno delle dimissioni, il 5 dicembre di dieci anni fa, se ne andò abbracciando sua moglie Agnese che al suo discorso di addio aveva un’aria compresa e mesta.
L’anno dopo Barack e Michelle Obama lasciarono la Casa Bianca e nel discorso di commiato a Chicago, davanti a oltre 20. 000 persone, il presidente uscente, asciugandosi le lacrime con un fazzoletto, si è rivolto direttamente alla moglie: «Michelle, negli ultimi venticinque anni non sei stata solo mia moglie e la madre delle mie figlie, sei stata la mia migliore amica. Hai assunto un ruolo che non avevi chiesto e lo hai reso tuo con grazia, grinta, stile e buon umore». Per poi ricordare come Michelle avesse reso la Casa Bianca un luogo di tutti, diventando un modello di riferimento per le nuove generazioni e rendendo orgoglioso l’intero Paese. Anche Donald Trump quando lascia la Casa Bianca alla fine del suo primo mandato lo fa mano nella mano con la moglie Melania, nonostante le voci di una relazione ormai consumata. Così avevano fatto prima di loro anche i Reagan, i Bush, i Clinton. Non importa il reale ma il percepito ed essere un buon padre (o madre) di famiglia sembra ancora il requisito per essere leader della nazione. Il gesto di camminare mano nella mano consacra romanticismo e anche potere di coppia, come quello dei Sarkozy, che lasciarono l’Eliseo nel 2012 senza mollarsi mai. E quattro anni più tardi quando l’ex presidente sconfitto alle primarie presidenziali repubblicane annuncia il ritiro dalla politica, si gioca la carta della famiglia e dei sentimenti: «È giunto il momento per me di godermi una vita con più passioni private e meno passioni pubbliche».