repubblica.it, 24 giugno 2026
Scarcerati dopo dieci anni altri tre calciatori libici accusati di essere scafisti
Il primo a uscire dal carcere è stato Alaa Faraj, il calciatore libico, partito ragazzino con il sogno di giocare in Europa e finito dietro le sbarre con l’accusa, sempre respinta, di essere uno scafista. Anzi peggio, uno dei responsabili della strage di Ferragosto raccontata in Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Dopo di lui, altri tre giovani, Tarek al Amami, Mohannad Khashiba e Abdel Rahman Abdel Monsef, come lui ex stelline del pallone, oggi giovani uomini provati da dieci anni dietro le sbarre, hanno lasciato il carcere.
La lunga battaglia giudiziaria
È l’effetto a catena della revisione del processo ottenuta da Faraj a Messina. Graziato parzialmente dal presidente Sergio Mattarella, autore di un libro in cui racconta la sua storia e gli anni in carcere, è stato quello che più ha combattuto per tentare di affermare la sua verità. Insieme ad altri quattro ragazzi, come lui tutti promettenti sportivi, nel 2015 hanno deciso di lasciarsi alle spalle la Libia infiammata dalla guerra civile e provare a raggiungere l’Europa. Fallito ogni tentativo di farlo legalmente, hanno deciso di salire su un barcone malmesso, insicuro, sovraffollato.
La strage di Ferragosto
Quella carretta del mare è a doppio ponte. Fin troppo spesso imbarcazioni di questo tipo diventano una bara galleggiante, soprattutto per chi deve affrontare il viaggio sotto, vicino ai motori. Nella stiva di quella su cui viaggiano i cinque ragazzi libici muoiono 49 persone. All’arrivo, le indagini si concentrano su di loro.
Sono libici, come il comandante. Lui giura di aver fatto tutto da solo. Non viene creduto. Loro giurano di non avere nulla a che fare con l’organizzazione e la gestione del viaggio. Le loro parole non pesano. Insieme a un giovanissimo del Marocco vengono arrestati e in seguito condannati anche se le loro versioni – lo si riconosce nelle sentenze – sono risultate compatibili fra loro, coerenti, identiche nel corso del tempo, anche se i testimoni, che allo sbarco li accusano, spariscono e le identificazioni – hanno fatto presente i legali nel corso delle varie fasi del procedimento – vengono fatte contro ogni regola di procedura.
Le “crepe investigative” riconosciute a Palermo
Che qualcosa sia andato storto lo riconosce anche la Corte d’appello di Palermo, che pur respingendo l’istanza di revisione del processo, evidenzia “crepe” in indagini e pronunce e suggerisce il percorso della grazia presidenziale. Per Faraj arriva, come la luce verde alla revisione del processo mesi dopo. E da lì, a cascata, per gli altri che tutti presentano istanze di revisione, immediatamente accolte dai tribunali competenti. Fra loro c’è anche Kashiba, forse quello che più si è perso nei dieci anni dietro le sbarre e disperato, nell’aprile scorso è arrivato a cucirsi la bocca in segno di protesta.
La guerra fra le due Libie
Nel frattempo, il caso dei calciatori libici è diventato nodo politico e diplomatico fra l’Italia e le due Libie, con i governi di Tripoli e Bengasi che si contendono la loro liberazione. Quando sono stati arrestati e condannati erano stelle del campionato, i loro nomi erano conosciuti e in campo erano determinanti per le rispettive squadre. Riportarli a casa, cosa che entrambi i governi promettono da anni, è mossa che accredita agli occhi dell’opinione pubblica ed è prova di forza nella perdurante prova di forza fra il Gnu di Dbeibeh, internazionalmente riconosciuto, e la Libia di Haftar, che ha Hammad come premier e il generale Khalifa come reale padrone.
Il protocollo Italia-Libia
In Italia si lavora da anni a un accordo di collaborazione che permetta ai detenuti libici di finire di scontare la pena in patria, ma il protocollo allo stato è solo l’ennesimo motivo di scontro fra i due governi, con Bengasi che accusa di Tripoli di inefficacia e inefficienza. In passato, alcuni dei ragazzi avevano chiesto di essere riportati a casa. Non Faraj che in Italia ha trovato anche l’amore e un futuro con una delle docenti conosciute in carcere. Le lettere che le ha inviato durante la lunga detenzione per raccontarle la sua storia, i suoi sogni, le sue speranze, la sua incrollabile fede nella giustizia a dispetto delle condanne, sono adesso un libro che racconta da dentro l’inferno di chi viene condannato solo per aver attraversato il mare.