la Repubblica, 24 giugno 2026
L’Iran contraddice gli Usa sugli ispettori nucleari
Il vicepresidente J.D. Vance l’aveva annunciato entusiasta dal Burgenstock di Lucerna: gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica torneranno a fare il loro lavoro in Iran. E in effetti, era l’unico risultato concreto ottenuto dagli americani nel primo round negoziale in Svizzera. Nemmeno 24 ore dopo Teheran ha smentito – «Non prevediamo che l’agenzia ispezioni gli impianti nucleari danneggiati dall’aggressione militare americana e sionista» – suscitando l’ira di Trump. Dichiarazioni «false», scrive il presidente americano su Truth, «l’Iran ha pienamente e completamente acconsentito a ispezioni nucleari di altissimo livello per un lungo periodo di tempo (infinito!!!)», gli ispettori «saranno sul terreno al momento opportuno». Se così non fosse, «annullerei le riunioni».
Dopo la guerra dei 12 giorni, l’Aiea era tornata in Iran ma senza avere accesso agli impianti colpiti. I siti sotto le montagne sono difficili da raggiungere, molti ingressi sono collassati con le bombe, ma la ragione del diniego è soprattutto politica: la Repubblica islamica vuole tenere il bottino grosso – il nucleare – come arma di scambio sulle sanzioni solo dopo che gli altri punti del memorandum saranno stati «rispettati», a cominciare dallo sblocco dei fondi. Ieri il viceministro iraniano Gharibabadi ha precisato che l’accordo per rilasciare 12 miliardi entrerà subito nella fase di attuazione.
Per l’amministrazione Trump, invece, ottenere subito qualcosa sul nucleare è cruciale, perché è la ragione prima di una guerra che gli americani non hanno compreso, né condiviso e che sta diventando un problema politico per il presidente, con le midterm alle porte. I sondaggi confermano la frustrazione dell’opinione pubblica per l’aumento dei prezzi mentre i repubblicani incalzano perché il negoziato arrivi dove la guerra non è arrivata: alla fine del programma nucleare di Teheran.
Nel tentativo di presentare risultati positivi, Trump ha promesso che gli asset iraniani sbloccati verranno depositati in un conto fiduciario e utilizzati per acquistare cibo e medicine dagli Stati Uniti, «tra cui mais, grano e soia dai nostri grandi agricoltori americani». Anche su questo però è stato immediatamente smentito da Teheran. C’ha pensato l’ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite a Ginevra: «L’Iran è l’unico Paese a decidere cosa fare dei suoi beni, che saranno scongelati».
Un’altra scure sui già difficili negoziati tecnici in corso in Svizzera, dove lunedì era stata concordata l’apertura di una linea di comunicazione su Hormuz e un meccanismo per garantire la tregua in Libano.
Ieri, a Washington, i rappresentanti di Tel Aviv e Beirut si sono incontrati di nuovo ma è un negoziato oscurato da quello svizzero dove sono gli iraniani a parlare per conto di Hezbollah, un riconoscimento che indebolisce ancora di più le già fragili istituzioni libanesi. Non a caso gli inviati di Beirut ieri insistevano sul fatto che i negoziati con Israele siano l’unico modo per porre fine alla guerra. E tuttavia la tregua non regge senza il coinvolgimento di Teheran che considera il Libano una sorta di suo protettorato, al punto da condizionare l’intero negoziato con gli Usa al ritiro di Israele.
Il presidente libanese Aoun ha ripetutamente chiesto a Teheran di non interferire negli affari interni, aprendo a colloqui diretti con gli israeliani, ma Hezbollah conta sugli iraniani per le sue decisioni. Su una cosa lo stato libanese e il partito di Dio concordano: la pace è impossibile senza il ritiro israeliano dal sud. Israele ha proposto un ritiro parziale da un’area limitata nella quale dovrebbe entrerà l’esercito libanese sotto supervisione americana.