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 2026  giugno 24 Mercoledì calendario

Andrea Alongi descrive il suo percorso di rinascita

«Sei Alongi, quello di “cinque euro: due canne!”». Per anni Andrea Alongi, 34 anni, si è sentito ripetere questa frase ovunque: nei commenti su Facebook, sotto i post di Instagram, per le strade di Parma. «Venivano persino a suonarmi al citofono a casa e io mi arrabbiavo», racconta, mentre si spazzola i lunghi capelli grigi seduto al tavolino di un caffè di via Montanara, il quartiere dove è cresciuto.
Per la maggior parte degli italiani era soltanto il ragazzo diventato virale dopo la testimonianza trasmessa da «Un giorno in pretura nel 2016» sul caso Bonsu (un ragazzo ghanese che nel 2008 durante un controllo antidroga venne picchiato dagli agenti della Polizia locale di Parma). 
Gli spezzoni del processo con le sue frasi più famose venivano pubblicati sui social ogni giorno sotto forma di meme. Da lì è iniziata una notorietà tanto improvvisa quanto difficile da gestire.
Oggi, però, la sua vita è molto diversa. Lavora in un salone di toelettatura a Parma, vive con la compagna e con il cane Vito. Lo scorso maggio ha pubblicato per Piemme il suo primo libro, «La normalità è una cosa bellissima» (edizioni Piemme, pp.160) in cui racconta la propria storia: dai difficili anni dell’infanzia al rapporto con la tossicodipendenza, fino alla conquista di quella quotidianità che per molto tempo gli era sembrata irraggiungibile.
Cosa l’ha spinta a decidere di raccontare pubblicamente la tua storia?
«Onestamente l’idea non è partita da me. Dopo aver fatto l’intervista a One More Time con Luca Casadei, l’ho rincontrato e, chiacchierando, mi fa: “Andrea, ma hai mai pensato di scrivere un libro?”. Io gli ho risposto di no, anche se anni fa un educatore del Sert di Parma mi aveva detto la stessa cosa. Gli ho spiegato che il mio problema principale era che proprio non sapevo scrivere. Lui però mi ha rassicurato, dicendomi che mi avrebbero affiancato qualcuno in grado di darmi una mano. È iniziato tutto così, a inizio 2026. Abbiamo fatto un periodo intensissimo di call praticamente tutti i giorni, e lo staff della Mondadori è stato molto carino e gentile nel mettermi a mio agio».
Qual è stata la parte più difficile da raccontare?
«Sicuramente l’inizio, i primi anni della mia vita e i primi traumi. Di solito sono abituato a parlare di me e del mio passato, ma mi limito sempre alla tossicodipendenza.  Il libro, invece, scava molto più a fondo, fin da quando sono nato. È stato difficile perché sono ricordi di trent’anni fa, abbastanza sepolti, ed era la prima volta che mi approcciavo alla scrittura. Inoltre, non dovevo fare un’analisi come con la mia psicoterapeuta, ma dovevo proprio far riemergere tutto e raccontarlo in modo oggettivo. Mi ricordo che quando è arrivata la primissima bozza del primo capitolo, ci ho messo tre o quattro giorni a leggerla: arrivavo alle prime righe e mi veniva da piangere. A volte mi saliva proprio il cuore in gola a ricordare certi momenti».
Che cosa spera trovi un lettore tra queste pagine, oltre alla sua vicenda personale?
«Spero aiuti a capire che anche in una realtà come Parma esistono situazioni pesanti di disagio sociale. Vorrei far vedere che ci sono persone nate sfortunate, o che magari hanno fatto scelte sbagliate, ma che quando vogliono davvero cambiare e rimettere a posto la propria vita meritano una seconda possibilità. E poi spero che chiunque abbia un amico, una fidanzata, un parente che soffre di tossicodipendenza, leggendo queste pagine capisca che farcela è possibile. È difficile, perché la droga è droga, ma c’è gente che ti può dare una mano concreta».
C’è un momento preciso in cui ha capito che la sua vita poteva prendere una direzione diversa?
«Ero ai domiciliari. Mi avevano arrestato perché coltivavo piante di marijuana in casa. Mentre scontavo la pena continuavo a fare uso di sostanze. Potevo uscire solo per andare al Sert. Lì ho iniziato a vedermi con Max, un operatore. Veniva anche a casa mia e ci litigavo un sacco, ma lui provava a spronarmi. Mi diceva sempre: “Non puoi avere tutto e subito. Le cose succedono piano piano”. Da un giorno all’altro, all’improvviso, non ho più fumato né crack né eroina. Mi sono detto: “Provo a fare un giorno senza”, poi due, poi tre. Con l’aiuto di Max e della psicologa ho chiesto una mano per trovare un lavoro. Abbiamo cercato partendo dalle mie passioni: i manga, i fumetti e i cani. Visto che in passato avevo già lavorato in una toelettatura ci abbiamo riprovato. Ho fatto un colloquio con Paolo, di Animalandia. Ha detto di sì, ho iniziato, ed è andata bene. Ormai sono tre anni che lavoro lì e sono contento».
Che cosa le ha insegnato il confronto con la dipendenza?
«Mi ha insegnato a rendermi conto di quanto io sia fortunato oggi ad avere una vita normale. A volte, la sera prima di dormire, guardo la mia ragazza che si addormenta di fianco a me, la cuccia del cagnolino. Magari fa caldo e accendo l’aria condizionata, mi fumo una sigaretta e penso a quanto sono fortunato. Una bella casetta per me va più che bene. A volte mi dico: “Cavolo, ho qualcuno che mi vuole bene davvero”. Prima non era così. Prima o c’era di mezzo la droga, o dovevo farli guadagnare, oppure c’era mia madre che, finché le davo i soldi, faceva andare bene le cose. Non era un rapporto vero, era basato sulla convenienza».

Oggi si parla molto di salute mentale: pensa che rispetto alla sua adolescenza sia cambiato qualcosa?
«Sì, oggi è un tema più caldo, se ne parla di più, anche se mai abbastanza. Secondo me bisognerebbe investire molto di più sui giovani e sui servizi sociali: se investi sui primi anni di vita di un ragazzo e sul suo benessere, sarà una persona produttiva e starà bene fino alla fine dei suoi giorni. Bisogna aiutare un bambino o una bambina a risolvere i problemi e ad affrontare i propri demoni finché il cervello è malleabile. Se soffri da bambino e la sofferenza non viene affrontata, poi rimani sempre sintonizzato su quel dolore. Io sono stato seguito fin da piccolo dai servizi sociali. Ho conosciuto bravissime assistenti sociali, ma tra la burocrazia italiana, le leggi e la lentezza, i tempi erano biblici. Se mio papà mi picchiava, prima che lo cacciassero di casa ci voleva una vita, magari perché le strutture vicine erano tutte piene».
Ci sono degli stereotipi sulla tossicodipendenza che vorrebbe smontare?
«Magari lo stereotipo del tossico visto sempre come un infame, uno che ti frega. Io sono stato tossico per tanto tempo. A dicembre compirò 35 anni. Ho iniziato con le canne che non ne avevo neanche 13, poi sono passato a coca ed eroina prima dei 15. Alla fine la droga ti cambia: ti amplifica i difetti e ne crea di nuovi. Però penso che ogni tossico sia a sé. È vero che uno è un tossico, ma guardalo negli occhi e vedi cosa senti. Bisogna vedere prima la persona».
Cosa significa per lei perdonare? È una parola che ha trovato posto nella sua storia?
«Sarei un ipocrita se dicessi di sì. Mia madre non la perdono, mio padre nemmeno, né tantomeno il marito di mia mamma. Con mia madre non ci parliamo da anni. L’ho vista solo una volta sul bus: ci siamo guardati e poi siamo scesi. Non perdono perché prima di tutto da parte loro non c’è mai stato un gesto di scuse, un venirti incontro, un dimostrare che ti stai impegnando per cambiare e chiedere perdono. Da quel che so – Parma è piccola e le voci girano – fino a qualche mese fa la situazione era sempre la stessa, mia mamma frequenta la solita gentaglia. Io non voglio perdonare. Voglio solo stare bene e vivere la mia vita serenamente, godendomi tutti i miei attimi di felicità».
Dopo la diffusione nazionale dei meme sulla puntata di «Un giorno in pretura», tante persone hanno iniziato ad avere un’opinione su di lei senza conoscerla. Com’è stato confrontarsi con lo sguardo di chi credeva di sapere chi fosse?
«Mi dava un fastidio pazzesco. Magari vedevano un mio commento sui social e iniziavano con il meme del “cinque euro, due canne”. Avevo testimoniato contro la polizia che aveva pestato un sedicenne solo perché era nero, e la gente mi veniva a rompere le scatole a casa per il meme delle due canne. In Italia se ti fermano con due canne non ti fanno nulla, e all’epoca ero incensurato e avevo sedici anni. A me dava fastidio quello: la gente pensava di sapere le cose su di me meglio di me. Complice la droga, in tutti quei momenti di merda ci stavo malissimo. Magari entravo su Facebook per guardare una pagina di manga, commentavo, e qualcuno rispondeva: “Sei Alongi, quello dei cinque euro: due canne”».
Se dovessi riassumere il senso del libro in una sola frase, quale sarebbe?
«La storia di un ragazzo che, dopo un po’ di casini, sta riuscendo ad avere una vita degna di tale nome».
Nel libro parla della «normalità» come di qualcosa che hai inseguito per anni. Che cos’è, oggi, una giornata normale e felice per Andrea Alongi?
«Alzarmi la mattina alle sei, portare giù il mio cane, fare il caffè e il cappuccino per la mia fidanzata. Poi andare a prendere i miei cagnolini, fare le passeggiate e occuparmi della toelettatura: preparare la vasca, pulire davanti al negozio, prendere il caffè con il mio capo. E, nel mentre, cercare di essere il migliore Andrea possibile, magari chiacchierando con gli anziani del quartiere».
Guardando il ragazzo che era a vent’anni, quello delle dipendenze, degli eccessi e dell’autodistruzione, qual è la cosa che le farebbe più piacere poterle dire adesso?
«Che sarai sereno, che sarai felice, che avrai persone che ti vorranno bene davvero e che avrai il tuo posto nel mondo».