Corriere della Sera, 24 giugno 2026
Speranza Scappucci parla della direzione d’orchestra
Il solo motivo per darle della prima donna è perché, in quasi due secoli e mezzo di storia del teatro, la prima a dirigere un’opera alla Scala è stata lei. «Prima tra le italiane», precisa Speranza Scappucci ricordando le colleghe che l’hanno preceduta, la francese Claire Gibault, nel 1995 per La station thermale di Fabio Vacchi e la finlandese Susanna Mälkki nel 2011 con Quartett di Luca Francesconi.
E poi, 18 gennaio 2022, tocca a lei e con un titolo del repertorio storico, «Capuleti e Montecchi» di Bellini. Poteva immaginarlo?
«Mai. Sono stata chiamata all’ultimo, in sostituzione di Evelino Pidò colpito dal Covid. Solo pochi giorni per provare, ho detto sì perché era un’opera che conoscevo bene. E poi come rifiutare un debutto alla Scala? Dove tutti mi hanno accolta benissimo, ma la storia che lì si respira dà comunque i brividi. Una bella prova del fuoco. Gli applausi finali sono stati una grande emozione».
Un successo personale che ora la riporta sul podio scaligero per «Lucia di Lammermoor» di Donizetti, allestimento di Yannis Kokkos, prima il 26 giugno.
«Altro titolo amatissimo, e quindi temibile. L’ho diretto un mese fa a Parigi nella versione francese con strumenti d’epoca. Alla Scala eseguiremo invece quella originale, scritta per il San Carlo di Napoli. Bellissime entrambe, ma quella italiana la sento di più. Belcanto allo stato puro. Perfetto per la voce di un soprano lirico come Rosa Feola».
Tra i momenti salienti, la scena della pazzia. Scritta in due versioni, per flauto e per glassarmonica. Quale adotterà?
«La seconda, usata anche da Chailly tre anni fa. L’armonica a bicchieri è uno strumento singolare, il vetro dei calici, sibilanti sotto le dita del musicista, produce sonorità aeree, sinistre, ultraterrene. Evoca dissonanze, stati di alterazione, visioni di un cervello confuso. La follia di Lucia non è un momento di virtuosismo vocale ma un crescendo di pensieri interrotti. Con Rosa Feola abbiamo riscritto la cadenza modellandola sulla sua vocalità e sulla regia di Kokkos».
Lucia impazzisce per l’amore negato per Edgardo (Piero Pretti) e per un marito imposto, che lei uccide la prima notte di nozze.
«Non è un gesto di ribellione consapevole. Lucia è oppressa da un mondo maschile che vuole imporle le sue ragioni, impazzisce perché spinta a fare cose che non vuole. Uccide il marito sì, ma come in sogno».
Il mondo maschilista è un tratto ricorrente del repertorio lirico. Il mondo dell’opera ne pare ancora contagiato. Ha avuto esperienza in proposito?
«No, non mi è mai successo di essere discriminata in quanto donna. Ho lavorato sempre con grande impegno, ho costruito la mia carriera passo dopo passo senza affrettare i tempi. Per quindici anni ho fatto la gavetta come maestra concertatrice al fianco di importanti direttori. Un percorso particolare, un po’ all’antica, molto interessante sia nel rapporto con l’organico sia con i cantanti. Accompagnandoli al piano, ho imparato a conoscere i loro problemi, dalla respirazione all’intonazione. È stata una lunga maturazione, una lezione di umiltà e dedizione. La prima volta che sono salita su un podio, a Yale con Così fan tutte, avevo 39 anni. Un po’ fuori età per un debutto ma per me era il momento giusto. Dieci anni dopo sono arrivata alla Scala».
Non tutte la pensano come lei, una sua collega ha sostenuto di essere stata messa al bando alla Fenice in quanto donna.
«Non voglio commentare questo caso di cui si è già parlato fin troppo. Per mia esperienza il podio da tempo non è più appannaggio maschile. Non conta il genere, solo la preparazione. E il rapporto che sai instaurare con l’orchestra. La musica si fa insieme. Io non comando, devo guadagnarmi la collaborazione di tutti, dei musicisti dei cantanti e anche dei lavoratori del teatro. Mi piace parlare con i macchinisti, le parrucchiere, le sarte. Il teatro è la mia casa, voglio conoscere ogni suo angolo».
L’anno scorso è diventata direttrice principale alla Royal Opera House di Londra e da settembre a Milano inizierà la sua direzione del festival MiTo.
«Che sarà aperto da Simone Young, direttrice del recente Ring alla Scala. Ventuno anni fa a Vienna avevo collaborato con lei per Le Villi di Puccini. E ora l’ho invitata a MiTo per il War Requiem di Britten».
Direttrice o direttore? Ed esiste una tenuta femminile da podio?
«Vanno benissimo entrambi, chiamatemi come vi pare. Quanto al vestito, bisogna rispettare il ruolo quindi opto per un’eleganza comoda: calzoni e giacca sono l’ideale. Ho una folta capigliatura, che raccolgo in una treccia o in una coda. E tacchi bassi sempre, perché tre ore in piedi pesano. Quelli alti li indosso solo quando esco per gli applausi».