Corriere della Sera, 24 giugno 2026
Gli italiani che fecero l’America
«La nobile dottrina “Tutti gli uomini sono creati uguali”, inserita nella Dichiarazione d’Indipendenza da Thomas Jefferson, fu ispirata dagli scritti di Philip Mazzei, patriota e pamphlettista d’origine italiana, amico intimo di Jefferson». John Fitzgerald Kennedy aveva studiato ad Harvard, amava l’Europa ma non era uno storico. Né un topo di biblioteca. Proprio per questo la sua scelta di citare quel viaggiatore fiorentino tra i padri della sua patria la dice lunga sul peso che gli riconosceva nell’epopea americana...
Più ancora è interessante ricordare dove Kennedy scrisse quelle righe: nel libro A Nation of Immigrants (Una nazione di immigrati) pubblicato nel 1958, due anni prima di candidarsi vittoriosamente alla Casa Bianca. Un saggio che sottolineava la centralità di quell’idea affermata nel titolo e oggi in contrasto insanabile con la trucida xenofobia trumpiana. Lui stesso, John Fitzgerald, come la maggioranza degli americani era nipote di un immigrato partito dall’Irlanda nel 1848...
Era ovvio che, con i ricordi di antiche ostilità anti-irlandesi, il futuro presidente rivendicasse la sua storia familiare. Meno scontato che scrivesse della «forte immigrazione italiana». In particolare degli artigiani arrivati in Virginia a partire dal 1610 per avviare vetrerie e impiantare vigneti e poi dell’afflusso di musicisti e scultori e così via al punto che New York nel 1960 «contava più italiani di nascita o d’origine che Roma». Di più: «l’Italia ha inviato negli Stati Uniti più immigrati di ogni altro paese, a parte la Germania. Più di 5 milioni sono entrati nel nostro paese dal 1820 al 1963».
Uomini e donne straordinari. Che spiccano tra i protagonisti dell’epopea americana che va a compiere 250 anni. Dal librettista di Mozart Lorenzo Da Ponte che diventò il primo docente di italiano al Columbia College all’esploratore Giacomo Beltrami che si spinse fino alle sorgenti del Mississippi e pubblicò il primo dizionario inglese-sioux. Dal fondatore della Bank of Italy (poi Bank of America) Amadeo Giannini all’agente della Pinkerton Charles Angelo Siringo autore del primo libro western di enorme successo: A Texas cowboy or Fifteen Years on the Hurricane Deck of a Spanish Pony. Dal trombettiere del generale Custer a Little Bighorn John Martin (il salernitano Giovanni Crisostomo Martino) al fisico che costruì il primo reattore nucleare a fissione Enrico Fermi. E ancora l’inventore del telefono Antonio Meucci e il padre del microprocessore Federico Faggin e scrittori come John Fante e Don DeLillo e registi come Frank Capra e Martin Scorsese divi di Hollywood come Rodolfo Valentino, Robert De Niro, Leonardo DiCaprio e la mitica Annamaria Italiano, che per evitare l’ostilità antitaliana scelse il nome di Anne Bancroft.
A farla corta: secondo Kennedy (...) «dei cinquantasei firmatari della Dichiarazione d’Indipendenza, diciotto non erano di origine inglese e otto erano immigrati di prima generazione». Italiani? Pare ce ne fosse almeno uno di terza generazione, William Paca, politico, avvocato e poi governatore del Maryland. (...) Certo è il ruolo di Filippo Mazzei, nato a Poggio a Caiano la notte di Natale del 1730 e morto a Pisa nel 1816, medico, commerciante, viaggiatore avventuroso ma più ancora, come scrisse lo storico Raffaele Ciampini, «osservatore acuto di uomini e di cose...».
Illuminista, curioso, costretto a fuggire a Londra perché «denunciato al tribunale dell’Inquisizione con l’accusa infondata di contrabbando di libri proibiti, tanti “da impestarne tutta l’Italia”» come scriverà lui stesso nelle Memorie della vita e delle peregrinazioni del Fiorentino Filippo Mazzei, condannato all’esilio per avere diffuso opere di Voltaire e di Rousseau ma poi «riaccolto nella sua Toscana, grazie al volere del granduca Pietro Leopoldo il cui intento era di sottrarre i propri cittadini al dominio, ormai al tramonto, dell’Inquisizione», spiega Giorgia Costanzo in Conflitti e diplomazia: l’esperienza di Filippo Mazzei tra Europa illuminista e America repubblicana (in «Storia e Politica», 1, 2017, Editoriale scientifica), decise infine di stabilirsi nella «libera» Inghilterra. (...) Il passo successivo («La natura mi diede un forte istinto per la libertà») fu la scelta di varcare l’oceano.
Sbarcato nel settembre 1773 fu accolto dai «personaggi più autorevoli della società virginiana». Tra i quali Thomas Jefferson, avvocato, possidente, illuminista (con la contraddizione di possedere 600 schiavi), appassionato di agricoltura, destinato a diventare l’autore della bozza della Dichiarazione d’Indipendenza e terzo presidente degli Stati Uniti. Un uomo colto che parlava italiano (amava leggere Dante, Boccaccio, Petrarca...) e non solo ospitò l’amico fiorentino nella sua tenuta di Monticello, in Virginia, ma gli concesse l’uso d’una parte dei suoi terreni (chiamata Il Colle, un richiamo alla Toscana) per coltivare vitigni e piante mediterranee. Ma soprattutto introdusse Mazzei tra i collaboratori della «Virginia Gazette» spingendosi a rivedere e correggere i suoi articoli in un buon inglese.
E fu lì, sul «Virginia Gazette» dove si firmava spesso con uno pseudonimo che mischiava inglese e italiano, The Furioso, che scrisse quell’intervento che anticipava in parte la Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776: «Per ottenere il nostro intento bisogna, miei cari concittadini, ragionar su i diritti naturali dell’uomo e sulle basi di un governo libero. (…) Tutti gli uomini sono per natura egualmente liberi e indipendenti...».
Rientrato anziano in Toscana dopo tanti anni all’estero, gli ultimi dei quali al servizio del re di Polonia, si stabilì a Pisa dove tornò ad occuparsi d’agricoltura (talora si firmava «Pippo l’ortolano») e si dedicò alla scrittura di quelle Memorie su citate. Morì a metà marzo del 1916, sei mesi dopo la deportazione di Napoleone a Sant’Elena. Avrebbe voluto essere ricordato, scrisse più volte, come «un gentiluomo cosmopolita». L’omaggio più sentito, però, dopo quello kennediano, gli sarebbe arrivato da un libro di Giancarlo Masini (a lungo corrispondente dall’America del «Corriere» e inventore delle pagine di divulgazione scientifica) e Iacopo Gori. Dove veniva accomunato ai due grandi navigatori toscani in un titolo che diceva tutto: L’America fu concepita a Firenze. Vespucci, Verrazzano, Mazzei e il loro contributo alla concezione del nuovo mondo (Bonechi editore).