Corriere della Sera, 24 giugno 2026
La coperta corta dell’Unione
In Europa, con eco defilata rispetto ad altri temi, è entrata nel vivo la procedura legislativa per il prossimo «Quadro finanziario pluriennale» (Qfp), per il periodo 2028-2034. È un atto cruciale, per capire come intende operare l’Unione europea nel prossimo futuro. Riguarda il bilancio Ue e con una definizione precisa e cifrata, sia delle causali per le possibili spese, sia delle entrate, indica cosa si vuole finanziare nei successivi sette anni, un ciclo piuttosto lungo. Dunque, l’esercizio al di là della natura tecnica, investe la sfera della discrezionalità politica, mettendo alla prova la visione strategica e la capacità di pianificare di chi ha responsabilità di guida a livello Ue.
Già questo dovrebbe solleticare il nostro interesse di cittadini consapevoli, ma non va neppure scordato che all’origine ultima delle entrate Ue ci sono le imposte, a vario titolo, versate da noi contribuenti e dalle imprese. Fra l’altro, sul fronte dei tributi, c’è un secondo atto in itinere che ne delinea dei nuovi, per aumentare le entrate. Può, quindi, giovare comprendere meglio uno scenario di concertazione fra i più delicati che ci tocca da vicino, quali sicuri pagatori del conto e potenziali beneficiari dei suoi risultati.
Le norme dei trattati dell’Unione sui due atti sono chiare. La Commissione predispone le proposte iniziali e le invia al Parlamento europeo e al Consiglio: a fine percorso, la delibera risolutiva spetta solo a quest’ultimo (dove sono rappresentati i governi dei 27 Stati Ue), con voto all’unanimità. Per il Qfp è, però, indispensabile il previo via libera del Parlamento europeo che può negarlo o condizionarlo a modifiche. Le complesse discussioni durano già da un anno e si punta a un accordo per dicembre. L’esito è nelle mani dei governi nazionali che devono dimostrare un’indole negoziale costruttiva: contrapporsi è semplice, specie con il potere individuale di veto che deriva dalla prescritta unanimità, il difficile è convergere su equilibri consensuali.
La ratio del ruolo chiave attribuito al Consiglio (cioè, agli Stati) è duplice: la forte rilevanza politico-programmatica e il fatto che si tratti di soldi. In questi casi, nelle regole Ue, è sempre così ed è un indicatore nodale della natura non federale dell’Unione. Il punto è che, storicamente, i governi dei Paesi membri sono restii ad aumentare un bilancio Ue che ruota intorno all’1% del prodotto interno lordo (Pil) aggregato dei 27. L’attuale proposta di Qfp arriva all’1,26%: un importo irrisorio, se si guarda al bilancio federale Usa pari al 23% del loro Pil. I motivi della consolidata posizione sembrano almeno tre. Il primo, venale, è che nell’odierno sistema, circa il 70% delle entrate del bilancio Ue è versato dagli Stati che attingono ai rispettivi contribuenti. Il secondo consegue al primo e induce ogni governo a misurare il saldo netto del suo dare/avere in ambito Ue e qualora sia negativo, a cercare di ridurlo. Il terzo, è una scelta politica: evitare evoluzioni verso assetti tipici di una federazione. Ne discende un’insidiosa logica egoista e spartitoria fra gli Stati nei negoziati sul Qfp e l’incapacità di accentuarne la valenza di efficace strumento per le esigenze genuinamente comuni.
Tutto ciò non spiega, peraltro, la ritrosia delle istituzioni Ue meno interstatali (Commissione e Parlamento) a mostrare maggiore perizia persuasiva nei confronti del Consiglio e spirito innovativo nell’affrancare il bilancio Ue dalla dipendenza dagli Stati. Un barlume in tale direzione emerge dalle proposte della Commissione per cinque ulteriori fonti autonome di entrata, nuove imposte europee, perlopiù d’intento pro-ambiente, volte a coprire intorno al 20% del fabbisogno. Il difetto è che le pagheranno i soliti contribuenti già oberati a livello nazionale. Mentre non c’è traccia, ad esempio, di un’incisiva tassa Ue sul reddito continentale di chi, adesso, riesce a selezionare il fisco del Paese che preferisce, sfruttando magari favorevoli concordati ad hoc. È palese che ci siano ampi margini per migliorare e chissà se qualche governo e/o i parlamentari europei faranno valere a fondo il loro mandato, non approvando con le giuste ragioni un Qfp deludente. Problema di lungimiranza politica e di volontà, non da oggi latitanti, come si scriveva su queste colonne alcune settimane fa.
Nel frattempo, ma non sugli aspetti riformatori qui evidenziati, c’è gran fermento. Gli Stati membri Ue sono divisi in due gruppi – non nuovi – autodefinitisi «amici della coesione» (16 Paesi, fra cui l’Italia) e «frugali» (6 Paesi, fra cui la Germania), più cinque (fra cui la Francia) meno schierati. I primi, tutti in attivo nel dare/avere del bilancio Ue, salvo l’Italia, vogliono preservare i tradizionali fondi per l’agricoltura e le regioni meno favorite. I secondi sono pagatori netti del bilancio Ue e sostengono sia la sua riduzione, sia lo spostamento di risorse verso priorità ritenute più attuali, come difesa e competitività tecnologica. Poiché la coperta è corta, i toni sono accesi, ma la previsione è che si approdi a un compromesso tipicamente Ue, affinché ciascuno e nessuno sia vincitore. Se non si riuscisse, il funzionamento dell’Unione andrebbe avanti lo stesso, in proroga, con le norme e i massimali previsti per l’ultimo anno del vigente Qfp (il 2027). Pertanto, non è in gioco il blocco totale, ma il pesante smacco politico di un’Europa che fa scelte errate e con noi dentro, perde ancora terreno nella competizione globale incalzante.