La Lettura, 21 giugno 2026
Intervista a Nelio Biedermann
Il nuovo Mago non era ancora nato quando le Torri Gemelle sono crollate a New York. Non c’è traccia del secolo defunto, nella biografia di Nelio Biedermann, nato appunto nel 2003, non fosse che il romanzo che l’ha catapultato come una stella oltre la Svizzera e la Germania – fino ad accendersi nel cielo americano, come il primo grande autore della sua generazione —, ha i tratti classici del Novecento, e uno stile che ha assorbito i grandi maestri, da Thomas Mann a Marcel Proust.
Prendete l’attacco: «Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre». Quanta ambizione, quanta suspense e quanta magia – insomma, quanta promessa – è riuscito a mettere in quattro righe, che senza timidezze si candidano a essere un incipit memorabile?
«Uno scrittore veramente grande è entrato in scena, nel pieno controllo delle proprie capacità», sentenzia il suo collega tedesco più illustre, Daniel Kehlmann. Fin dal titolo, Lázár, è una storia di famiglia, che si dispiega per più generazioni – piena di caratteri memorabili e scene avvincenti. Una famiglia nobile ungherese (in parte la sua) che vive ai margini dell’Impero asburgico in disgregamento, poi travolta dal nazismo e dal comunismo. Una storia – in 300 pagine – sulla forza della distruzione, a cui è impossibile opporsi, nonostante i tentativi che si mettono in atto, dall’amore ai sotterfugi.
La stampa tedesca ha consacrato il suo Wunderkind, c’è chi ha parlato di capolavoro («Faz»), la «Zeit» l’ha paragonato al Thomas Mann poco più che ventenne dei Buddenbrook, tesi contestata dal «New Yorker». Critici e lettori si sono scatenati alla ricerca di citazioni e allusioni, di cui il libro è pieno salvo scorrere in modo ipnotico e naturale. Lázár fece parlare di sé già prima della pubblicazione nel settembre 2025: se lo contesero 7 editori tedeschi in un’asta milionaria, fu l’evento della Fiera di Francoforte, è tradotto in 22 Paesi (in Italia uscirà a settembre per Guanda con il titolo I Lázár ). I numeri sono segreti, ma già nei primi tre mesi ha venduto 200 mila copie, ad aprile ci sono stati i tour nel Regno Unito e a New York: a un evento la presentatrice era Patti Smith.
Nelio Biedermann è una rockstar letteraria della Gen Z. Ma è anche un ragazzo di 22 anni, iscritto all’università di Zurigo dove studia letteratura e cinema. E questa è la sua prima intervista italiana. «Ecco il mio indirizzo, vieni alle 10.30?». Un normale palazzo anni Trenta non lontano dal lago, su una strada attraversata dal tram, dove vive con la sorella e un amico. Compare alla porta, i pantaloni neri larghi che sfoggiava in una foto a New York, il baffetto sottile biondo come un marchio di stile. Ha scritto il romanzo a mano. «Vuoi che ti mostri il manoscritto? Non l’ha visto nessuno fino a ieri, quando è stata qui una troupe Usa». Una pila di fogli A4, scrittura inclinata a destra, poche cancellazioni. Quando si siede al tavolo in cucina, sotto il maglione e la collana, i muscoli del torace e delle braccia si tendono, come nel suo personaggio Pista che faceva flessioni per ingrandire il corpo di adolescente. Sull’anulare brilla un anello con una pietra nera. Come negli scambi di messaggi, usa il Du tedesco: allora, contro le consuetudini, sono mantenuti anche in questa conversazione – per non fargli torto, per non inserire un’artificiosità, un distacco che gli sono estranei.
Perché scrivi di famiglia? Si potrebbe citare Tolstoj: tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice...
«Credo sia un grande tema perché tutti hanno una famiglia. È impossibile che in una famiglia non ci siano storie; inoltre, contiene un enorme potenziale di conflitto. La mia, poi, è stata una fonte d’ispirazione particolare. I miei compagni di scuola non avevano nonni cresciuti in castelli o costretti a fuggire in Svizzera».
Sei davvero un barone?
«In realtà, sì. Ho ancora l’anello con il sigillo, ma non so come funzioni davvero, se si possa perdere il titolo. Certo, non ho più il “von”, non sono più “von Biedermann”. Ma in realtà credo che baroni si resti».
Origini simili cambiano la prospettiva sul mondo?
«Penso di sì. Sai, io non sono cresciuto da aristocratico. In Svizzera non esiste una nobiltà. Ma nel libro, i personaggi sarebbero diversi se non fossero vissuti nella tenuta, dietro i muri. Quel mondo mi interessava, perché pur essendo ispirato alla mia famiglia, mi era estraneo. Aveva qualcosa di fiabesco».
C’è un forte conflitto tra padri e figli.
«Se nella vita una persona ti è antipatica, ti puoi allontanare, ma dalla famiglia non puoi. Si resta legati gli uni agli altri, ci si riconosce nell’altro. Il figlio che disprezza il padre, ma continua ad amarlo; o i padri che odiano nei figli le debolezze che sanno essere proprie».
Il castello, il bosco sembrano quasi dei simboli.
«Lo sono. Ero consapevole di non avere una figura principale, i personaggi compaiono e scompaiono. Per questo, volevo che esistessero anche figure non umane: il bosco, il castello, il tempo che passa o la letteratura stessa. Li ho davvero concepiti come figure: il castello vive di ricordi e divora le lettere; il bosco inghiotte esseri umani. Possono preservare dal caos del mondo esterno, ma sono minacciosi: quest’ambivalenza mi affascina».
Daniel Kehlmann dice di sé di non essere un autore completamente realistico.
«Trovo problematica la distinzione tra letteratura realistica e non. O i tentativi di dare etichette come realismo magico. La letteratura diventa interessante, quando supera esattamente quel confine. Nessuno l’ha mostrato meglio di Kafka: si è avvicinato a certe verità proprio attraverso l’elemento irreale, fiabesco e fantastico».
Negli ultimi anni non si parla che di autofiction. Una narrativa fortemente autobiografica, molto consapevole di sé stessa.
«È curioso, perché a me piace moltissimo leggerla. Karl Ove Knausgård è uno dei miei scrittori preferiti, lo trovo straordinario: ma anche nell’autofiction c’è tensione tra realtà e invenzione. Lui per esempio descrive la propria vita in modo molto preciso attraverso la memoria: ma la memoria già di per sé non è realistica. Certo, potevo anche raccontare le mie ricerche sulle tracce della mia famiglia. Ma era più potente mostrare direttamente i personaggi e accompagnarli».
Meglio un romanzo classico...
«Non credo che sia l’unica forma possibile. Ma per questa storia era la forma migliore. Non scriverò sempre romanzi storici. Mi affascina chi è capace di scrivere in modi diversi, come per esempio Christian Kracht».
Nelle pagine c’è violenza psicologica, gli stupri, ma anche la devastazione della Storia. La violenza è il motore che muove il mondo?
«Non credo che sia la forza che muove gli esseri umani. Esiste un naturale istinto di resistenza all’esercizio della violenza: per questo ci sono i plotoni di esecuzione, per non sapere di chi è la pallottola che ha ucciso. Vale perfino per i campi di concentramento: la responsabilità viene frammentata. Credo però che spesso la violenza sia il mezzo con cui si perseguono degli obiettivi. E quando uno vuole raggiungere uno scopo a tutti i costi, è disposto ad accettarla come prezzo da pagare. Era una parte integrante di quel periodo storico. E mi interessava la violenza nelle famiglie e quella sessualizzata. Inevitabilmente, se è così presente nella vita di tutti i giorni, in guerra assume proporzioni devastanti».
Il sesso, e i sentimenti amorosi, sembrano i nostri. Una scelta consapevole?
«Joseph Roth o Thomas Mann hanno raccontato quell’epoca molto meglio di quanto potrei fare io, semplicemente perché l’hanno vissuta. Sarebbe stato inutile cercare di imitarli. Ma se scrivi di fatti storici, ti poni la domanda: che cosa ho da aggiungere? Dovevo trovare una soluzione alla lingua, né troppo moderna né antiquata. Alla fine sono arrivato alla conclusione che potevo scrivere questo romanzo soltanto introducendo una prospettiva contemporanea. E quindi mi sembrava importante parlare di mascolinità o sessualità. In Thomas Mann la sessualità è sempre presente, ma non poteva scriverne apertamente. Io volevo renderla esplicita».
Il protagonista, Lajos, non perde solo il futuro, ma anche la propria identità. C’è un’identità di classe?
«Per la famiglia di Lajos le due cose sono inseparabili. Da un giorno all’altro, con il comunismo, scompare la classe cui lui appartiene, e con essa perde la sua identità. Per molto tempo non ho capito quanto fosse traumatico. Non mi interessava tanto cosa succede quando si perde tutto sul piano materiale: la casa, il denaro, la posizione sociale. Ma cosa questo provoca alle persone. Era la mia domanda fondamentale: che cosa la Storia fa agli esseri umani».
Hai affrontato sia il nazismo che il comunismo. Come hai fatto in sole 300 pagine?
«Ho sperimentato molto. Il libro pubblicato è il quinto tentativo. Ho capito di doverlo collocare tra il 1900 e la fuga in Svizzera nel 1956: i limiti naturali per la mia famiglia. Per il comunismo era più facile: lo conoscevo dai racconti di mia nonna».
E il nazismo?
«Sono tornato a Budapest da un mio prozio per le ricerche. Conserva un piccolo archivio di famiglia con album degli anni Venti, Trenta e Quaranta. In una fotografia del 1944 compare suo padre in uniforme: un aristocratico, ricopriva certamente una posizione importante nell’esercito. Ma il mio prozio non sapeva spiegarmi il suo ruolo durante la guerra: come in molte famiglie, non se ne parlò più. Eppure, quella fotografia fu sufficiente a mettere in moto la mia immaginazione, non stavo scrivendo un saggio storico. E mi stava a cuore mostrare che l’Ungheria non era stata semplicemente una vittima della Germania nazista: una tesi tornata in voga nell’era di Viktor Orbán. Una falsificazione pericolosa».
Il romanzo vive di citazioni e allusioni. In un certo senso è anche un romanzo sulla letteratura.
«Assolutamente. A me viene così. A volte provo deliberatamente a non inserire riferimenti letterari, ma non funziona. Si scrive inevitabilmente di ciò che si ama».
Sono state trovate tracce di E. T. A. Hoffmann, Woolf, Proust, Joseph Roth, Mann. L’avventura extraconiugale di Lajos con Virag è un omaggio a Bloom/Ulisse di Joyce?
«Sì, è proprio così. È un omaggio. Volevo mostrare i libri che mi hanno formato. Mi piace quando altri autori fanno dialogare le opere tra loro. Mi piace, da lettore, il senso di scoperta: “Ecco, deve aver letto quel libro”. D’altra parte, come autore è divertente nascondere gli indizi, come in un gioco. Mi è stato detto a una presentazione che me ne vanto. Ma se avessi voluto dare sfoggio delle mie letture, avrei potuto fare ben di più».
Libri preferiti? E quelli fondamentali?
«È diverso. I libri importanti per il romanzo li abbiamo citati. Quello che mi ha spinto a voler scrivere è stato Lo straniero di Albert Camus».
Quando hai capito di voler diventare uno scrittore?
«Credo che il desiderio sia nato quando avevo sedici anni. Non lo dicevo a nessuno. Avevo paura di parlarne. Non è una professione che si possa semplicemente decidere di fare».
La tua famiglia come ha reagito al romanzo?
«Sapevano di cosa scrivevo. Il libro gliel’ho mandato prima di partire per il Messico. Mio padre mi chiamò, il lato nobiliare è il suo, e disse: non rappresenta affatto la nostra famiglia. Due settimane dopo ritelefonò: “L’ho riletto, mi devo correggere: è davvero la storia della nostra famiglia”. Era il complimento più bello. Che neanche chi conosceva tutta la storia fosse in grado di distinguere cosa appartiene alla memoria e cosa alla finzione».
I tuoi genitori avevano paura per te?
«Credo come tutti i genitori. All’inizio, volevo entrare in un istituto di scrittura creativa, ma non fui ammesso. Adesso mi invitano a tenere conferenze... Mi hanno sempre incoraggiato. Però una volta, avevo 17 anni, mia madre mi lasciò sul tavolo un foglio di giornale. Spiegava in dettaglio quanto poco guadagnassero gli scrittori. Ricordo che le risposi: a meno che uno non scriva un libro che comprano così tante persone da diventare ricco. Avevo in mente Il profumo di Patrick Süskind».
Sei il primo scrittore star della tua generazione.
«Per fortuna, nella vita quotidiana riesco quasi del tutto a dimenticarlo. Poi certo, magari uno sul tram mi chiede un selfie e allora penso: che cosa ho detto, cosa avrà sentito? Ma non credo di poter parlare a nome di una generazione. E so che non durerà, arriveranno presto altri autori che stanno già scrivendo i loro libri, la situazione tra qualche anno cambierà».
Tu farai il romanziere. Ma tra 20, 30 anni saremo ancora qui a parlare di romanzi scritti dagli esseri umani?
«È una domanda enorme, l’intelligenza artificiale. Ma tocca tutti i mestieri, inutile preoccuparsi troppo. Forse le persone vogliano vedere, sperimentare cose scritte dagli esseri umani. Prendiamo gli scacchi: ogni computer può battere i migliori giocatori al mondo, eppure gli scacchisti non sono mai stati così popolari. E poi, è il processo di scrivere che mi interessa».
Nelio, come fai a capire ciò che non hai vissuto?
«In parte dipende dall’immaginazione. Fin da bambino ho osservato molto: e se riesci a immedesimarti, non hai bisogno di vivere direttamente ogni situazione. Naturalmente, la letteratura aiuta. Credo che sia Houellebecq ad aver detto che gli esseri umani sono troppo complessi per limitarsi a vivere una sola vita».