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 2026  giugno 21 Domenica calendario

Geova non vale meno di Buddha

All’unanimità, l’11 giugno, sette giudici della Corte di Strasburgo hanno ritenuto discriminatoria l’esclusione dei testimoni di Geova dai vantaggi – soprattutto il finanziamento pubblico attraverso l’8 per mille – di cui godono la Chiesa cattolica e le tredici confessioni che hanno un’intesa con lo Stato italiano. Davanti alla Corte europea il nostro governo ha cercato invano di difendere il sistema. L’intesa necessaria per beneficiare dell’8 per mille non è un diritto, ha spiegato il nostro rappresentante, e nessuno può sindacare l’esecutivo che non tratti o non firmi, o ancora il Parlamento che non trasformi l’intesa in legge; neppure l’8 per mille, di conseguenza, è un diritto e lo Stato è libero di selezionare – senza doversi giustificare – chi vi accede e chi no. Il governo ha menzionato il rifiuto delle trasfusioni di sangue da parte dei testimoni di Geova e la loro astensione dal voto come valide ragioni per negare i benefici e ha insistito sul fatto che la libertà religiosa è pienamente tutelata anche senza intesa.
Il ragionamento funziona a Roma, ma non ha funzionato a Strasburgo. Per la Corte europea il problema delle trasfusioni è stato risolto da tempo e la posizione sul voto, nel pieno rispetto dell’autorità pubblica, non può essere decisiva. Di qui la conclusione: lo Stato italiano non è stato capace di giustificare perché i testimoni di Geova meritino un trattamento peggiore dei pentecostali e degli avventisti, dei buddhisti e degli hindu. Non hanno aiutato venticinque anni di tentennamenti e le ben tre intese con i testimoni di Geova che il governo ha firmato nel 2000, nel 2007 e nel 2014 e che il Parlamento non ha poi voluto votare senza spiegare perché. Dunque, se a Roma pesa di più la discrezionalità dello Stato nella scelta di chi premiare, a Strasburgo pesa di più il diritto a non essere discriminati senza una «giustificazione oggettiva e ragionevole»; se a Roma la questione dell’intesa è procedurale, a Strasburgo, intesa o non intesa, la questione è sostanziale: si possono anche trattare diversamente confessioni diverse, ma oltre la soglia di quanto è ragionevole e obbiettivamente fondato, il diverso trattamento è discriminatorio.
Naturalmente la decisione dei giudici di Strasburgo non è la fine del mondo. A parte i diciottomila euro di risarcimento che dovrà pagare il governo, è difficile immaginare scossoni. Anche perché la Corte di Strasburgo non è un’altra Corte costituzionale: il suo giudizio vale solo per il caso concreto.
Nondimeno la sentenza è l’occasione per riflettere sul nostro sistema. Per decidere dove vogliamo andare prima che altri decidano per noi. Non deve ingannare, in proposito, la portata apparentemente limitata del caso. Qui non sono in ballo solo i duecentocinquantamila testimoni di Geova italiani e neppure solo i fedeli sikh, ortodossi e musulmani ancora senza 8 per mille. La politica religiosa è lo specchio di un Paese: tanto più, come ora nel nostro, quando la Chiesa tradizionale è in crisi, quando si affacciano religioni immigrate visibili ed esigenti, quando crescono nuove generazioni senza fede per scelta o per ignoranza. Dietro i diritti dei testimoni di Geova, c’è un mondo; il nostro mondo. E c’è un futuro che si prepara. È sempre stato così, del resto, con i testimoni di Geova: con il rifiuto dell’idolatria di massa, nei campi di concentramento nazisti, hanno costruito la democrazia, con il rifiuto delle armi, nel carcere militare di Gaeta, ci hanno dato l’obiezione di coscienza; e anche con il rifiuto delle trasfusioni – per quanto opinabile e rischioso – hanno comunque contribuito al consenso ai trattamenti e alla ricerca di alternative al sangue.
Su scala globale, respingono tutt’ora con immutato rigore i diktat delle dittature nazionaliste e le ipocrisie del dialogo interreligioso, le lusinghe della destra religiosa, sempre pronta ad appropriarsi di Dio, e quelle della sinistra anti-religiosa, sempre pronta a camuffarsi pur di avere il voto dei credenti. Quel rigore, naturalmente, ha un prezzo: sono attualmente 278 i testimoni di Geova detenuti nel mondo, in Russia e in Eritrea, a Singapore, in Corea del Sud e in Ucraina. Da noi quel rigore può sconcertare chi sta comodo in un cattolicesimo a bassa intensità o chi agogna una società senza credenti. Può anche suscitare opposizione, quel rigore, purché, ha dovuto ricordarci la Corte europea, non si risolva in discriminazione.
A lungo prima del 2016, quando presentarono ricorso a Strasburgo, e poi in questi dieci anni, mentre la stessa Corte teneva sospeso il giudizio in attesa che lo Stato italiano battesse un colpo, i testimoni di Geova hanno atteso pazienti una risposta politica. È arrivata, infine, la risposta giudiziaria, l’ennesima a loro favore, la prima contro l’Italia dopo le 96 precedenti contro Paesi sottoposti al vaglio della Corte. Adesso sta a noi decidere se ignorare il segnale oppure se far tesoro del ragionamento dei giudici europei. Il nostro sistema è in fondo vittima del suo successo. Dopo la Seconda guerra mondiale pochi nell’Europa occidentale, forse nessuno, ha fatto tanto: i privilegi cattolici sono stati ridimensionati e in gran parte rimessi alle scelte dei cittadini, l’autonomia delle confessioni religiose è tutelata come da poche altre parti, il finanziamento pubblico dell’8 per mille, pur non senza zone d’ombra, è un modello di pluralismo democratico. Proprio perché s’è fatto tanto, è però sempre meno giustificabile che si lasci fuori qualcuno. Se il Parlamento approverà l’intesa con la Diocesi Ortodossa Romena d’Italia firmata dal governo il 21 febbraio 2025, verrà un segnale significativo nella giusta direzione. I circa 900 mila fedeli ortodossi romeni equivalgono infatti all’insieme dei fedeli delle tredici confessioni con intesa. Sarà anche necessario procedere con serietà nell’interlocuzione con le varie comunità islamiche e con gli stessi atei e agnostici. Da tutti è necessario uno scatto di responsabilità. Dai vescovi cattolici dovrà venire una presa di posizione finora mancata in generale e in particolare proprio sui testimoni di Geova. Da ogni comunità religiosa dovrà venire uno sforzo di dialogo con tutti gli italiani, oltre gli interessi confessionali di bottega. Spetterà tuttavia alla società civile dire la cosa più importante: ai leader religiosi, che non si tollerano arretramenti su libertà e diritti semmai da consolidare e da promuovere; e ai leader politici, che i nostri fedeli, le nostre religioni, nella loro diversità, non sono in vendita.