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 2026  giugno 21 Domenica calendario

La sofferenza di musei e musicisti inglesi

Se la Germania tra il 1960 e il 1962 rappresentò per i Beatles un trampolino di lancio, oggi prima di partire i Fab Four di Liverpool avrebbero bisogno di un’autorizzazione Etias, del modulo A1 per evitare la doppia tassazione, del Carnet ATA per gli strumenti, del certificato CITES, dell’assicurazione medica, del passaporto e possibilmente di un permesso di lavoro. E guai a trascorrere in Europa più di 90 giorni nell’arco di 180. La creatività non riconosce frontiere geografiche o politiche, ma la Brexit ne ha limitato l’espressione tagliando l’accesso a fondi europei e imponendo una serie di misure burocratiche che rendono proibitivi i costi e allungano a dismisura i tempi di realizzazione di progetti di ogni tipo.
«La cultura è la connessione più efficace e potente che abbiamo in Europa, l’espressione vivente della condivisione di valori e cooperazione», sottolinea l’associazione Cultural Exchange Coalition, creata proprio per tutelare i contatti tra il settore culturale britannico e quello europeo dopo l’uscita dall’Unione Europea. La sua musica, i suoi musei, i suoi teatri sono una parte importante dell’immagine del Regno Unito, eppure il settore culturale non figura quasi negli accordi per la Brexit.
«Se oggi siamo in questa situazione non è per via di un piano strategico ma di un’omissione, di una svista», ribatte Hanna Madalska-Gayer, dell’associazione delle orchestre britanniche. Musicisti, attori, teatri, cantanti, solisti e tutte quelle istituzioni su cui si fonda il soft power del Paese, durante le negoziazioni non sono stati considerati una priorità: «I problemi che abbiamo oggi sono esattamente quelli che avevamo segnalato dieci anni fa, subito dopo il referendum. C’è un dialogo e c’è buona volontà da parte dell’esecutivo, ma mancano azioni concrete».
Il settore culturale genera circa 40 miliardi all’anno per l’economia del Paese. Nonostante questo, rileva un sondaggio di Art Infopoint, il 56% delle associazioni culturali segnala un impatto decisamente negativo del divorzio dall’Unione Europea sulle capacità di raggiungere iniziative estere e, con loro, un nuovo pubblico; mentre il 76% sostiene che sia difficile mantenere cooperazioni già esistenti. Tra i problemi principali c’è quello logistico, la necessità di visti e documenti che il partito laburista, quando era all’opposizione, si era impegnato a snellire e che invece non accenna a diminuire. I problemi sono gli stessi, che si tratti di musei, cinema, teatro o musica.
«I nostri attori da sempre considerano l’Europa un terreno fertile, un territorio dove formarsi», aggiunge Matt Hood, direttore di Spotlight, agenzia che gestisce una piattaforma digitale per attori tra le più quotate a livello internazionale. «Già ai tempi di Shakespeare era chiara l’importanza di incontrare un pubblico diverso per aprire i cuori e le menti a nuove opportunità e inediti punti di vista». Ora il passaporto conta quanto il talento: «Chi non ha la cittadinanza europea viene escluso a priori da tanti progetti», spiega Euan Livingstone, un agente della Global Artists. Per un regista o un produttore estero, un attore britannico rappresenta infatti un rischio: nel caso di un film o di uno spettacolo teatrale che possa comportare uno spostamento dal Regno Unito, la mole di documenti da affrontare è un problema in più. «È una barriera che ha un effetto negativo soprattutto per i giovani, i grandi del domani, che faticano a trovare un primo sbocco professionale».
Il piano del governo per il settore creativo (Creative Industries Sector Plan) – annunciato esattamente un anno fa, il 23 giugno 2025, nell’ambito di un programma decennale con l’obiettivo di «rendere il Regno Unito la prima destinazione per gli investimenti nella creatività e l’innovazione» – identifica il mondo degli spettacoli dal vivo e della musica in generale come una priorità e posiziona le orchestre del Regno Unito tra i primi otto fattori per l’aumento della crescita. Eppure, per via del peso burocratico e finanziario che l’assetto post-Brexit comporta, le tournée in Europa sono diminuite del 30%. «Sicuramente hanno contribuito anche altri fattori, ma l’Europa è la destinazione più importante, oltre ad essere la più vicina – precisa Madalska-Gayer —. Le tournée all’estero rappresentano una parte importante delle attività e della struttura finanziaria delle nostre associazioni, gli introiti guadagnati all’estero spesso vengono usati per progetti nel Regno Unito e tutto questo, inevitabilmente, viene ridotto».
Il Regno Unito è il secondo esportatore di musica dopo gli Stati Uniti, con entrate pari a circa cinque miliardi di sterline all’anno; ma con l’assetto attuale il futuro è di nuovo incerto. A dieci anni dal referendum, trovano conferma gli allarmanti pronostici di Elton John, così come le parole di Noel Gallagher, dei Radiohead, dei Chemical Brothers – la Brexit comporterà un cambiamento radicale nelle esperienze a disposizioni degli artisti britannici. Detto, fatto.
Hanno risentito dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea anche i grandi musei del Paese: il turismo in arrivo dall’Ue mostra segni di ripresa, ma rimane in flessione nel numero dei giovani europei che attraversano la Manica. Le due Tate di Londra (Modern e Britain) nel 2025 hanno registrato un calo del 27% delle visite rispetto al 2019. L’ex direttrice Maria Balshaw ha le idee chiare: «Queste cifre indicano che la Brexit e il Covid hanno cambiato il modo in cui i ragazzi si rapportano al Regno Unito». Secondo ricerche interne, infatti, sono crollate, in particolare, le visite delle scolaresche e dei gruppi universitari europei, probabilmente anche perché oggi per raggiungere il Regno Unito è necessario il passaporto: la carta d’identità non basta più. «I visitatori britannici sono tornati più o meno agli stessi livelli del 2019, quelli internazionali sono soltanto il 61% di quelli di allora». A rafforzare il concetto, spulciando i dati di Alva (Association of leading visitors attractions), si nota che sono in calo di circa il 20% rispetto a prima della Brexit i visitatori europei in tutte le principali attrazioni del Regno Unito.
Pochi giorni fa, un nuovo rapporto del ministero della Cultura, dei media e dello sport, realizzato a conclusione di una serie di indagini condotte con i leader del settore, ha sottolineato che il governo deve fare di più per aiutare il mondo culturale a rafforzare e semplificare le collaborazioni con l’Europa e in particolare deve riallacciare i legami con Europa Creativa, il programma ufficiale dell’Ue per il sostegno della cultura. «Non si tratta di rinegoziare la Brexit, ma di affrontare quei temi che inizialmente non erano stati analizzati», ha precisato l’autrice, la deputata Caroline Dinenage, esponente del Partito conservatore.