Domenicale, 21 giugno 2026
Il regista camp in odio a Billy Wilder
Carol Lombard, manicure in cerca di miliardario, in preda a una crisi di singhiozzo, Jean Arthur graziata da una pelliccia di zibellino volata giù da un grattacielo, Claudette Colbert assopita in un letto del Ritz senza un soldo in tasca. Tre celebri interpreti per tre commedie, il cui sapore è facilmente immaginabile, al servizio di un autore che non ci aspetteremmo meno noto di McCarey o di Hawks, ma ugualmente estroso.
La politica degli Studios hollywoodiani non ha mai favorito la trasversalità delle funzioni. Alla regia approdavano tutt’al più gli sceneggiatori, mai o quasi mai, le altre maestranze. Eppure un costumista, arredatore, e più tardi scenografo, ebbe in sorte d’essere uno dei più celebri registi negli anni trenta e quaranta, capace di firmare 39 film e di venire acclamato re della commedia sentimentale, versione Paramount. A scoprire le originarie doti di Mitchell Leisen fu B. DeMille, che gli affidò gli abiti babilonesi art déco per Gloria Swanson in Male Female. In seguito Leisen vestì fantasiosamente Mary Pickford e Douglas Fairbanks, e firmò, per più di un decennio, scenografie memorabili (King of Kings, Madam Satan) segnate da eccessi e stravaganze. Divenuto regista seppe dare vita a una commedia da salotto costantemente nutrita di invenzioni visive, ora sdolcinata ora provocante, dove convivevano sentimentalismo e humor e in cui le più grandi star del momento (MacMurray, de Havilland, Milland, Stanwyck, Russell, oltre a Colbert e Lombard) si trovavano a proprio agio.
Nella sua personalescrewball comedy (quasi un peculiare sottogenere) la battaglia dei sessi, i folli malintesi, il ribaltamento dei ruoli, la disomogeneità sociale erano declinati puntando più al graffio immediato – consono allo spiccato tocco queer – che alla riflessione amara. Anche se le pieghe di creazioni fantasmagoriche, talvolta grossolane, lasciano intravedere qua e là sprazzi di realtà cruda. Quasi farciture del mondo vero nel regno dell’artificio.
All’epoca baciato dal successo, Leisen è stato in seguito considerato a lungo artigiano minore, autore di pellicole romantiche depositate sul fondo da una memoria ingiusta. Da qualche tempo, però, le sue opere vengono rilette secondo un gusto aggiornato. Al nuovo apprezzamento contribuisce la cifra camp rintracciabile nell’ eccessiva sottolineatura decorativa e sensuale del suo cinema: l’ossimoro di elegante volgarità che gli ha alienato le simpatie della critica è divenuto recentemente plauso cinefilico.
Alla riscoperta di Mitchell Leisen (a cura di Ehsan Khoshbakht) è una delle proposte più allettanti della quarantesima edizione del Cinema Ritrovato (a Bologna fino al 28 giugno): quattordici film per prendere confidenza con un autore sui generis, le cui opere abbiamo intravisto in passaggi tv, ma che mai sono stati presentati organicamente. Sarà l’occasione per andare al di là dei celeberrimi Hands across the table (1935), Easy living (1937), Midnight (1939), in cui l’ingranaggio degli equivoci e dei paradossi è esaltato da un’attenzione al dettaglio maniacale e dove l’impeccabile senso della composizione armonizza comicità e melodramma. Nella “trilogia” Leisen si libera delle rigidità degli inizi dovuta all’origine teatrale delle prime prove (da non mancare né Cradle song, 1933, tortuoso dramma ambientato in un convento di clausura, né la commedia nera Death takes a holiday (1934), sorta di prequel di Vi presento Joe Black) e dispiega un ventaglio di situazioni limite iscritte in un assurdo personale dalle tonalità frivole e giocose. Disinvolto nei ruoli di genere (il maschile Lombard vs il femminile MacMurray), Leisen disegna coppie dall’attrazione sessuale palpabile, accentuata dalla disparità patrimoniale e dalla rischiosità delle situazioni. Gli accenni arditi dimostrano una libertà fuori del comune concessagli in piena epoca di codice Hays.
L’ampia rassegna bolognese permette di cogliere in toto la duttilità del regista, che da vero director di studio ottemperò a tutte le sollecitazioni delle major non indugiando a mettere da parte la commedia per prestarsi a generi diversi: al varietà burlesque in Murder at the Vanities (1934) al dramma bellico in Hold back the dawn (1941), al tetro noir (da Woolrich) in No man of her own (1950). L’appoggio incondizionato degli Studios e la sua personale affermazione gli permisero anche di lambire – a suo modo – temi scabrosi. Come i rapporti sadomasochistici di Swing high, Swing low (1937, inedito in Italia) e le venature freudiane di Lady in the Dark (1944) – entrambi iscritti, seppur diversamente, in una cornice musicale. Sceneggiatore più abile che dotato, non esitò a stravolgere gli script propostigli dalla Paramount. Lo fece anche con quelli di Billy Wilder (con Charles Brackett) e di Preston Sturges – sei in tutto – che gliene vollero più del dovuto. I due detestavano la componente allusiva e maliziosa con cui Leisen addolciva le situazioni e smussava i loro dialoghi. Si dice che fosse stata propria questa insofferenza a spingerli a mettersi in proprio dietro la macchina da presa: per molto tempo è stato questo il merito più rilevante ironicamente ascritto a Leisen.