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 2026  giugno 21 Domenica calendario

Oro svizzero, quante avventure!

Problema: dati 22mila lingotti d’oro, 12mila sacchi di monete e 67 autocarri, quanti viaggi ci vogliono per dislocare tali ricchezze dai caveau del centro di Berna alle fortificazioni del San Gottardo? Sembra un quesito scolastico per fanciulli elvetici, eppure da esso dipendeva la sicurezza economica dell’intera Svizzera, specie quando si trovò stretta tra la Germania nazista e l’Italia del Duce. Infatti, se un tempo ori e denari erano difesi da banche con facciate monumentali e porte corazzate, la guerra aerea rese tutto più fragile, suggerendo di celare le riserve auree nelle più profonde cavità alpine.
Così Erich Blumer, capo tesoriere della Banca Nazionale, individuò il presidio di Fort Bühl, un labirinto di spazi scavati con la dinamite a 1.400 m di quota, tra il Ponte del Diavolo e il paradiso turistico di Andermatt. Non fu solo una scelta militare, ma una più sottile costruzione immaginifica di sicurezza percepita: mentre il neoclassico (e inespugnabile) Fort Knox rassicurava gli Usa sulla solidità del dollaro, il forte elvetico usava la mitologia alpina come garante del franco.
Trent’anni dopo, i banchieri svizzeri affronteranno problemi dello stesso tenore, ma in una geopolitica mutata: 8,4 tonnellate d’oro, ovvero 670 lingotti appena fusi, da prelevare a Johannesburg e trasferire in patria con uno dei gold flights della Balair. Il volo partì da Zurigo il 1° luglio 1969, guidato da Hans Kuhn, ex pilota militare sopravvissuto a vari schianti. Alpi, Mediterraneo e il Sahara fino al Niger, dieci ore più tardi, dove rifornirsi e decollare alla volta di Luanda, in Angola, per rifocillarsi con qualche aragosta e dormire (poco, causa scarafaggi) nel casinò locale, prima dell’ultimo tratto. Ad aspettarlo, in Sudafrica, un bikini-bar per hostess e piloti, ma soprattutto il pregiato carico da proteggere, sulla via del ritorno, elargendo whisky, sigarette e denaro frusciante.
Sono solo due delle avvincenti storie che non vi aspettereste in un rigoroso saggio di storia dell’architettura che tracima in realtà in varie altre discipline, dedicato ai luoghi innanzitutto, ma anche ai personaggi – degni di Dürrenmatt e Max Frisch – e alle trame attraverso cui la Svizzera ha comprato, conservato, difeso, traslocato e venduto il proprio Schweizergold. Ma la lettura del libro – scaricabile gratis: non male per un argomento così prezioso! – ne svela molte altre: miniere d’oro, uranio e radiazioni; un bunker d’emergenza per il Consiglio Federale, arredato con sedie Thonet, tappeti persiani e un quadro di Segantini per supplire alla mancanza di finestre; operazioni di camouflage militare ispirate a Picasso; centraliniste consacrate alla gold line tra Zurigo e Londra; castelli e grand hôtel tramutati in archivi segreti; nonché James Bond che scia sotto al Piz Gloria. Oltre che per la meticolosità della ricerca e per lo storytelling, il volume è lodevole per l’efficace triangolazione tra storia economica, storia dell’architettura e storia culturale, pensata per «demistificare alcune delle narrazioni dominanti che circondano l’oro svizzero» e «aprire una breccia nella proverbiale riservatezza svizzera, portando alla luce non solo una storia alternativa di come e dove abbia preso forma la sua leggendaria eccezionalità, ma anche a spese di chi il metallo prezioso sia stato commerciato, trasportato e custodito». Tra architetture d’autore e spazi anonimi, l’autore ripercorre infatti argomenti come la «neutralità economica» che fece fare affari d’oro (razziato) con la Germania nazista; la connivenza con il Sudafrica dell’apartheid, a cui la Confederazione erogò ingenti capitali per fomentare l’industria aurifera; così come sfruttamenti più vicini a noi. In Ticino, negli anni 70 i frontalieri lavoravano nelle raffinerie per il doppio del salario di un insegnante in Italia, ma respiravano i fumi del cadmio e del mercurio: «qui, in questi anonimi capannoni industriali, a 1200 gradi Celsius non si dissolvevano soltanto le impurità metallurgiche dell’oro, ma anche le sue macchie metafisiche: le tracce delle persone e dei luoghi che avevano pagato un prezzo altissimo per estrarlo».
Pagina dopo pagina, la difesa nazionale diventa dunque manovra d’attacco sferrata all’unisono da banchieri, militari, politici, ingegneri, architetti e pure artisti per consolidare l’identità e l’economia della Confederazione, attraverso costruzioni reali e mediatiche, entrambe fondamentali. Secondo diversi studiosi, infatti, le scene di James Bond sulle nevi elvetiche, negli anni 60, favorirono la percezione della Svizzera come luogo ideale per custodire tesori. Ma c’è una questione, sollevata quasi un secolo fa da Stefan Zweig, che ancora non ha sufficiente risposta. «Visti da un altro pianeta, da Sirio, da Marte o da Aldebaran», si chiedeva lo scrittore, «i loro abitanti non sorriderebbero forse di questa strana razza bipede che (…) realizza sofisticate miniere a Città del Capo e vi estrae con grande fatica dal sottosuolo uno dei molti metalli esistenti (…) per poi sotterrare nuovamente quello stesso metallo inutile, migliaia di chilometri più lontano, in una miniera ancora più sofisticata, proteggendolo con muraglie corazzate d’acciaio? (…) Probabilmente neppure il più acuto tra noi è davvero in grado di comprendere la ragione di un tale spreco di energie».