il Fatto Quotidiano, 23 giugno 2026
Prescrizione, in fumo ancora un processo su 5
In Corte d’Appello la prescrizione ammazza ancora quasi un processo su cinque. Mentre la maggioranza si prepara a cancellare la riforma Bonafede, un report pubblicato ieri dall’Istat certifica i rischi di una retromarcia rispetto alla legge del governo Conte 1, che ha bloccato alla sentenza di primo grado il timer per l’estinzione dei reati. Secondo l’Istituto di statistica, nel 2025 la mannaia temporale ha abbattuto in secondo grado oltre 21 mila procedimenti penali, il 19,4% dei 110.967 definiti lo scorso anno dalle Corti. Una quota ancora altissima, ma in diminuzione lieve e costante: nel 2024, infatti, la percentuale dei fascicoli prescritti in Appello era del 20%, nel 2019 del 25,8%.
Il calo è dovuto proprio ai primi effetti della riforma Bonafede: la legge dell’ex ministro M5S si applica ai reati commessi dal 2020, che hanno iniziato ad arrivare in secondo grado solo negli ultimi anni. Sotto il governo Draghi, la riforma Cartabia ha affiancato al blocco della prescrizione il nuovo meccanismo dell’“improcedibilità”, in base al quale il processo si estingue se dura oltre due anni in Appello e un anno in Cassazione. Ma l’effetto è ancora sostanzialmente invisibile: per le impugnazioni proposte fino al 2024, infatti, i termini sono stati allungati rispettivamente a tre anni in Appello e a 18 mesi in Cassazione, cosicché a “morire” di improcedibilità finora sono stati appena una cinquantina di giudizi.
Ora però il centrodestra vuol abolire sia la Bonafede sia la Cartabia, tornando a far scorrere l’orologio della prescrizione per tutto il processo. Lo prevede il disegno di legge presentato da Forza Italia e spinto dal Guardasigilli Carlo Nordio, già approvato dalla Camera a gennaio 2024: il countdown si fermerebbe per due anni dopo la sentenza di primo grado e per un anno dopo quella di Appello, ma se i gradi successivi sforassero questi termini – anche di un solo giorno – i rispettivi “bonus” tornerebbero a contarsi integralmente ai fini della prescrizione. Si tratterebbe della quarta riforma in meno di dieci anni, con ricadute potenzialmente devastanti sull’organizzazione degli uffici, che negli ultimi anni si sono tarati sulle regole Bonafede-Cartabia. Dopo il via libera a Montecitorio, la proposta di FI è rimasta ferma per oltre due anni in commissione al Senato, ma gli azzurri – dopo un lungo pressing dei nuovi capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi – hanno ottenuto dagli alleati di trasformarla in legge entro la fine della legislatura, forse addirittura prima della pausa estiva.
Eppure i numeri dell’Istat dimostrano che un ritorno all’antico cancellerebbe i progressi fatti finora. “Abolire l’improcedibilità e reintrodurre la prescrizione rallenterebbe i tempi dei processi e manderebbe in fumo anni di lavoro dei magistrati, riportandoci indietro ai dati antecedenti al Pnrr”, avverte il professor Gian Luigi Gatta, ordinario di Diritto penale all’Università Statale di Milano e consulente giuridico dell’ex ministra Cartabia durante il governo Draghi. I reati prescritti in Appello, scesi a 20 mila l’anno scorso, “erano 30 mila nel 2019 quando entrò in vigore la riforma Bonafede, confermata dalla riforma Cartabia, che ha dunque già tagliato 10 mila prescrizioni”, sottolinea. Ed entro qualche anno, quando la Bonafede entrerà a regime, la prescrizione dopo il primo grado non esisterà più: “Ci sarà un certo numero di procedimenti dichiarati improcedibili, ma sarà un numero enormemente inferiore a quelli delle prescrizioni, come dimostrano i dati già disponibili”, sostiene Gatta. “Si vogliono processi in tempi ragionevoli, con improcedibilità eccezionali, o si vogliono processi lenti e reati prescritti? A chi giova? Certamente non alle vittime”, affonda.
Il report pubblicato ieri contiene anche i dati, aggiornati a fine 2025, della durata dei processi in relazione agli obiettivi del Pnrr: se nel penale il target di riduzione è già stato superato (-31,2% contro -25%), nel civile al 31 dicembre scorso il taglio era fermo al 28,8% contro il 40% da raggiungere entro il 30 giugno. Ma uno sprint realizzato in extremis dovrebbe scongiurare il rischio per l’Italia di perdere i fondi: secondo quanto riferito da Nordio durante l’ultimo question time in Senato, al 30 aprile la riduzione ha raggiunto il 40,6%, con un balzo di 12 punti in soli quattro mesi.