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 2026  giugno 23 Martedì calendario

Fabrizio Bentivoglio parla del suo passato e presente artistico

«Flaiano parlava di “smattassamento” del filo in un’Italia dove “la linea più breve tra due punti è sempre l’arabesco”. La stessa cosa facciamo noi: usando le sue parole costruiamo un parallelo tra ieri e oggi». È molto più di un semplice reading la Lettura clandestina che Fabrizio Bentivoglio – il 26 alla Milanesiana di Elisabetta Sgarbi e il 28 alla Fortezza Vecchia di Livorno – dedica a Ennio Flaiano e al suo La solitudine del satiro: è manifestazione di una comunione di pensiero che unisce il giornalista-scrittore-sceneggiatore scomparso nel ’72 all’attore che da un palco ne fa rivivere gli scritti. Più di 50 anni dopo la pubblicazione (postuma), quella raccolta di articoli vari si rivela il ritratto – pungente e tuttavia quasi affettuoso – di un’Italia mai davvero cambiata.
Lei pare condividere molto con Flaiano: la leggerezza usata per andare al cuore delle cose, l’ironia per prendere le distanze. Cose che si ritrovano in Piccolo Almanacco dell’attore, in cui parte dal rifiuto di farsi chiamare Maestro e dare lezioni.
«Il registro scelto da Flaiano è leggero solo per fare arrivare a tutti il senso delle sue parole e aiutarle a sedimentarsi nelle coscienze del pubblico. Piccolo Almanacco dell’Attore è nato durante la pandemia nel tentativo di stemperare e vincere la pigrizia che mi aveva preso (e di cui non soffro). Pensato come dispensina da scambiarsi tra aspiranti attori. Un modo per liberarmi del senso di colpa che provavo verso le nuove generazioni per essermi sempre rifiutato di “fare bottega”. Non vere lezioni, ma uno strumento per metterli in guardia da una scelta spesso fatta con spirito ardimentoso e un po’ superficiale».
Un manualetto che però è diventato libro, audiolibro e pure spettacolo.
«Prima viene il reading. Mario Sesti mi invitò alla prima edizione del suo festival “La figura dell’attore”. Gli proposi di leggere quel mio scritto: è stato allora, davanti a un pubblico, che le mie paginette sono diventata “adulte”. Sono stato il primo a sorprendersi. Ma è tipico di noi attori capire ciò che facciamo solo dopo avere avuto degli spettatori».
«Ardimentoso e superficiale» lei lo è mai stato?
«A mio padre prima di morire avevo promesso che avrei fatto Medicina. E così era stato: avevo già dato un po’ di esami e studiavo Anatomia 1 con la radio accesa. Fu intervistato un attore neodiplomato alla Civica Scuola del Piccolo Teatro: ne parlò in modo così convincente e appassionato che chiusi il libro e corsi a iscrivermi. Avrei dovuto diventare dentista, invece ho intrapreso un mestiere dove scegli ma ancora di più sei scelto e dove dovresti prima di tutto esprimere ciò che hai dentro, ma non è né facile né riesce a tutti».
Lei non si diplomò. Entrò invece subito in compagnia.
«Al secondo anno avevo fatto il provino con Strehler per la La tempesta, la prima mitica stagione. Malgrado fossi stato avvertito di non portare Amleto, che con Strehler sarebbe stato un suicidio, portai proprio quello, il monologo: e nel mentre, lo vedo avanzare in platea declamandone la stessa mia traduzione, io e lui le stesse parole. Comunque eravamo a Milano e potevo continuare gli studi. Il distacco avvenne dopo, con I parenti terribili di Cocteau, regia di Enriquez con Brignone, Miserocchi: lì si andava in tournée, impossibile frequentare. Sceso a Roma, entravo in un altro giro: i “Giovani”, De Lullo, Valli, Patroni Griffi...».
Nell’Almanacco dice che attore è professione che non si insegna, ma si impara. Anche rubando. Lei a chi?
«Direi Romolo Valli. Ma più che rubare, direi che lui mi ha regalato la sua sapienza, il suo essere dentro e fuori le cose che faceva: appariva distaccato dal personaggio, ma piangeva ogni volta davvero».
Cinema e teatro: come le riuscì il travaso?
«Bolognini mi vide a teatro e mi prese per La vera storia della Dama delle Camelie. Non avevo mai pensato al cinema: non avevo neppure un agente. Su quel set colsi un complimento ancora oggi prezioso: vedendo i giornalieri, Gian Maria Volontè sussurrò: “però, credibile il ragazzo”. Passare dall’uno all’altro fu uno shock: teatro e cinema hanno metabolismi diversi, il teatro prevede che resti concentrato per tutto lo spettacolo; il cinema invece è on/off, se non lo fai esci con l’esaurimento».
Le Variazioni sul modello di Kraepelin in inverno l’hanno riportata a teatro.
«Reading a parte, erano 10 anni, da L’ora di ricevimento di Massini. Inoltre tornavo al Piccolo, dove non ero più stato dalla Tempesta. Non lo volevo ammettere, ma il teatro mi è mancato».
Protagonista un malato di Alzheimer, si parla di memoria. A cosa l’ha fatta pensare?
«Il tema della memoria, così importante per un attore, mi ha smosso dentro. Per me, poi, quella personale, è sempre stata dolorosa: a 14 anni ho perso mio padre e a 23 mia madre. Ho lasciato Milano, dove non mi riusciva più di stare, per Roma. È solo quando è diventata punto di partenza per il futuro, alla nascita dei miei figli, che ha smesso di farmi male».