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 2026  giugno 23 Martedì calendario

Corte dei conti contro l’uscita dal commissariamento per la sanità calabrese

L’aiutino del governo a Roberto Occhiuto, presidente della Calabria nonché vicesegretario nazionale di Forza Italia, finisce nel mirino della Corte dei Conti. Confermando la disinvoltura con cui l’esecutivo Meloni considera le regole, specie quando riguardano gli “amici”.
L’uscita della Regione dal commissariamento della sanità, deliberata in Cdm lo scorso 22 aprile 2026, si scontra infatti con i rilievi della magistratura contabile, che ha sollevato una serie di dubbi sia sul merito sia sul metodo della decisione assunta dal governo.
In una articolata richiesta di chiarimenti indirizzata ai ministeri competenti, l’ufficio di controllo sugli atti della presidenza del Consiglio contesta innanzitutto la debolezza dell’impianto motivazionale che accompagna la scelta di chiudere la gestione commissariale affidata al presidente Occhiuto. La deliberazione era stata inizialmente trasmessa alla Corte priva della documentazione necessaria e, per questa ragione, restituita agli uffici governativi.
Pur riconoscendo i progressi compiuti dalla Regione nel percorso di risanamento finanziario e organizzativo della sanità, la Corte osserva che il Piano di rientro non risulta ancora integralmente attuato. Né sarebbe stato approvato un nuovo Piano di rientro, che la normativa vigente individua com. una delle condizioni alternative per la cessazione del commissariamento.
Secondo i giudici contabili, il governo sembra aver fatto leva su una interpretazione estensiva delle norme, valorizzando i miglioramenti registrati nel corso della gestione. Una scelta che, tuttavia, richiederebbe una robusta istruttoria tecnica e una motivazione puntuale, capace di dimostrare che gli obiettivi raggiunti siano sufficienti a garantire la capacità degli organi regionali di completare autonomamente il percorso di risanamento.
È proprio su questo punto che si concentrano le maggiori perplessità. La Corte rileva che non sono stati forniti elementi tecnici “univoci” in grado di sostenere la valutazione positiva del governo. Le motivazioni richiamano genericamente il miglioramento dell’efficienza del sistema sanitario, il contenimento della spesa e il rafforzamento dell’organizzazione regionale, ma non spiegano perché tali risultati debbano essere considerati decisivi ai fini della fine del commissariamento.
Anzi, dagli stessi documenti allegati emergono criticità ancora aperte. I tavoli tecnici di monitoraggio segnalano ritardi significativi nei pagamenti, una consistente massa di partite debitorie ancora da definire e risultati non pienamente soddisfacenti sul fronte dei Livelli essenziali di assistenza (LEA), fatta eccezione per l’assistenza ospedaliera.
Un ulteriore elemento evidenziato dalla Corte riguarda l’assenza di una verifica completa dei conti consolidati relativi agli esercizi 2024 e 2025. Una lacuna che, secondo i magistrati, rende difficile formulare una valutazione definitiva sulla solidità del percorso di risanamento.
Non meno rilevanti sono le contestazioni sul piano procedurale. La Corte osserva che la cessazione del commissariamento costituisce, di fatto, il “contrarius actus” rispetto alla nomina del commissario e dovrebbe quindi seguire il medesimo iter previsto dalla legge.
La nomina del commissario, infatti, avviene su proposta del ministro dell’Economia, di concerto con il ministro della Salute e sentito il ministro per i Rapporti con le Regioni. Nel caso della Calabria, invece, la proposta di cessazione è partita dal ministro per gli Affari regionali, con il parere favorevole dei ministri dell’Economia e della Salute. Una differenza che la Corte non considera una semplice irregolarità formale, ma un possibile vizio sostanziale, poiché modifica la distribuzione delle responsabilità tra i dicasteri coinvolti.
Per questo motivo i giudici chiedono al governo di chiarire il fondamento normativo della scelta e di spiegare perché sia stato seguito un procedimento diverso da quello previsto per la nomina commissariale.
La richiesta di controdeduzioni concede all’amministrazione 30 giorni di tempo per fornire spiegazioni. Nel frattempo i termini del controllo preventivo restano sospesi.
La vicenda rischia così di trasformarsi in un nuovo banco di prova politico e istituzionale per il presidente Occhiuto e per il governo Meloni. Se da un lato nessuno mette in discussione i miglioramenti registrati dalla sanità calabrese negli ultimi anni, dall’altro la Corte dei conti avverte che il ritorno alla gestione ordinaria non può essere fondato soltanto su valutazioni politiche o su progressi parziali. Servono presupposti normativi chiari, verifiche tecniche rigorose e garanzie concrete che il percorso di risanamento sia ormai irreversibile.