la Repubblica, 23 giugno 2026
Eduardo De Crescenzo parla della sua carriera
Non è da tutti entrare nell’immaginario collettivo e resistere per decenni. Eduardo De Crescenzo salì sul palco dell’Ariston il 5 febbraio 1981, durante la prima serata di Sanremo. Presentò una canzone intitolata Ancora: arrivò in finale e vinse il Premio della critica (con una giuria presieduta da Sergio Leone), la vittoria andò a Alice con Per Elisa. Quel brano diventò in breve tempo un classico della canzone italiana. Da allora De Crescenzo ha continuato la sua attività lontano dai grandi riflettori, inseguendo sempre la qualità. Napoletano, ha esplorato la musica della sua città con profondità, senza mai cadere nella trappola dello stereotipo. Da poco De Crescenzo ha pubblicato Essenze jazz 2026, riedizione dell’album del 2013 Essenze jazz, in cui rielabora alcuni dei suoi brani più celebri come Ancora, L’odore del mare, E la musica va, Dove, Il racconto della sera, La vita è un’altra, Naviganti, Sarà così. Un allbum legato al tour “Essenze jazz live” che, dopo il rapido sold out registrato per il concerto del 30 giugno all’Arena Flegrea avrà una seconda data il 19 settembre 2026 sempre nell’arena napoletana.
Cominciamo dalla cosa più scontata: febbraio 1981, Sanremo. Come andò?
"Un debutto con un successo mondiale non si racconta più, è nella memoria collettiva, è nella storia del Paese. Credo che ormai sia nell’olimpo delle tre o quattro canzoni italiane più famose nel mondo, tipo: ‘O sole mio, Volare, Ancora…”.
Come è nata quella canzone straordinaria?
"Non ne ho idea… Mattone scrive quella musica, Migliacci per suo conto scrive quelle parole, De Crescenzo ne dà un’interpretazione stilistica che all’epoca sbalordisce la critica e le masse. Sicuramente è stato un insieme di entusiasmi dove ognuno ha dato il meglio di sé. Un successo così strabiliante però mantiene comunque un alone di mistero inspiegabile”.
E l’incontro con Aznavour?
“Dopo la prima esibizione a Sanremo nell’81, rientravo in albergo verso le tre di notte e lui mi aspettava, da solo, stanco e assonnato, soltanto per abbracciarmi, per ringraziarmi dell’emozione che gli avevo fatto vivere. Poi tradurrà in francese il testo di Ancora per Mireille Mathieu che la incise in Francia. Fu sicuramente un’emozione fortissima per un giovane che non sapeva cosa avrebbero scritto l’indomani i giornali, mentre un artista famoso in tutto il mondo lo aspettava fino a tarda notte perché lo aveva già intuito. Ma questo lo avrei capito dopo”.
A distanza di tanti anni, “Ancora” è una gioia o un peso?
“Ancora è una gioia ma ho lavorato molto perché non diventasse un peso. Negli anni, il pubblico trans-generazionale dei concerti ama sempre ascoltarla ma con altrettanto calore aspetta di ascoltare altri brani: L’odore del mare, E la musica va, Il racconto della sera… che pure sono stati successi internazionali”.
Come ha vissuto tutta quella popolarità?
“La popolarità è un aspetto gratificante del successo, essere preceduto dal tuo nome può portare molti vantaggi nella vita. Bisogna però saperla gestire e a me nessuno mi aveva insegnato come fare. Al tempo, non esistevano i talent per fare palestra, imparavi tutto in diretta, sulla tua pelle. Preservare la tua persona dal personaggio non è materia semplice, puoi farti male”.
Le richieste dei discografici erano contrarie alla sua idea di musica?
“I discografici, eccetto rare etichette specializzate, sono sempre contrari all’idea di musica degli artisti, sono commercianti, non sono mecenati. Cercano un prodotto da vendere non un’opera d’arte da finanziare”.
La sua prima esibizione a cinque anni, al Teatro Argentina a Roma.
"Ho iniziato a tre anni a suonare “a orecchio” la fisarmonica, a 5 debuttavo come fisarmonicista enfant prodige e mio padre mi avviò agli studi di musica classica. Nell’adolescenza scoprivo con Ray Charles che la voce può essere suonata ma ancora non avevo deciso cosa avrei fatto da grande. Suonavo in vari gruppi – negli anni 70 si chiamavano complessi – intanto continuavo gli studi all’università. Nel 77 incontro per un provino Claudio Mattone che diventa il mio produttore, nell’81 arrivo a San Remo con Ancora. Quattro album insieme e poi nell’89 riprendo la fisarmonica e ricomincio a scrivere. Arrivo fino al 91 con la Dischi Ricordi e cinque Sanremo. Chiudo quel contratto per incompatibilità di intenti. Da allora sono un produttore indipendente ed è iniziata la fase più libera e felice della mia carriera”.
Ha sempre detto che la tv non è per lei una dimensione adatta.
"Io adoro le telecamere, sono una conquista straordinaria per raccontare la realtà ma anche le emozioni. Sono persino un cultore di cinema, è la mia grande passione privata. Se invece parliamo di format televisivi attuali, allora il discorso si fa molto serio. Da molti anni ricevo inviti imbarazzanti persino da conduttori che stimo o stimavo. Ormai è un posto dove ti richiedono di tutto, eccetto quello che sai fare veramente. Io non guardo questa televisione spazzatura e da quando ho capito che nemmeno il mio pubblico la guarda sono un assente sereno e convinto”.
Il suo percorso artistico l’ha portato al jazz. In “Essenze jazz” riprende alcune delle sue canzoni più famose reinterpretandole.
“Sono un musicista che canta, un canta-compositore. Essenze jazz è la definizione che ho provato a dare alla mia musica, al mio modo di cantare, o anche di “suonare” la voce. È una cifra stilistica che ha sempre caratterizzato il mio modo di cantare, a partire da quel finale di Ancora che viene percepito come parte della canzone ma si trattò appunto di un’improvvisazione, in pieno stile jazzistico. Dopo tanti anni sul palco ho sentito la necessità di dare più spazio a questa parte di me. Un concerto pop è un tipo di performance che per quanto bella e talentuosa, si ripete sempre uguale, non mi emozionava più salire sul palco in quel modo. In un concerto jazz, l’improvvisazione non riguarda solo te ma anche i musicisti che con te stanno suonando. Mi fa stare bene, è come tornare a parlare la lingua madre dopo che sei stato fuori tanto tempo”.
Nella sua musica c’è anche tanta tradizione napoletana. Ci sono artisti che pensa l’abbiano influenzata in modo particolare?
"Se dagli americani ho imparato a “suonare la voce”, tutto quello che so sull’interpretazione di un testo è di scuola napoletana. Gennaro Pasquariello è un cantante degli anni 20 che ho studiato a lungo per questi aspetti”.
Che pensa della scena musicale italiana di oggi?
"Quale scena musicale? Esistono espressività diverse e pubblici diversi. Quello che è diventato inquietante è l’assenza totale di una critica dove il trash avanza senza intoppi. Chi ha difese culturali proprie sa come scegliere. La malattia però non è solo della musica, attraversa ogni campo sociale e culturale e questo mi inquieta”.
Cinque volte a Sanremo. Ci tornerebbe?
“Rispondo da produttore indipendente. Se sei un giovane al debutto conviene, Sanremo è una grande festa di costume e quindi anche se non rispecchia più i gusti musicali degli italiani rimane una vetrina importante per essere notato. Se sei ‘alla canna del gas’, conviene perché non ti aiuterà a riempire stadi e teatri ma potrai sempre fare ‘l’ospite televisivo’ che ormai è un mestiere. Se invece hai un pubblico pagante che ti aspetta può essere molto rischioso. Io non mi sono mai divertito a farlo, eccetto la prima volta, dopo era un obbligo contrattuale che finanziava l’album”.
Un sogno e un rimpianto.
"Il mio sogno artistico l’ho realizzato. Sognavo di poter vivere di musica senza mai odorare di stantìo ed è andata proprio così. Non ho rimpianti, ho fatto come volevo”.