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 2026  giugno 23 Martedì calendario

Caso Orlandi, Accetti di nuovo indagato

Quarantatré anni dopo, la domanda è sempre la stessa: chi ha preso Emanuela Orlandi e perché? Ma oggi, per la prima volta da molto tempo, la procura di Roma sembra aver trovato un nuovo punto da cui ripartire.
Marco Fassoni Accetti, il fotografo che per anni ha abitato il caso tra confessioni, ritrattazioni e depistaggi, è tornato sotto indagine. E il reato contestato segna una svolta: sequestro di persona a scopo di estorsione. Una formula che non è affatto un dettaglio. Perché se davvero, come alcune perizie foniche hanno suggerito ai pm, e come lui stesso ha sempre sostenuto, Accetti era l’“Amerikano”, allora quelle telefonate dell’estate del 1983 assumono un altro peso. In quelle chiamate la liberazione di Emanuela veniva subordinata a quella di Ali Ağca, il terrorista turco dei Lupi Grigi che due anni prima aveva sparato a Wojtyla in piazza San Pietro. La richiesta di un prezzo in cambio della restituzione della ragazza. L’estorsione, appunto, per cui il fotografo è stato iscritto.
Per undici anni Accetti è rimasto il grande affabulatore del giallo Orlandi, l’uomo delle mezze verità e delle ricostruzioni impossibili, liquidato in passato come autore di una «sceneggiatura fantasiosa». Oggi, però, il contesto è cambiato.
Il pm Stefano D’Arma e i carabinieri del Nucleo investigativo di via In Selci stanno verificando un’ipotesi molto più ampia. Perché se le telefonate dell’Amerikano fossero state soltanto una copertura, un depistaggio costruito attorno alla pista Ağca, allora il movente del sequestro potrebbe trovarsi altrove. Gli investigatori stanno infatti cercando di capire se il fotografo abbia fatto parte di una rete di adulti dedita all’adescamento di adolescenti da mettere a disposizione di terzi.
È dentro questo scenario che alcune vicende oscure della Roma degli anni Ottanta vengono oggi rilette come tasselli di un’unica storia. L’indagine, però, non si ferma ad Orlandi. I magistrati hanno esteso gli accertamenti anche alla scomparsa di Mirella Gregori, sparita il 7 maggio 1983 e da anni accostata a quella di Emanuela, e stanno tornando su un’altra vicenda rimasta ai margini: la morte del tredicenne José Garramon.
Il 20 dicembre 1983 il ragazzo uscì di casa, all’Eur, per andare dal barbiere. Non tornò più. Il suo corpo fu trovato nella pineta di Castel Porziano, a venti chilometri di distanza. A investirlo fu un Transit guidato proprio da Accetti, poi condannato in via definitiva per omicidio colposo. Oggi quella vicenda viene riletta. Come arrivò José fino a Castel Porziano? Da solo, nel buio, per venti chilometri? Oppure qualcuno lo accompagnò? E perché?
I carabinieri stanno risentendo vecchi testimoni e cercandone di nuovi. Vengono rivalutate dichiarazioni che sembravano ormai cristallizzate. E si raccolgono le testimonianze di uomini e donne che all’epoca erano adolescenti e che raccontano di aver conosciuto Accetti attraverso la promessa di servizi fotografici e di essere stati introdotti in ambienti e abitazioni private.
La procura continua a seguire anche altri filoni investigativi. Ma dopo quarantatré anni, trascorsi esattamente ieri dalla scomparsa di Emanuela nel centro di Roma, l’indagine sembra essersi spostata su una domanda diversa.
Non più se Marco Fassoni Accetti sia soltanto un mitomane che per anni ha avvelenato i pozzi del caso. Ma se, dietro i suoi racconti, si nasconda un pezzo di verità rimasto sepolto per oltre quattro decenni.