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 2026  giugno 23 Martedì calendario

Vietare i social agli under 16, che cosa pensano i ragazzi? Solo l’11% è contrario.

L’ultimo Paese a rilanciare il tema è stato il Regno Unito, che ha annunciato l’intenzione di introdurre il divieto di accesso ai social media per i minori di 16 anni.  Dall’Australia, primo Paese al mondo ad aver approvato una misura simile, intanto arrivano i segnali a pochi mesi dall’entrata in vigore della legge, avvenuta nel dicembre 2025. Secondo quanto riportato dal New York Times, molti adolescenti sono riusciti ad aggirare i controlli con semplici espedienti, come dichiarare una falsa data di nascita o utilizzare l’account di un fratello maggiore, ritornando ben presto sulle piattaforme da cui avrebbero dovuto essere esclusi.
In Italia il dibattito è più acceso che mai. Si moltiplicano, infatti, gli appelli di pediatri, neuropsichiatri e psicologi che, sulla base di un crescente numero di evidenze scientifiche, mettono in guardia dagli effetti dell’esposizione precoce alle tecnologie digitali.
Diverse proposte di legge puntano a introdurre limiti più severi rispetto a quelli attuali. Oggi, nella maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, compreso il nostro, l’età minima per iscriversi ai social network è fissata a 13 anni; tra i 13 e i 14 anni è però necessario il consenso esplicito dei genitori. Le nuove ipotesi in discussione spaziano da un divieto totale fino a 15 o 16 anni a un accesso consentito tra i 13 e i 16 anni soltanto attraverso profili protetti, accompagnati da verifiche dell’età più rigorose, limitazioni agli algoritmi e maggiori responsabilità per le piattaforme.
Ma che cosa ne pensano i diretti interessati? Per rispondere a questa domanda, Fondazione Carolina, nata in memoria di Carolina Picchio (la prima vittima di cyberbullismo in Italia, ndr) e impegnata dal 2018 nell’educazione e nella sicurezza digitale, ha deciso di ascoltare i ragazzi.
Che cosa emerge dall’indagine
A chiedere più regole non sono soltanto genitori ed esperti: anche molti giovani sembrano favorevoli a un uso più controllato dei social network. L’indagine Fuori di social!, a cura del Centro studi di Fondazione Carolina condotta su 1.677 giovani italiani tra i 15 e i 18 anni, ha rilevato che soltanto l’11% degli intervistati si dichiara contrario a una limitazione dell’accesso ai social network.
«Abbiamo imparato sul campo che nessuna campagna educativa funziona se non parte dalla vita reale delle persone a cui si rivolge. Se non sappiamo che cosa pesa davvero nel cuore di un quindicenne quando accende il telefono al mattino, stiamo lavorando al buio. In ballo non c’è solo un intervento sul qui e ora, ma questa partita riguarda il concetto stesso di cittadinanza che pensiamo per il futuro», osserva Ivano Zoppi, pedagogista e segretario generale di Fondazione Carolina.
L’identità online e il peso del giudizio
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’indagine riguarda il rapporto che i ragazzi hanno con la propria identità online. Soltanto 8 giovani su 100 affermano di sentirsi completamente liberi di essere sé stessi sui social network. Per tutti gli altri, il mondo digitale assomiglia a un «palcoscenico sorvegliato», dove ogni contenuto pubblicato è filtrato dal timore del giudizio altrui e dalla necessità di conformarsi alle aspettative degli altri.
«Questi ragazzi abitano una piazza affollatissima e, proprio dentro quella piazza, spesso si sentono soli, esposti, costantemente sotto esame», osserva Zoppi. «Descrivono i social come un anestetico contro la noia, una valvola di sfogo, una via di fuga. Sono consapevoli che, online, rifugio e prigione finiscono spesso per coincidere. Non ci chiedono di abolire i social: vorrebbero semplicemente poterli vivere meglio, con più serenità e meno pressione».
Secondo il pedagogista, una norma che si limiti a fissare un’età minima per l’accesso alle piattaforme rischia di rivelarsi insufficiente se non viene accompagnata da un investimento concreto nell’educazione digitale, nella formazione degli insegnanti e nel sostegno alle famiglie.
Il ruolo dei genitori
L’indagine evidenzia inoltre come il 59% dei partecipanti attribuisca ai genitori la responsabilità principale nella decisione di consentire o limitare l’uso dei social. «Le famiglie non possono essere lasciate sole», sottolinea Zoppi. «Chiedere ai genitori di fare da guida senza fornire strumenti, competenze e un’alleanza educativa con la scuola e il territorio significa caricarli di una responsabilità eccessiva. I ragazzi chiedono anche alle piattaforme digitali di assumersi una quota maggiore di responsabilità: verifiche efficaci dell’identità degli utenti, contrasto concreto a odio e bullismo online, maggiore trasparenza sugli algoritmi e sull’utilizzo dei dati personali, oltre a sanzioni per chi non rispetta le regole» conclude. 
Il messaggio che emerge dall’indagine è chiaro: i giovani non sembrano opporsi a maggiori tutele, ma chiedono che il dibattito non si esaurisca in un semplice limite anagrafico.