Corriere della Sera, 23 giugno 2026
Anziani, in troppi poveri e soli
C’è una doppia emergenza che diventa visibile soprattutto d’estate, quando imperversa la calura, le città si svuotano e i servizi di assistenza si riducono: quella dei 4,6 milioni di anziani che vivono soli, di cui 2,9 milioni con più di 75 anni, e di molti altri che, in coppia o in condizione di solitudine, abitano in case vecchie e inadeguate, con barriere architettoniche (un terzo di chi vive ai piani alti non ha l’ascensore) e senza impianti di refrigerazione, e non possono sobbarcarsi le spese di ristrutturazione. Secondo l’Osservatorio italiano sulla povertà energetica nel 2024 (ultimo anno disponibile) erano 721 mila le famiglie di anziani (di cui 423 mila soli e 298 mila in coppia) in grave difficoltà a riscaldare, rinfrescare e illuminare la propria abitazione, ad avere accesso all’acqua calda e usare gli elettrodomestici. A sollevare la crisi abitativa degli over 65, in particolare del quasi milione di pensionati in povertà assoluta e di quelli senza una rete familiare vicina, è l’Auser (associazione nazionale di riferimento per la promozione dell’invecchiamento attivo), nei giorni in cui il Piano casa del Governo (decreto 66/2026), approvato lo scorso 30 aprile, viene discusso in Parlamento per l’iter di approvazione in legge. «Il decreto trascura gli anziani, non contiene infatti interventi specifici per contrastare l’emergenza abitativa di questa fascia della popolazione, né vincola risorse per questo obiettivo» denuncia Fulvia Colombini, vicepresidente nazionale dell’Auser. Eppure i numeri sono in costante crescita. Nel 2050, stima l’Istat, gli anziani saranno un terzo della popolazione residente e quelli soli, calcola l’associazione, saliranno a 6,5 milioni. Senza considerare che, rileva l’Istituto superiore di sanità, già un ultrasessantacinquenne su quattro convive con due o più malattie croniche e circa due milioni non sono autonomi nello svolgere almeno una delle attività della vita quotidiana (come mangiare, vestirsi, lavarsi). «Uno scenario sociale che rende urgente e necessaria una politica pubblica a sostegno della domiciliarità, in cui il ricovero in Rsa deve restare una soluzione marginale – sollecita Colombini -. In tal senso, è importante destinare ai nuclei composti da persone anziane almeno il 25 per cento dei programmi di edilizia popolare e degli interventi di recupero del patrimonio immobiliare esistente». Stando agli ultimi dati Istat sullo stato abitativo degli anziani, risulta che l’84 per cento è proprietario della casa in cui vive. «Tenendo conto, però, che la maggior parte delle abitazioni in Italia risale a prima del 1980, molti anziani oggi devono affrontare i costi per la riqualificazione energetica e antisismica della propria casa» osserva Claudio Falasca, responsabile del centro studi Auser. Una famiglia anziana su tre risiede in una casa tra i 100 e 150 mq e nel 12 per cento dei casi superiore a questa dimensione. «Il che – continua Falasca – può significare avere ambienti inutilizzati da manutenere». Per eliminare il disagio abitativo, allora, «non basta abbassare i canoni o che gli anziani possiedano un tetto – sottolinea -: bisogna garantire case sicure e accessibili, all’interno di quartieri dotati di servizi sociosanitari e spazi di aggregazione, per prevenire i rischi legati alla vecchiaia».
Gli anziani sono tra i principali inquilini degli alloggi popolari. «Si stima siano il 45-55 % del totale dei presi in carico, cioè 350-450mila, spesso soli e di cui circa un terzo non autosufficiente» riporta Falasca. Il Forum nazionale del Terzo settore sostiene da tempo un cambio di paradigma nel modo di concepire la casa: da bene economico a primo luogo di prevenzione e cura. «Il diritto di restare nella propria abitazione anche in età avanzata non può essere una prerogativa dei più ricchi, o essere demandato esclusivamente alle famiglie, ma deve essere incentivato e sostenuto dal sistema pubblico» ribadisce Colombini. La formula abitativa su cui l’Auser e il Forum del Terzo settore puntano è il cohousing solidale. Un modello previsto anche dal Piano casa per la popolazione senior. In Lombardia tre atenei stanno sperimentando un progetto di cohousing intergenerazionale tra anziani autosufficienti (soli o in coppia) e studenti, finanziato dalla Regione. Le Università di Bergamo e di Pavia lo hanno iniziato due anni fa. La prima ha già attivato una ventina di coabitazioni; la seconda cinque, formando 50 studenti per future convivenze. L’Università Statale di Milano, infine, è partita ad aprile 2026: al momento ha concluso tre abbinamenti, ricevuto sette candidature di over 65 e 25 da parte di ragazzi universitari (anche per attività di volontariato rivolte agli anziani). È previsto un contributo mensile erogato dalle università allo studente o all’ospitante, oppure a entrambi, e il giovane in cambio dedica un po’ del suo tempo ad aiutare l’anziano sulla base delle sue competenze.