Corriere della Sera, 23 giugno 2026
Isabella Pratesi ricorda suo padre, Fulco
«Il Wwf era il suo primo figlio. L’amore per la natura non è stato solo una scelta etica per le generazioni a venire, ma una postura verso la vita». Bastano poche, semplici parole a Isabella Pratesi per ricordare il padre Fulco, fondatore in Italia dell’associazione del Panda, scomparso il 1° marzo del 2025 a 90 anni, lasciando un’eredità di 100 Oasi e di battaglie ecologiche.
Un visionario che diede voce all’ambiente quando non era di moda.
«Fin da piccoli ci ha trasmesso l’importanza di rispettare tutte le creature – dal pesciolino all’orso —, anche con esperienze wild».
Com’erano le vacanze?
«L’estate era il momento in cui riuscivamo a stare maggiormente con lui. Scriveva, disegnava, ci faceva raccogliere i rifiuti sulle spiagge. Da anziano è diventato più paterno, anche se mamma diceva che scoprì la paternità con il nostro cane Robin».
Il viaggio più spettacolare fatto insieme?
«Negli anni ‘70, sul Mar Rosso, a scoprire la barriera corallina quando ancora non era una zona turistica, dormendo nei kibbutz».
Aveva fatto discutere la sua frase sulla riduzione del numero di docce per salvaguardare l’ambiente?
«Sin da piccoli, oltre all’attenzione generale a non disturbare le piante – ad esempio, strappando inutilmente le foglie – e la vita animale, ci invitava al rispetto delle risorse non infinite, in primis l’acqua. Da bambini, all’Argentario ci invitava a non fare la doccia tutti i giorni. Da adulto aveva raccontato – anche in modo provocatorio – di preferire una spugnetta per lavarsi a pezzi ogni giorno, rispetto a una doccia quotidiana con saponi chimici. Voleva sottolineare che si poteva vivere in modo diverso. A chi ironizzava su questo punto, faceva un sorriso e andava oltre».
E i passatempi?
«Il disegno, eseguito nei minimi particolari anche a memoria. Poi, la musica classica e la lettura: era un grande conoscitore della Bibbia e di tutti i passaggi con riferimenti agli animali. Poi era un appassionato di Salgari, dell’Orlando Furioso e della Divina Commedia».
Vi seguiva nei compiti?
«Preferiva trasmetterci le cose camminando, portandoci nei suoi viaggi, come piccoli discepoli: imparavamo osservandolo vivere».
Un personaggio che gli chiese consiglio?
«Ricordo i pranzi con Susanna Agnelli, parlando della salvaguardia dell’Argentario; quando Andreotti, nonostante le opposte visioni politiche, gli chiese di partecipare come delegato all’Earth Summit di Rio de Janeiro nel 1992. E ancora, gli scambi con Antonio Cederna e quelli con Jonathan Franzen, scrittore e appassionato ornitologo amatoriale».
E il principe Filippo di Edimburgo?
«Erano legati da amicizia e stima. Papà lo invitò a vedere il Parco d’Abruzzo minacciato dalle speculazioni. Dormirono in un motel e al mattino riuscirono a vedere degli orsi. Una volta che papà voleva mostrargli dei cinghiali, non parlando inglese, gli disse solo “Bacon, bacon!” per indicargli quei maiali selvatici, e Filippo sorrise».
Che animali aveva in casa?
«Preferiva andare dagli animali, ma ogni tanto portava a casa quelli feriti quando ancora non esistevano i centri di recupero. Da piccolo, grazie a sua madre Olympia, si curò di un piccolo ratto bianco, di moscardini e tassi».
Conobbe sua madre Fabrizia a 17 anni e il loro amore durò 73 anni.
«Tra loro c’erano fiducia, rispetto ed equilibrio. Papà non ha mai guardato con interesse un’altra. Mamma, bellissima, era una delle poche laureate della sua generazione. Quando lui, ex cacciatore, si “convertì”, lasciando tutto, aveva già due figli (Carlo Alberto e Olympia, prima di me e Francesco, ndr) e lei non lo ostacolò mai. Del periodo da cacciatore raccontò poco, non ne andava orgoglioso».
Lei lo definiva un «ottimista patologico».
«È stato schioppettante di vita fino alla fine. Anche quando il suo orizzonte si è ridotto, dai grandi viaggi al balcone di casa, trovava stimoli: che fosse osservare la formica che lo andava a trovare sul pc o un gruccione in volo. Diceva che a una certa età bisogna restringere le aspettative, essere “rattrappiti”».
Aveva un’empatia per la natura pazzesca.
«La conosceva, studiava, dipingeva. Aveva come un terzo occhio, che non ho mai più visto in nessuno. La bellezza lo travolgeva, come quella del Cavaliere d’Italia – simbolo dell’oasi di Orbetello – che non si stancava mai di osservare. Mamma rimase colpita quando, avevo 10 anni, il portiere del palazzo di Roma la prese da parte e con serietà disse: “Deve occuparsi di suo marito, parla con le piante”».
Che rapporto aveva con la religione?
«Alla fine della vita gli chiesi se fosse credente: “Io sono intelligente”, mi rispose. La sua religione era il rispetto della natura. Aveva un trasporto particolare per San Francesco e diceva che il suo mito filosofico era Spinoza, che vedeva la presenza di Dio nella natura».
Oggi verrebbe definito un trascinatore...
«Sì, un life changer, capace di convincere tanti a unirsi a battaglie come quella per la difesa del lupo. Parlava agli ambienti della “sua” Roma bene, ma era anche in grado di svegliarsi presto per riempire la Peugeot di bimbi e adulti interessati a esplorare la natura. Io mi univo sempre».
Quali erano i suoi luoghi del cuore?
«La laguna di Orbetello, dove nel 1971 è stata istituita la prima Oasi Wwf; il Bioparco di Roma, dove passava i pomeriggi a disegnare, con l’aiuto di uno zio pittore; e Gallese, nella campagna viterbese, dove fu sfollato a 7-8 anni con la famiglia durante la Seconda Guerra Mondiale».
Che nonno era?
«Ricordo che quando uno dei nipoti, Oliviero, si ammalò di un tumore, poi guarito, disegnò per ore sul gesso della protesi i suoi animali marini preferiti».
Una breve esperienza politica (dal 1995 al 1997) come parlamentare nei Verdi: aveva qualche rimpianto?
«Non essere riuscito a far abrogare l’articolo 842 del Codice Civile e far vietare i cartelli pubblicitari sulle strade, che – da architetto paesaggista – trovava deturpassero l’ambiente. Era, però, orgoglioso di non aver mai fatto assenze».
Ci sono profumi che associa a suo padre? «Sono tre – ricorda commossa —: eau sauvage, il suo profumo. E quelli di quando cucinava la cicoria con il purè di fave e preparava le arance con i chiodi di garofano per gli armadi».
Cosa gli dava fastidio?
«Le urla per strada, che definiva “il verso del coatto”».
La cosa più pericolosa che ha fatto?
«Non aveva il senso del pericolo, se non quando se lo trovava davanti. Durante un viaggio in Canada si perse nella foresta e accese un fuoco di foglie per farsi ritrovare».