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 2026  giugno 23 Martedì calendario

Fine vita, seduta senza precedenti della Corte costituzionale

Bisogna immaginarseli lì, allineati in presenza o video collegati da casa, con le loro ferite, seduti sulle carrozzine e tutto ciò che occorre per restare in vita, con i segni del dolore che raschia dentro, ma anche della fierezza. Ognuno con il proprio carico di patologie irreversibili o di sofferenze intollerabili, che in molti casi li hanno resi immobili, capaci di parlare solo attraverso sintetizzatori vocali, eppure ognuno determinato nella propria dottrina, animato da una speranza oltre ogni disperazione: che sia quella di restare comunque su questa terra, senza avere una porta di servizio dalla quale uscire quando proprio non si sopporta più, oppure di andarsene secondo la propria volontà. Quando e se si decide: a occhi aperti.
I numeri
Undici malati, di mali terminali o incurabili, che hanno depositato proprie memorie e che attraverso i legali si scambieranno davanti ai giudici della Corte costituzionale le loro repliche. Otto malati contro e tre a favore del suicidio assistito. I giudici li hanno ammessi: è la prima volta che accade.
Ancora la Consulta, mentre la politica pare infilare la legge nel cassetto più in basso, è chiamata a pronunciarsi. L’udienza è fissata per oggi: si tratterà di intervenire nuovamente sul concetto di «sostegno vitale», che proprio in base a una storica sentenza della medesima Corte, è uno dei requisiti per poter chiedere il suicidio assistito. Gli altri sono che il malato sia affetto da patologia irreversibile, che questa condizione sia fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche e che la persona sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
I giudici hanno già allargato, per un principio di uguaglianza, il perimetro del sostegno vitale, non limitandolo più al solo utilizzo di macchinari senza i quali il paziente morirebbe, ma estendendolo anche ad altri trattamenti salvavita. È stata però una sentenza interpretativa, che ha lasciato un ampio margine di discrezione. Ora ciò che si chiede (l’eccezione è stata sollevata dal Tribunale di Bologna) è se sia costituzionale questo requisito. Cioè se non sia discriminante chiederlo, dati già gli altri presupposti. Sempre oggi la Corte costituzionale dovrà decidere sulla legge sarda sul suicidio assistito alla quale il governo si è opposto.
A condurre la Consulta fino a qui sono state le battaglie dell’associazione Luca Coscioni, dell’avvocato Filomena Gallo e di Marco Cappato che sempre si è messo in gioco con la sua stessa persona: in 17 in Italia hanno già ottenuto legalmente l’accesso al suicidio assistito grazie alla prima storica sentenza del 2019.
Il «sostegno vitale»
Chi sono i malati che ora si oppongono? «Tutti e otto – spiegano gli avvocati Mario Esposito e Carmelo Leotta, che li rappresentano – sono persone affette da patologia irreversibile, capaci di volontà libera e autonoma; quanto al requisito della sofferenza fisica e psicologica, con il supporto delle persone a loro vicine e dei sanitari, hanno saputo fino a oggi resistere sempre nei momenti di maggior sofferenza fisica e psicologica che si sono presentati e hanno sempre conservato la volontà di vivere». Ma, viene spiegato, vogliono evitare di avere la tentazione di poter chiedere di morire, se la legge gli consentisse di farlo con maglie ancora più larghe. Come dire che non si fidano della loro «semplice» capacità di resistenza.
L’attesa
Questo quindi è lo scenario. Resta da chiedersi come possano il Parlamento e l’attuale maggioranza preferire lo stallo, considerato che, come noto, neppure i vescovi italiani si oppongono a un intervento sul fine vita che tenga conto anche dei criteri della Consulta. Mentre attorno proliferano le leggi regionali. La domanda è: un provvedimento che abolisse il divorzio renderebbe le famiglie più unite? Tradotto: chiudere gli occhi davanti al fine vita od ostacolarlo senza definirlo, tenendo conto di tutte le diverse istanze e dei complicati equilibri etici, può davvero impedire a questo bisogno di farsi strada?
Le cure palliative
Servirebbe una legge quindi, proprio per stabilire, per esempio, che non esiste un diritto al suicidio, perché mai in tali termini la Corte costituzionale l’ha codificato. E anzi, per prima cosa, andrebbero potenziate o attuate le cure palliative in tutta Italia: più o meno in ogni sentenza la Consulta lo ricorda al legislatore. La Società italiana di cure palliative ha voluto specificare in questi giorni che la sua azione non si può in alcun modo confondere con il suicidio medicalmente assistito: «Si tratta di due risposte diverse a due domande diverse entrambe meritevoli di rispetto, ma non sovrapponibili sul piano clinico, etico e organizzativo. La distinzione è rilevante anche per i cittadini. Significa evitare che il fine vita venga raccontato attraverso categorie semplificate o contrapposizioni ideologiche. Significa soprattutto chiarire che una persona malata deve poter accedere a informazioni comprensibili, cure adeguate, ascolto competente e percorsi assistenziali capaci di rispettarne la volontà». Ma soprattutto, si ricorda, «il diritto alle cure palliative deve essere effettivo, non soltanto dichiarato: una scelta può essere davvero libera solo se la persona conosce le alternative disponibili e se queste alternative sono concretamente accessibili».
Per l’ennesima volta la Corte costituzionale deciderà. Qualcuno lo considererà un punto a favore o contro. Ma, soprattutto, ancora sarà chiesto al Parlamento di fare un passo. Avanti e non di lato.