Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 23 Martedì calendario

Salvini vince ai gazebo di Milano. Debutta la «cabina» anti tensioni

Primo Matteo Salvini, seconda Silvia Sardone. Non si può dire che l’esito delle primarie dello scorso week end sia una sorpresa, ma con questa iniziativa il segretario può essere soddisfatto per aver raggiunto due obiettivi. Anzitutto, ha richiamato tutto il centrodestra alla necessità di mettere testa e concentrazione su Milano, per evitare di arrivare ancora una volta in ritardo nella scelta del candidato sindaco di una città così importante.
«L’anno prossimo si vota a Roma, a Torino, a Bologna, a Verona, in tante grandi città – ha detto il vicepremier —. Laddove il centrodestra ha già scelto un nome va bene, ma laddove si fatica a scegliere, secondo me delle primarie non solo della Lega ma di tutto il centrodestra sarebbero un bel modello di ascolto». Malgrado il voto dei militanti (5 mila dei 10 mila espressi) non sarà certo lui il candidato alla successione di Beppe Sala, né lo sarà l’eurodeputata Sardone per le sue posizioni estremiste che non garbano a Forza Italia. Però il sasso è stato lanciato e ora tocca agli alleati fare controproposte. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha colto la palla al balzo: «La Lega ha fatto questa cosa che mi è piaciuta, ma l’unica cosa che è uscita chiara è che al primo, al secondo e al terzo posto ci sono tre politici. Quindi, mi sa che l’idea del civico (lui ha proposto da tempo il nome di un politico, Maurizio Lupi, ndr), almeno nella Lega, non va poi così forte». E ha auspicato che la coalizione di centrodestra faccia sintesi entro luglio.
L’altro obiettivo raggiunto dal leader leghista è aver accantonato per un paio di giorni le diatribe interne sul rilancio del partito. Nel tardo pomeriggio di ieri ha preso avvio il Tavolo dei territori, definizione coniata per dare veste istituzionale a un organismo composto da una ventina di figure espressione delle diverse sensibilità geografiche della Lega (ministri, governatori, presidenti di Consigli regionali, sindaci). Con questa formula Salvini ha bypassato le richieste che sono state avanzate nelle scorse settimane soprattutto dagli esponenti della cosiddetta ala nordista (Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Attilio Fontana in particolare).
«C’è un assestamento di bilancio con miliardi da investire, c’è il Piano casa in corso, ci sono piccolissimi problemi di discussione con la più grande potenza al mondo che sono gli Stati Uniti d’America, c’è il tema sicurezza, c’è l’Autonomia, ci sono Regioni e Comuni che giustamente sono arrabbiati con l’Europa, che vuole tagliare fondi all’agricoltura e fondi di coesione» ha chiarito Salvini, derubricando i temi sollevati nei giorni scorsi a «beghe giornalistiche».
Al Tavolo dei territori sicuramente ognuno porterà il suo contributo, anche se non pare lo strumento giusto per placare malumori e borbottii. «Una sede di discussione in più non fa male ma il Nord chiede fatti più che parole» si lascia scappare uno dei partecipanti. Il clima interno resta inquieto, anche se nessuno sembra intenzionato, o abbia voglia, di lanciare la sfida al segretario in campo aperto. Si colgono segnali più che fatti concreti. Qualche intervista sibillina, qualche comizio cerchiobottista, qualche striscione di cui però non si conosce la paternità. Salvini ricorda, e nessuno può smentirlo, che un anno fa a Firenze fu confermato segretario, dopo aver consegnato la tessera della Lega a Roberto Vannacci, all’unanimità con la linea politica ora contestata. Con un mandato la cui durata è stata estesa, proprio in quell’assise, da tre a quattro anni.