Corriere della Sera, 23 giugno 2026
Brexit 10 anni dopo
Dieci anni dopo la Brexit, è l’ora del «Brientro»? Certo è che a Londra la discussione sul ritorno in seno all’Unione europea si è riaperta: e il motivo più ovvio, sottolinea Anand Menon, direttore del think tank «Uk in a Changing Europe», è che la Brexit «non ha portato i benefici promessi». Tanto che ormai una solida maggioranza in Gran Bretagna considera la Brexit un errore e voterebbe per il rientro nella Ue.
Sicuramente, le promesse fatte alla vigilia del referendum del 2016 dai promotori del divorzio non si sono materializzate: Londra non è diventata una «Singapore-sul-Tamigi», isola liberista in un mondo globalizzato, così come non si sono visti i 350 milioni di sterline in più alla settimana per il Servizio sanitario nazionale. Soprattutto l’immigrazione, invece di diminuire, è esplosa: se è scesa quella europea, anzi si è invertita, è cresciuta in maniera esponenziale quella da Asia e Africa, fino a raggiungere il milione e mezzo di ingressi in un anno.
Catastrofe sventata
Dall’altro lato, non si sono verificati neppure gli scenari più cupi prospettati dagli avversari della Brexit: l’economia non è finita in recessione, non si è vista nessuna disoccupazione di massa e la City non si è svuotata (anzi, ha conosciuto un rilancio).
Promesse tradite
Come nota il rapporto appena pubblicato dallo Ukice, «c’è un ampio consenso che la Brexit ha reso l’economia del Regno Unito più piccola di quanto non sarebbe stato altrimenti. Questo non è stato un improvviso collasso, ma un graduale e cumulativo freno su commerci, investimenti e produttività». Per citare l’icastica sintesi dell’Economist, «la Brexit non ha reso la vita in Gran Bretagna largamente differente, solo più fastidiosa».
Quantificare esattamente il danno economico provocato dall’uscita dalla Ue è impresa particolarmente difficile, dato che la Brexit ha coinciso con gli choc del Covid e della guerra in Ucraina (e ora di quella in Iran). Secondo uno studio dell’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio, ossia l’organismo indipendente di sorveglianza sui conti pubblici, nel lungo termine l’uscita dalla Ue farà sì che l’economia britannica sarà del 4% più piccola che se fosse rimasta nell’Unione. Secondo altri studi realizzati da economisti universitari, l’impatto oscilla fra il 2,5% e l’8%. Il problema di queste stime, però, è che si tratta di proiezioni matematiche, di tipo controfattuale, non di rilevazioni empiriche: la realtà è che in questi ultimi dieci anni l’economia britannica è cresciuta a un ritmo più sostenuto di quelle dei principali Paesi europei, soprattutto rispetto a Italia e Germania.
Bassi (e alti)
Nel dettaglio, l’impatto della Brexit è stato diverso a seconda dei settori: le esportazioni di beni materiali sono calate dell’8% e a soffrire sono state soprattutto le piccole aziende dell’agro-alimentare, soffocate dalle nuove barriere burocratiche; il settore dei servizi ha invece visto un aumento del 48% dell’export (e i servizi rappresentano quasi il 60% delle esportazioni britanniche). Come fetta mondiale dei servizi finanziari e professionali, la Gran Bretagna ha ormai quasi agganciato gli Stati Uniti, a conferma che Londra è una vera «consultocrazia».
In ogni caso, al di là delle valutazioni specifiche, l’attuale governo laburista ha fatto del riavvicinamento alla Ue una delle sue priorità: un processo avviato da Keir Starmer e che sarà sicuramente proseguito con ancora più lena dal suo probabile successore, Andy Burnham. Diversi esponenti laburisti hanno affacciato l’ipotesi di un rientro nel mercato unico e nell’unione doganale, mentre qualcuno ha perfino parlato di ritorno nella Ue tout court.
Strade separate
Ma quanto è realistica questa prospettiva? Innanzitutto Bruxelles non ha intenzione di concedere un accesso à la carte: quindi il rientro nel mercato unico implicherebbe il ripristino della libertà di circolazione, che potrebbe risultare ostico a un’opinione pubblica britannica già allarmata dagli alti livelli di immigrazione. Un ritorno completo nella Ue non avverrebbe poi nei termini vantaggiosi che Londra aveva prima del divorzio: e quindi i britannici dovrebbero impegnarsi ad abbandonare la sterlina, a entrare in Schengen e a versare contributi di bilancio molto più alti. Tutte cose altamente divisive.
Per di più, in questi anni la Gran Bretagna e l’Europa hanno conosciuto una significativa divergenza regolativa: Londra ha acquisito un vantaggio competitivo nell’Intelligenza artificiale, nella finanza così come nelle scienze e ingegnerie biomediche, cui sarebbe difficile rinunciare.
Come ha sintetizzato Anand Menon, «tutte le alternative per il futuro sono dolorose»: Londra può lasciare le cose come stanno e subirne l’impatto economico, entrare nel mercato unico e rinunciare all’autonomia decisionale, oppure impegnarsi in un dibattito di almeno dieci anni sui termini del rientro nella Ue. E questo processo di ricongiungimento, avverte Menon, «sarebbe nasty», cattivo e sgradevole.