Corriere della Sera, 23 giugno 2026
La rivincita del cupo Nord britannico
«It’s grim up north» cantano i tifosi del Chelsea ogni volta che a Stamford Bridge mettono piede le due squadre di Manchester oppure il Liverpool. Lassù è cupo, ma anche sgradevole, brutto. Londra contro il Nord, è sempre stato così. Due idee di vita e di paesaggio opposte l’una all’altra. In Get Carter, uno dei film più belli del cinema inglese degli anni Settanta, l’eroe Michael Caine risale in treno da Londra a Newcastle, e il suo viaggio mostra la contrapposizione tra un sud borghese e aristocratico e un nord industriale e operaio. Adesso che l’autoproclamato «re del nord» Andy Burnham si appresta a fare il percorso in direzione opposta, la rivalità rimane. L’ultimo primo ministro proveniente da quella zona così particolare dell’Inghilterra era stato Harold Wilson, tormentato campione della sinistra inglese che nel 1975 vinse il referendum per l’adesione all’Unione europea. Negli anni di Margaret Thatcher, nord era sinonimo di deindustrializzazione e di un operaismo sconfitto da nuove logiche liberiste, e come tale il suo ricordo vive ancora. La globalizzazione, il tempo e la rinascita di Liverpool e Manchester tolsero significato a quella differenza. Fino alla notte del 24 giugno 2016. Quando la città di Sunderland, roccaforte del «muro rosso», dichiarò per prima la vittoria del «Leave», trasformando agli occhi dei Londoners favorevoli al «Remain» l’elettore medio del nord, bianco, classe lavoratrice e dimenticato, nel principale responsabile della Brexit. Le ciminiere e le case di mattoni rossi non ci sono più, anche se resistono in un certo immaginario. Ma è pur sempre un altro mondo e un’altra società rispetto alla capitale. Burnham arriva a Downing Street sull’onda della fascinazione Labour per quella mitologia progressista, opposta al riformismo londinese di Keir Starmer. Chissà come andrà, al marziano del nord.