Corriere della Sera, 23 giugno 2026
L’addio in lacrime di Starmer
Dimissioni annunciate ma non per questo meno drammatiche in un panorama politico in rapida evoluzione, o meno struggenti per un uomo che davanti al numero 10 di Downing Street ha dimostrato tutta la sua umanità, commovendosi alla menzione della moglie Victoria, Vic, e dei due figli adolescenti. Non sono passati neanche due anni da quel 5 luglio 2024 in cui, con una maggioranza storica e schiacciante – 411 deputati alla Camera dei Comuni su un totale di 650 – Keir Starmer era arrivato al governo. Ieri si è fatto da parte, una decisione presa, ha sottolineato, «come sempre nell’interesse del Paese».
Un leggio posizionato davanti alla celebre porta nera, le telecamere sull’altro lato della strada già dalle prime ore della mattina, i collaboratori e i colleghi più stretti riuniti su un lato e, poco dopo le 9, Starmer che compare tenendo per mano la moglie e che assapora l’applauso di chi gli è rimasto lealmente accanto prima di parlare. Nel suo discorso – disturbato a tratti dai cori dei manifestanti per il rientro in Europa che hanno ripetutamente intonato l’Inno alla gioia di Beethoven – ha voluto ricordare tutto ciò che assieme alla sua squadra ha ottenuto: la trasformazione del partito laburista, una vittoria in cui nessuno sperava, nuovi diritti per i lavoratori, la fine dell’austerità, più crescita, stipendi più alti, nuove infrastrutture, la drastica riduzione dell’immigrazione netta e delle liste d’attesa per la sanità, il ritorno a un ruolo importante sulla scena internazionale, la nuova legge sui social media e gli adolescenti, la costruzione di un Paese più equo per tutti.
Lascia il lavoro «più fondamentale del Paese» per dedicarsi al «più importante», quello di marito e padre, perché alla fine «il quesito che il partito ha posto è se sono la persona adatta a guidare il Paese verso le prossime elezioni». «Ho ascoltato la risposta del mio gruppo parlamentare e l’accetto, with good grace». Di buon grado, con decenza: una formula di difficile traduzione che racchiude il problema più grande di Starmer, attento ed equilibrato da bravo avvocato qual è ma poco simpatico, incapace di conquistare l’elettorato.
«La sua difficoltà maggiore è stata legare con la gente», ha sottolineato Peter Hain, oggi Lord, ministro nell’era di Tony Blair per l’Irlanda del Nord e del Lavoro e le pensioni con Gordon Brown.
Come a dimostrazione, con tempismo degno di un romanzo o una fiction televisiva, si è mosso da Manchester alla volta di Londra Andy Burnham, 56 anni, neoeletto ai Comuni nel sobborgo di Makersfield, il prescelto, l’uomo che già due volte, nel 2010 e nel 2015, aveva tentato di arrivare alla guida del Labour senza successo e che ora invece sembra destinato a diventare primo ministro, il settimo nel Regno Unito nei dieci anni dal referendum sulla Brexit.
Si impappina, dice due volte, prima di salire sul treno e subito dopo esserne sceso, di essere stato eletto sindaco, «no, deputato» si corregge ridendo, ma non importa: le televisioni seguono dall’alto il convoglio che lo porta alla stazione di Euston (e che arriva, disperazione di tanti viaggiatori, con 21 minuti di ritardo). Poco dopo, ai Comuni, giura fedeltà «al re e ai suoi eredi», come prevedono le regole: in giacca e cravatta, ha l’aria rilassata di chi conosce il proprio fato.
Non perde un colpo, neanche quando in aula citando Cicerone qualcuno gli grida «Roma è salva», o subito dopo, quando un altro deputato lo mette in guardia: «Mica è il Messia». Burham riconosce la battuta di un film di Monty Python, fornisce veloce quella successiva: «Solo un naughty boy», un ragazzaccio. È un clima diverso, un cambio di passo.
«Sembra una coincidenza, ma non credo lo sia, che ci prepariamo ad accogliere il settimo premier proprio nel decimo anniversario del referendum della Brexit», spiega Alastair Campbell, storico mago dell’immagine di Blair oggi tra i commentatori politici più seguiti. «C’è un senso di brutalità» nel modo in cui Starmer è stato obbligato ad andarsene. E infatti Burnham posa nella Great Hall di Westminster per un selfie assieme a centinaia di deputati laburisti, tra i quali anche la ministra del Tesoro Rachel Reeves. Et tu.