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 2026  giugno 21 Domenica calendario

Intervista a Fabiola Gianotti

Fabiola Gianotti, lei ha avuto una formazione classica e abbracciato una carriera scientifica. Quando ha capito che nel suo destino c’era la fisica?
«Sono stata una bambina molto curiosa, che si poneva un gran numero di domande. Questa curiosità è stata lo stimolo che mi ha spinto verso la scienza. A 17 anni sono rimasta folgorata dalla biografia di Marie Curie. Ho capito che volevo fare la ricercatrice. E ho intuito che la fisica avrebbe potuto dare una risposta alle mie domande. Un fantastico salto nel buio di cui vado orgogliosa».
Il suo percorso è in controtendenza rispetto a quello di molte ragazze italiane, che nella formazione umanistica trovano una comfort zone e si sentono inadeguate nelle materie STEM. Temono di fallire.
«Per fortuna, negli ultimi anni abbiamo visto un numero crescente di scienziate affermarsi ai massimi livelli in tutte le discipline scientifiche. Questo è un segnale incoraggiante. Alle ragazze di oggi direi: non dubitate delle vostre capacità, seguite le vostre passioni e i vostri sogni con coraggio e perseveranza, perché la scienza è un’avventura straordinaria. Capire come funziona l’universo, la natura o la vita è qualcosa di profondamente affascinante e gratificante».
L’Italia fa abbastanza per promuovere le donne nella scienza?
«In generale non si fa mai abbastanza, e non soltanto in Italia. Quando ci sono delle minoranze in gioco, e nel nostro campo le scienziate sono meno del 20%, bisognerebbe avere un approccio proattivo, stimolare le nuove generazioni a compiere scelte meno scontate».
Sua madre era siciliana, filologa di lingue romanze. Suo padre piemontese, geologo.
«Mamma mi ha trasmesso la passione per la musica, papà mi ha avvicinato alla scienza e all’amore per la natura. Sono stati fondamentali: due influenze diverse e complementari».
Lei ha raggiunto la notorietà grazie alla scoperta del bosone di Higgs. Di solito la notorietà oscura i momenti difficili. Ne ha avuti?
«Soprattutto all’inizio, perché quando si sceglie di lavorare nel campo della ricerca si va incontro a fasi di grandi incertezze, contratti precari, e la sensazione di investire anni di lavoro senza sapere se poi quegli sforzi porteranno davvero a un risultato. Ma non ho mai avuto dubbi sulle mie scelte, la curiosità scientifica e la passione per quello che facevo hanno sempre prevalso. Anche oggi penso che le difficoltà facciano parte del percorso: non si supera l’incertezza gettando la spugna, ma imparando a trasformandola in una forza che ci rende più resilienti».
Provi a spiegare a un pubblico che non ha la sua preparazione, le sue competenze, perché la scoperta del bosone di Higgs è stata un evento straordinario.
«Scientificamente, la scoperta è importante perché questa particella è legata al meccanismo che ha permesso alla materia di cui siamo fatti di formarsi nell’universo primordiale, circa 13,8 miliardi di anni fa. In altre parole, senza questo meccanismo non esisteremmo. Dal punto di vista delle applicazioni pratiche, per arrivare a scoprire il bosone di Higgs abbiamo dovuto sviluppare tecnologie all’avanguardia in molti settori, che vanno dai magneti superconduttori alla criogenia, alle tecniche del vuoto ultraspinto, a rivelatori di particelle estremamente avanzati, alla gestione di enormi quantità di dati, e così via. Queste tecnologie hanno avuto un impatto significativo sulla società e sulla vita di tutti i giorni: in medicina, ad esempio nella terapia dei tumori, nell’industria, nel monitoraggio ambientale, nell’ambito digitale e in altri campi».
Tendiamo a sottovalutare la scienza?
«La ricerca fondamentale produce conoscenza e le conoscenze sono la linfa del progresso; prima o poi vengono tradotte nel bene comune. Pensiamo alla fisica quantistica, una delle rivoluzioni dell’inizio del secolo scorso: quando fu sviluppata fu considerata conoscenza inutile, perché così distante da ogni applicazione pratica. Eppure senza la fisica quantistica, non esisterebbe l’elettronica moderna, dai telefonini ai computer».
Cosa ricorda dei giorni che hanno preceduto la scoperta del bosone di Higgs?
«È stato un momento magico, il coronamento del lavoro di migliaia di fisici, ingegneri e tecnici per moltissimi anni. Io, all’epoca, ero la coordinatrice dell’esperimento ATLAS al Large Hadron Collider (LHC) che, insieme all’esperimento CMS, ha annunciato la scoperta il 4 luglio del 2012. Il bosone di Higgs è stato cercato per quasi mezzo secolo, in laboratori di tutto il mondo. Aver chiuso il cerchio è stata un’emozione grandissima, che veniva dopo settimane di lavoro molto duro, giorno e notte, con una pressione enorme. Abbiamo svolto un’infinità di controlli e verifiche. Ogni numero, ogni risultato, ogni grafico, è stato soppesato e vagliato. Al CERN si respirava un misto di eccitazione e ansia».
Perché ci siete riusciti voi al CERN e non altri laboratori?
«Perché LHC aveva abbastanza energia per produrre il bosone di Higgs con un tasso osservabile. Gli altri acceleratori non erano così potenti. Abbiamo sfruttato il salto tecnologico nel campo dei magneti superconduttori».
All’annuncio della scoperta, Peter Higgs, che aveva teorizzato l’esistenza del bosone, è scoppiato in lacrime. In quel pianto c’era gratitudine?
«C’era gioia, gratitudine e, come mi disse lui stesso, incredulità. L’idea che aveva avuto nel 1964, in effetti si è rivelata corretta. Per 50 anni aveva atteso quel momento. Peter Higgs è una persona molto speciale, modesta, lontana dall’immagine dello scienziato celebrato. Vederlo commuoversi è stato toccante».
Il bosone di Higgs è stato anche ribattezzato “la particella di Dio”, una definizione che non l’ha mai convinta. Perché?
«È una definizione efficace per attirare l’attenzione del grande pubblico, molto evocativa. È legata al libro del premio Nobel Leon Lederman. Avrebbe dovuto intitolarsi “La particella dannata”. Ma l’editore ha pensato che con quel titolo il libro non avrebbe venduto e ha deciso di cambiarlo in “La particella di Dio”. Tuttavia il bosone di Higgs non è più importante delle altre particelle elementari. Tutte svolgono un ruolo essenziale e, se ne eliminassimo anche una sola, l’universo non esisterebbe o sarebbe profondamente diverso da quello che conosciamo».
Lei ha guidato il CERN per due mandati consecutivi, dal 2016 al 2025. Prima donna e primo bis.
«Mi lasci dire che sono profondamente grata ai Paesi membri del CERN per la fiducia che mi hanno accordato in questi 10 anni, in particolare ai governi italiani per il grande sostegno che ho ricevuto. L’eredità più importante è il bagaglio di esperienze e conoscenze acquisito in ambiti molto diversi, perché ho dovuto occuparmi non soltanto degli aspetti scientifici e tecnici, ma anche della gestione dei finanziamenti, delle risorse umane, delle relazioni con i governi, della comunicazione con il pubblico e i media, della ricerca di fondi privati per sostenere i nostri progetti, e dell’organizzazione quotidiana del laboratorio estremamente complesso. Il CERN ha 630 ettari di terreno, circa 80 km di tunnel e gallerie sotterranee, 700 edifici, e quasi 500 camere per ospitare i ricercatori di passaggio. Pensi che siamo il più grande albergo di Ginevra».
Il CERN è un grande progetto comunitario. Questa visione resta viva o è in crisi come l’Europa?
«La visione che ha portato alla creazione del CERN è estremamente attuale. Viviamo in un mondo attraversato da tensioni geopolitiche e sfide globali sempre più complesse. E la capacità di catalizzare Paesi, competenze e risorse attorno a obiettivi comuni è forse più importante oggi di quanto non fosse 72 anni fa, quando il CERN fu fondato. Il CERN continua a dimostrare che la collaborazione internazionale non solo è possibile, ma è uno strumento straordinario di progresso e di pace».
Il mondo sembra andare in un’altra direzione, in cui la scienza diventa fattore di supremazia.
«Capita nel campo delle tecnologie di avanguardia. Ma la scienza in sé ha una forza universale e unificante, perché le leggi della natura sono le stesse per tutti: una mela cade dall’albero nello stesso modo in Italia, in Cina, in America. La scienza parla un linguaggio comune che supera i confini, le culture, i sistemi politici e può veramente aiutare a connettere persone e popoli in un mondo sempre più fratturato».
Non la preoccupa che l’intelligenza artificiale sia in mano a un’oligarchia, come ha denunciato lo stesso Sergio Mattarella?
«Sì, questo aspetto solleva interrogativi rilevanti sulla trasparenza, sul controllo pubblico, nonché sul fatto che determinate tecnologie vengano sviluppate nell’interesse dell’intera umanità piuttosto che a vantaggio di pochi. Inoltre i modelli di IA rimangono ancora molto opachi per gli stessi sviluppatori. Non abbiamo una conoscenza dettagliata di cosa succede all’interno di questi sistemi complessi, formati da molti strati e da miliardi di parametri. Serve quindi fare una ricerca fondamentale sull’intelligenza artificiale, finanziata da istituzioni e denaro pubblico in modo da garantire trasparenza e accesso aperto a tutti».
Cosa sappiamo dell’universo. E, soprattutto, non sappiamo?
«Negli ultimi decenni abbiamo compiuto progressi straordinari. Sappiamo come l’universo si è evoluto dalla sua origine ad oggi. E comprendiamo molte delle sue leggi fondamentali. Abbiamo anche osservato fenomeni che fino a poco tempo fa erano solo ipotesi teoriche, quali le onde gravitazionali. E appunto, con la scoperta del bosone di Higgs, abbiamo completato il quadro sperimentale del cosiddetto modello standard delle particelle elementari. Ma ciò che conosciamo è solo una parte della storia. Non sappiamo che cosa siano la materia oscura e l’energia oscura, che insieme costituiscono il 95% del contenuto dell’universo. Non sappiamo nemmeno come conciliare la meccanica quantistica con la relatività generale, la teoria che descrive la gravità».
La materia oscura, perdoni il gioco di parole, è destinata a rimanere tale per sempre?
«Assolutamente no. Anzi, spero che possa essere scoperta nell’arco della mia vita. Sarebbe un sogno arrivare a capire di cosa è fatta questa misteriosa materia che tiene assieme le galassie attraverso la forza gravitazionale».
Il PNRR vi ha aiutato tanto, abbastanza, poco?
«È stato molto importante. La ricerca necessita di fondi e soprattutto, nel nostro Paese, di posti per i ricercatori. Abbiamo scuole e università eccellenti. Dal punto di osservazione di direttrice del CERN, ho seguito giovani che venivano da tutto il mondo: gli italiani non sono secondi a nessuno. Però non siamo in grado di trattenerli, perché mancano i posti e c’è ancora troppo precariato».
Lei non ha figli, anche se in passato confessò che da ragazzina ne avrebbe voluti cinque. Guardandosi indietro, la scienza che cosa le ha dato e cosa le ha tolto?
«Mi ha dato la possibilità di capire come funziona la natura a livello più profondo, e di lavorare con persone straordinarie. Ma è stato anche un percorso impegnativo, che ha richiesto grandi sacrifici e moltissima dedizione. Naturalmente non me ne sono mai pentita».