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 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Intervista a Ferdinando Scianna

«Mio padre vedeva per me un futuro da medico o da ingegnere, sicuramente non da fotografo». E invece, per uno scherzo del destino che la dice lunga sulla logica insondabile della vita, è stato proprio lui, il padre, a regalare a Ferdinando Scianna la prima macchina fotografica: il ragazzo aveva sedici anni, cominciò a inquadrare le compagne di liceo e da allora non ha più smesso di scattare, anche se oggi che ne ha 83 si limita a qualche paesaggio e a ritratti di amici ripresi con il cellulare, perché la macchina è troppo pesante e il sacro fuoco non arde più.
Ricorda con affetto gli incontri decisivi con Leonardo Sciascia – «il mio angelo paterno» – e Henry Cartier-Bresson, l’antipatia per Oriana Fallaci nel periodo all’Europeo, la Milano dove approdò negli Anni 60 fra contestazione e modernità, e poi l’infinita galleria di immagini che hanno scandito una carriera straordinaria.
Come avvenne il primo incontro con la fotografia?
«I miei genitori andarono in viaggio di nozze negli Anni 50, Roma, Firenze, Venezia, perché quando si erano sposati c’era la guerra e non potevano certo muoversi per l’Italia. Al ritorno, mio padre mi portò una piccola macchina fotografica con obiettivo Zeiss, piuttosto buona. Per la licenza liceale i miei mi chiesero cosa volessi per regalo e io chiesi una macchina professionale».
Suo padre non ebbe niente da ridire?
«Acconsentì, ma poi mi sono rifiutato di fare Ingegneria e mi sono iscritto a Lettere, con la prospettiva però di fare il fotografo, il che per mio padre fu una catastrofe. Stava cambiando il mondo, erano gli Anni 60, i ragazzi nei juke-box sentivano la stessa musica che si sentiva in America, una cosa difficile da immaginare oggi».
E Bagheria, il suo paese, che posto era?
«Un posto curioso, dove i nobili palermitani si erano fatti costruire le loro ville, come Villa Palagonia detta anche villa dei mostri per le statue bizzarre che la ornano. Un posto di bellezza e violenza, con mafia e miseria e gente che emigrava all’estero per lavorare. Ci sono nati anche Guttuso, Buttitta, Tornatore, tutti siamo andati via e tutti l’abbiamo raccontata».
Lei che cosa fotografava all’inizio?
«Istintivamente le ragazze della mia età, ma ero interessato soprattutto alla vita del paese: avevo un’aria bizzarra perché giravo sempre con la macchina fotografica. Nella strada di casa mia solo tre famiglie avevano l’acqua corrente e la gente andava alla fontana. Mio padre mi chiese perché facevo foto lì, ho risposto perché c’è la vita e lui ha detto i panni sporchi si lavano in casa. Allora capii che la macchina poteva essere usata in modo identitario, politico e sociale».
Si è mai chiesto che cosa avrebbe fatto se non fosse diventato fotografo?
«Rispondo come Beckett per la scrittura: non so fare altro. Ho fatto anche il giornalista, per 25 anni, ma avevo altri astratti furori, per me fare il fotografo era riportare pezzi di mondo, un’ossessione che è durata sessant’anni. Ho fatto cento libri, sulle cose, sull’antropologia, sul mio paese, tutto per me doveva passare dalla macchina fotografica».
Come ha conosciuto Sciascia?
«È l’incontro che ha cambiato la mia vita. Avevo fatto un lavoro sulle feste religiose e nel 1963 ho fatto la mia prima mostra a Bagheria. Sciascia l’ha vista, anche se io l’ho saputo solo dopo. Sono andato a trovarlo a Racalbuto, gli ho detto sono il ragazzo della mostra di Bagheria e lui mi ha invitato a mangiare, come faceva con tutti. Ho trovato in lui il mio padre simbolico, non solo un amico, ma qualcuno che mi ha preso sul serio, un angelo paterno».
Due anni dopo avete fatto un libro insieme.
«Titolo: Feste religiose in Sicilia, col suo testo e le mie foto. Mio padre non è che fosse molto entusiasta: Sciascia scriveva rubriche fulminanti su L’Ora e l’idea che fossi amico di questo personaggio sulfureo non piaceva tanto alla mia famiglia. La religiosità dei siciliani era vista in modo molto materialista e questo faceva andare fuori dai gangheri cattolici e democristiani. Abbiamo avuto la fortuna di una stroncatura sull’Osservatore romano».
Poi è partito per Milano.
«Per me era stupefacente, era la contemporaneità. Volevo cambiare il mondo, ero per la strada nelle manifestazioni studentesche e ai funerali della strage di piazza Fontana, la fotografia era un mezzo di espressione politica e sono rimasto all’Europeo per vent’anni».
All’Europeo furoreggiava Oriana Fallaci.
«L’ho conosciuta benissimo ma non l’ho mai amata perché trattava il fotografo con cui partiva sempre, Gianfranco Moroldo, come una specie di servo. Aveva un atteggiamento aggressivo, una volta che aveva litigato con Moroldo chiesi al direttore di non lavorare mai con lei. È stata una grande giornalista, ma incarnava il divismo culturale: a Città del Messico, dove è stata ferita, l’avvenimento era quel che è capitato a lei, non la rivolta di quei giorni».
Cartier-Bresson che ruolo ha avuto nella sua vita?
«È l’altro mio grande padre putativo, oltre che il faro di quattro generazioni di fotografi. Una di quelle persone della mia vita con cui è scoccato un colpo di fulmine: quando ho lasciato il giornale e la mia famiglia è stato lui a dirmi di candidarmi all’agenzia Magnum. A Parigi dormivo a casa sua, avevamo in comune l’anarchismo a cui, diceva lui, bisogna aggiungere il pacifismo altrimenti ti mandano subito i carabinieri. Era un ribelle, anche se rampollo di una grande famiglia di industriali».
Lei accettò un po’ a malincuore di fare un celebre servizio di moda.
«Quando me l’hanno chiesto Dolce e Gabbana è scattato un pregiudizio di carattere estetico culturale. Secondo il comandamento bressoniano il fotografo dev’essere un testimone invisibile, invece lì dovevi dare indicazioni alle modelle, anche se la mia filosofia della posa era dire: buttati lì nella strada, in Sicilia. Dovevano essere persone, non manichini, Marpesa ha fatto più l’attrice che la modella».
Oggi continua a fotografare?
«No, cioè, sì, ma non è più essenziale. La spinta famelica e ossessiva non c’è più, è finita. Le mie gambe hanno deciso che avevo esagerato a usarle tanto al servizio della macchina… Ogni tanto paesaggi, e ritratti di amici, questo sì, ma con il cellulare, la macchina è diventata troppo pesante».