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 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Idea di una startup italiana: ricongelare il ghiaccio artico

“Abbiamo aggiunto oltre 50 centimetri di spessore al ghiaccio artico”. Andrea Ceccolini è l’ad di Real Ice, startup con sede a Londra e con un obiettivo che potrebbe sembrare “folle” (come ha scritto il Guardian): ricongelare il Polo Nord che si sta sciogliendo. “Siamo alla quarta campagna invernale e i risultati sono molto incoraggianti”, racconta l’imprenditore italiano, che aveva anticipato i suoi progetti a Italian Tech. “Questa volta, tra gennaio e marzo abbiamo spruzzato acqua su una superficie ghiacciata di 400 per 450 metri. Il primo obiettivo era verificare se effettivamente la nostra tecnica ci permette di ispessire il ghiaccio. E i risultati preliminari ci dicono di sì: di circa mezzo metro appunto”.
Come funziona? “Si fa un buco nel ghiaccio naturale, spesso 60-70 centimetri, per pescare l’acqua marina sottostante e poi spruzzarla in superficie tramite apposite pompe alimentate da energie rinnovabili.”, risponde Ceccolini. Viste le basse temperature invernali dell’aria, l’acqua ghiaccia e si deposita. “Oltre allo spessore aggiunto, l’altra cosa che abbiamo notato è come il nostro ghiaccio sia molto più brillante di quello ‘naturale’, per cui riflette più del doppio della radiazione solare. E assorbire meno energia significa rallentare lo scioglimento. C’è una grande differenza tra l’area di intervento e quella limitrofa non trattata: ora che è iniziata la stagione dello scioglimento, quest’ultima è già costellata di pozze d’acqua e di colore blu. Mentre l’altra è bianca, compatta e 50 centimetri più alta”. Il tutto accade a un chilometro dalla costa dell’Arcipelago Artico Canadese, 70 gradi di latitudine nord, sette chilometri dal villaggio più vicino: Cambridge Bay.
Anche ricoprire una superficie di 2000 metri quadrati non è banale: “Facciamo tanti buchi nel ghiaccio giorno dopo giorno. In quest’area avremmo fatto 200 sessioni di pompaggio in 8 settimane, con sei pompe in parallelo, per un totale di circa 300 metri cubi all’ora di acqua pompata”. Si tratta chiaramente di un esperimento, condotto in collaborazione con l’Università di Cambridge, che vanta una grande tradizione in fatto di studi polari, nonché finanziato dal governo britannico. E a capo del comitato scientifico di Real Ice c’è una autorità in fatto di Polo Nord, come il decano dei glaciologi Peter Wadhams. Ma l’ambizione è trasformarlo da progetto pilota a intervento su grande scala, che “salvi” il ghiaccio artico dalla totale scomparsa nei mesi estivi. “Infatti l’altra domanda cruciale a cui cerchiamo di rispondere è: questa tecnica è scalabile economicamente?”, ammette Ceccolini. Per una risposta (almeno parziale) occorrerà attendere il prossimo inverno, quando a spruzzare acqua sul ghiaccio non saranno pompe di superficie ma droni sottomarini, che lavoreranno in condizioni più stabili in termini di sbalzi di temperatura: “Faranno un foro nel ghiaccio grazie al calore, poi attraverso il buco faranno emergere in superficie una pompa, come fosse il periscopio di un sommergibile, che spruzza acqua per diverse ore. Compiuta la missione, il drone torna automaticamente alla base per ricaricare le batterie”.
C’è anche un importante contributo italiano: “Abbiamo coinvolto l’Istituto di Biorobotica del Sant’Anna di Pisa. Lo scorso febbraio siamo stati in Finlandia per testare il drone sottomarino in condizioni simili a quelle polari. È stato un grande successo, sotto tutti i punti di vista”, racconta Ceccolini. E qual è l’accoglienza della comunità scientifica che studia l’Artico? “I colleghi di Cambridge e di Real Ice sono bravissimi”, commenta Giuliana Panieri, direttrice dell’Istituto di Scienze Polari del Cnr. “Ma per una valutazione corretta occorre aspettare la pubblicazione dei dati raccolti su riviste scientifiche con peer review. Ma l’Artico è davvero grande e mi sembra molto ambizioso voler ispessire il suo ghiaccio su aree che non siano di pochi chilometri quadrati.
Poi c’è il tema degli effetti indesiderati e non previsti della geoingegneria: questo progetto è certamente meno invasivo di altri, ma non è mai banale prevedere quali danni può arrecare agli ecosistemi o alle comunità umane locali. Infine, c’è il rischio che questi interventi distolgano dall’obiettivo principale, che deve restare quello di rimuovere la causa del riscaldamento, ovvero l’uso dei combustibili fossili”. Andrea Ceccolini ne è consapevole: “Non ci nascondiamo che c’è più di un elemento di scetticismo nel mondo della scienza e dell’accademia verso il nostro progetto. Ma noi siamo aperti a collaborare e i nostri dati sono open source, a disposizione di tutti. Per quando riguarda la scalabilità, la tecnica dei droni ci permetterà di avere un approccio modulare. Un solo drone potrebbe ispessire d’estate una strada su ghiaccio fondamentale per una comunità indigena. Una pattuglia di 10 droni potrebbe ripristinate il ghiaccio in una baia. Mille o diecimila potrebbero avere un impatto regionale”.
Ma quanto costerebbe? “Con 5-10 miliardi di dollari all’anno, si potrebbe fermare la scomparsa del ghiaccio marino dell’Artico in estate”. E gli effetti collaterali? “Da questo punto di vista, il progetto è monitorato dal British Antarctic Survey. Siamo alle valutazioni preliminari, ma l’impatto negativo sembra essere davvero limitato. E comunque da confrontare con uno scenario dove il ghiaccio scompare completamente e l’ecosistema collassa”. Resta la critica di distrarre dalla messa al bando di carbone, petrolio e gas. “Non c’è dubbio: mettere di bruciare combustibili fossili è la soluzione”, dice Ceccolini. “Ma non lo stiamo facendo. E nel frattempo che si rimuovono le cause di una malattia, può essere utile prendere una medicina. Noi speriamo che il nostro sistema riesca prolungare la vita dei ghiacci artici fino a quando smetteremo di surriscaldare il Pianeta”.