repubblica.it, 22 giugno 2026
Sei poliziotti sospesi dal servizio a Roma, accusati di aver picchiato un uomo in stato di fermo
L’ambulanza arriva al commissariato Viminale con le sirene accese all’una e quarantasei di notte. Dentro c’è un uomo con il sopracciglio spaccato, il volto tumefatto e una mano lesionata. Poche ore prima era stato fermato in via Gioberti, a due passi dalla stazione Termini. Per il gip Paolo Scotto Di Luzio quella notte è diventata il simbolo di “un atteggiamento violento e punitivo” e di una catena di falsi verbali destinati a coprire un pestaggio. Per questo sei poliziotti sono stati sospesi dal servizio per sei mesi.
Il giudice ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dalla procura, ma ha accolto quella interdittiva, ritenendo gravi gli indizi a carico degli agenti per il reato di falso ideologico.
Il cuore dell’ordinanza è tutto qui: non tanto le botte durante il fermo, sulle quali il procedimento dovrà fare il suo corso, quanto la presunta costruzione di una versione dei fatti ritenuta inattendibile su quello che succede dentro il commissariato.
Per Scotto Di Luzio il cittadino cubano fermato la sera del 27 agosto 2025 aveva consegnato spontaneamente il permesso di soggiorno. Le telecamere di via Gioberti, si legge nell’ordinanza, mostrano un atteggiamento inizialmente remissivo dell’uomo e smentiscono l’ipotesi di un’immediata opposizione al controllo. Poi la situazione precipita: nasce una colluttazione, l’uomo viene ammanettato e portato negli uffici del commissariato Viminale.
È dentro quegli uffici che il racconto degli agenti smette di reggere. I poliziotti descrivono il fermato come un soggetto fuori controllo, capace di sbattere la testa contro il muro e procurarsi da solo le ferite. Una ricostruzione definita “farraginosa e palesemente illogica”.
Se quell’uomo era davvero così pericoloso, si domanda il gip, perché non arrestarlo e portarlo davanti a un magistrato? Perché, invece, denunciarlo a piede libero e rimetterlo in strada?
Per Scotto Di Luzio la risposta è in un dettaglio: l’uomo non doveva presentarsi davanti a un giudice con il volto segnato.
La denuncia delle violenze, presentata quasi subito, le immagini delle telecamere e la certificazione medica hanno spinto il magistrato a ritenere plausibile che le lesioni siano compatibili con un pestaggio avvenuto dentro il commissariato e non con un gesto autolesionistico.
Secondo il magistrato, alcuni poliziotti avrebbero messo nero su bianco una versione dei fatti funzionale a coprire l’operato degli altri agenti presenti quella notte. “Avere piegato la funzione a scopi a essa estranei” rappresenta un comportamento grave perché sulla genuinità degli atti di polizia giudiziaria “si deve fare sicuro affidamento per il buon funzionamento del sistema”.
Da qui la decisione di sospendere tutti e sei gli agenti. Nell’ordinanza si legge di un “senso di impunità derivante dall’azione di gruppo” e di una “comune e reiterata difesa del proprio operato” da parte dei poliziotti. Adesso comincerà il processo. Le accuse del pm Ambrogio Cassiani dovranno reggere alla prova dell’aula e i sei agenti – difesi dagli avvocati Carlo Testa Piccolomini e Luca Rossi – dovranno difendersi.