repubblica.it, 22 giugno 2026
Granada, García Lorca e un cold case lungo novant’anni
Una fossa con dentro la scultura iperrealista di Federico García Lorca morto di tutto punto. Quando, un paio d’anni fa, l’installazione dell’artista spagnolo Eugenio Merino venne esposta in una galleria madrilena qualcuno la giudicò “di grande impatto”, altri gridarono al sacrilegio, altri ancora si chiesero se si fosse varcata una nuova frontiera della provocazione o della buffonata. Comunque la si valutasse, l’opera sembrava suggellare un’impresa che malgrado i nobili propositi aveva finito per assumere i tratti necrofilo-grotteschi di un film di Buñuel: la grande caccia ai resti del poeta fucilato dai nazionalisti allo scoppio della guerra civile. Oggi, nel novantesimo anniversario del crimine, la vicenda torna ad animarsi di polemiche come un karma, un supplizio ciclico, un “cold case” che spaventa se non altro perché potenzialmente potrebbe non finire mai.
Con gran dispiego di georadar, palloni aerostatici, ricostruzioni in 3D, le ricerche sulle alture di Granada presero il via nel 2009, nel quadro della cosiddetta “Legge per la memoria storica” varata dal governo socialista di Zapatero per le vittime del franchismo. Nel decennio successivo, le ruspe avrebbero ripreso a mordere in reiterati assalti, ma senza mai ottenere dalla terra il benché minimo indizio. Nessuna traccia dell’illustre desaparecido né dei tre disgraziati che finirono con lui davanti al plotone di esecuzione, i toreri anarchici Joaquín Arcollas e Francisco Galadí, più Dióscoro Galindo, un maestro repubblicano zoppo.
La tomba segreta
Ovviamente più gli scavi fallivano e più le ineludibili “teorie alternative” facevano la voce grossa. A spopolare è soprattutto quella secondo cui, con il misericordioso permesso degli uccisori, la salma di Federico sarebbe stata recuperata da suo padre pochi giorni dopo la fucilazione e nascosta in una tomba anonima. Dove? A seconda delle tifoserie, c’è chi giura sull’antico cimitero di Fuente Vaqueros, villaggio natale dello scrittore (fuente-vaqueros.com), chi indica una cappella, da tempo demolita, della vicina località di Láchar, e chi propende invece per i giardini della Huerta de San Vicente, la residenza estiva dei Lorca, ora museo, alle porte di Granada (huertadesanvicente.com).
Nella persona di Laura García Lorca, nipote del poeta, i discendenti hanno sempre liquidato cotante congetture come deliri. Il fatto che la famiglia non abbia mai approvato le perlustrazioni è parso ai sospettosi alquanto sospetto, ma non si capisce per quale inconfessabile motivo, a novant’anni dall’assassinio e a oltre mezzo secolo dalla fine della dittatura, i Lorca si ostinerebbero nella congiura del silenzio. Per loro, le spoglie di Federico si trovano là dove si è sempre detto: in una fossa comune tra i borghi di Víznar e Alfacar (universolorca.com/ruta-lorquiana). «Per noi ha un significato profondo che i suoi resti siano mischiati con altre vittime della guerra civile. In quella fossa tutti sono uguali» ha ripetuto ancora di recente Laura García.
Però il “caso Lorca” non si limita alle diatribe sulle reliquie fantasma. A ogni decennale rispuntano gli interrogativi sulle circostanze e i responsabili del suo arresto, la breve detenzione, le vere ragioni dell’assassinio. In effetti un movente con la maiuscola non è mai saltato fuori. Ma nel tempo ne sono emersi di collaterali che intrecciati tra loro sarebbero stati largamente sufficienti a decidere la sorte del poeta. In estrema sintesi: nel luglio ’36, la sollevazione militare sorprende Lorca mentre sta villeggiando con i familiari nella casa di campagna. La “Huerta” è presto presa di mira da bande di nazionalisti che menano, minacciano, frugano in cerca di documenti. A Federico si offre la possibilità di passare in zona lealista, ma i rischi della fuga lo terrorizzano, non è mai stato un cuor di leone e preferirà trovare riparo in città. Intorno al 9 agosto si trasferisce presso i fratelli Rosales, amici falangisti, molto coinvolti nella sommossa contro la repubblica. Con le forze ribelli ormai padrone della città, Lorca pensa che la dimora dei Rosales in calle Angulo (oggi Hotel Reina Cristina) sia un rifugio sicuro. Ma quel ricovero si trasformerà in una trappola. L’uomo chiave dell’inghippo si chiama Ramón Ruiz Alonso, è un esaltato con fregole di protagonismo, milita nella Ceda, coalizione catto-conservatrice, e ha il dente avvelenato contro la Falange, partito concorrente nel quale ha cercato di introdursi senza successo.
Parenti serpenti
Una volta appreso che il ricercato Lorca è protetto dai Rosales, Ruiz si presenta ad arrestarlo con scorta armata e una denuncia per inguaiarli tutti. Denuncia fantomatica: negli archivi non è mai stata ritrovata. Siamo al 16 agosto. Il poeta viene rinchiuso nel palazzo del governo civile in calle Duquesa, ora sede della facoltà di giurisprudenza. Ne uscirà solo per essere fucilato. Quali accuse gli fossero mosse non è dato sapere con precisione. Ma nel clima di illegalità insurrezionale non è che si andasse per il sottile.
A 38 anni, Lorca è una celebrità cosmopolita. Vive a Madrid. Con la sua Granada mantiene un vincolo carnale, ma i rapporti sono tutt’altro che distesi. Qualche mese prima di andarci a morire, l’ha definita in un’intervista «città povera, avvilita, una terra desolata dove si agita attualmente la peggior borghesia di Spagna». Quella borghesia dalla quale pure proveniva, ma che ormai lo riteneva un traditore. Un señorito ingrato e impertinente, oltretutto dedito a “prácticas de homosexualismo”, come si leggeva in una nota della polizia franchista datata 1965, ma venuta alla luce soltanto pochi anni fa. Nell’informativa – da prendere con le molle, essendo stata redatta a quasi trent’anni dai fatti – Lorca era anche definito “massone” e “socialista”. Formule stereotipate. Non risulta che Federico fosse affiliato a qualche loggia. Politicamente, poi, non si era mai esposto. Repubblicano moderato, coltivava amicizie di ogni obbedienza ideologica. Legami che nel momento supremo non gli sarebbero serviti a niente.
D’altra parte la famiglia Lorca, tra le più in vista dell’alto notabilato granadino, era attraversata da sorde contese claniche. Conflitti su eredità, terreni o la coltivazione della barbabietola da zucchero, estremamente remunerativa da quando la Spagna aveva perso la colonia cubana e le sue piantagioni di canne. Nella guerra civile si sarebbero regolati molti di quei conti. Ricostruendo la vasta trama endogamica si è scoperto che diversi fra gli odiatori dei Lorca aderirono all’alzamientonazionalista e potrebbero aver svolto un ruolo nella messa a morte di Federico. Lui aveva di certo sottovalutato la pericolosità del parentado ritraendo, senza nemmeno cambiarne il nome, una di quelle famiglie in La casa di Bernarda Alba, dramma rurale di fosco realismo. Il testo uscì postumo, ma il poeta ne avrebbe dato lettura durante l’ultimo soggiorno a Granada. E qualcuno potrebbe aver fatto un altro nodo al fazzoletto.
L’ultimo sospettato
In tempi relativamente recenti alla lista dei sospettati si è aggiunta anche la Guardia Civil. Nel 1928 Lorca ne aveva denunciato le brutalità in una poesia della raccolta Romancero Gitano la quale gli era valsa un processo da cui era uscito assolto. Che nei ranghi della gendarmeria si fosse serbata memoria di quell’affronto per vendicarlo col sangue durante la guerra era sempre apparsa una tesi temeraria. Fino a quando investigatori accaniti non hanno ripescato dalle scartoffie il nome di tale Nicolás Velasco Simarro. Tenente colonnello della Guardia Civil, l’ufficiale conosceva i versi incriminati, era ammanigliato con una delle fazioni familiari ostili ai Lorca e fu figura di spicco nella repressione granadina. Partì da lui l’ordine di esecuzione? Magari ne riparliamo al prossimo anniversario.