la Repubblica, 22 giugno 2026
Gian Luca Farinelli ricorda i 40 anni di Cinema Ritrovato
Quarant’anni fa due ragazzi ebbero un’idea piccola: un festival dedicato al cinema che non si poteva vedere. Oggi il Cinema Ritrovato di Bologna è un riferimento mondiale per il restauro e la storia del cinema, capace di portare in piazza Martin Scorsese, Jean-Luc Godard, Terry Gilliam e migliaia di spettatori innamorati delle pellicole più rare. Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna e tra i fondatori del festival, racconta come tutto è cominciato.
Sono passati quarant’anni.
«Ed è qualcosa di inatteso rispetto alle origini. Io e Nicola Mazzanti, ventenni, proponemmo l’idea di mostrare il cinema del passato che allora era quasi impossibile vedere. Oggi basta un pc per recuperare una filmografia, ma all’epoca molti titoli erano invisibili. Si leggeva di loro senza riuscire a vederli. Da quella intuizione è nato un festival che ha trovato subito un pubblico ed è cresciuto molto più di quanto avremmo immaginato».
Senza perdere la sua identità?
«È rimasto un festival molto fedele alla sua linea, radicale nelle sue scelte, ma al tempo stesso tempo è diventato un appuntamento per appassionati, artisti, registi e attori. Vengono qui perché sanno di trovare qualcosa di unico».
Sono passati tanti autori.
«Si fa prima a dire chi non è venuto. Da Godard a Bertolucci, da Scorsese a Coppola, da Agnès Varda a Jane Campion,fino a Terry Gilliam».
Uno che considera speciale?
«Scorsese. È ormai un compagno d’avventura: condividiamo da anni il lavoro sul recupero di film che rischiavano di scomparire, ha fatto conoscere il tema della conservazione al pubblico mondiale. E poi Alexander Payne: quando non riesce a venire ci manda lettere disperate. Al di là dei nomi è importante ciò che il festival ha reso possibile: la Cineteca è cresciuta e ha appena inauguato ARZ – Archivio Renato Zangheri di Cinema e Fotografia, che per noi rappresenta un nuovo inizio».
Una storia molto bolognese.
«Molto. Tutto è nato quasi per caso. Durante un concerto in periferia notai un enorme mostro di cemento abbandonato: era un parcheggio costruito per i Mondiali del 1990. Poco prima avevo visto la Cineteca belga trasferire le collezioni in un parcheggio dismesso e mi si accese una lampadina. Oggi quel luogo sta diventando un grande centro per la conservazione del cinema e della fotografia. Quest’anno abbiamo inaugurato ARZ, l’Archivio Renato Zangheri, e per ricordare l’antica funzione dell’edificio Marco Tullio Giordana ci ha dato un’idea geniale: portare le auto del cinema, dalla Bianchina di Fantozzi alla cabriolet de Il sorpasso. Il prossimo anno apriremo il laboratorio, una sala cinematografica e gli spazi espositivi».
Ve ne saranno successe, di cose...
«Tra i primi ospiti Stanley Donen, voleva ripartire prima per Los Angeles e non avevamo i soldi per cambiare il biglietto, gli mostrammo il nostro bilancio. Certificò con orgoglio che eravamo un festival povero e quindi restò».
Su Martin Scorsese?
«Ha una gran paura di volare. Una volta lo portai a vedere il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca. Quando uscimmo, i suoi collaboratori mi dissero: “Ma sei matto? Glielo mostri il giorno prima che deve prendere l’aereo?”. Il giorno dopo partì su un volo privato messo a disposizione addirittura dal re del Marocco. Dopo pochi minuti però l’aereo tornò indietro. Non ho mai capito se fosse per un guasto tecnico o se il Compianto avesse lasciato qualche segno. Fatto sta che il re del Marocco dovette mandare un altro aereo e noi ci ritrovammo a passare altri due giorni con Scorsese a Bologna. Un magnifico imprevisto».
Quanto a fobie, anche Godard...
«Diciamo che richiedeva qualche attenzione. Quando riuscimmo a convincerlo a venire ero terrorizzato. Alcuni colleghi di Torino mi avevano raccontato che anni prima era arrivato in aeroporto, aveva visto dei giornalisti ad aspettarlo e aveva detto: “Vado un attimo in bagno”. In realtà era tornato diretto a casa. Così, quando andai a prenderlo, vidi anch’io un gruppo di fotografi e mi prese il panico. Corsi dal responsabile dell’aeroporto e gli spiegai la situazione: se il regista vede una macchina fotografica torna indietro. Mi chiese: “Chi aspettate?”, io: “Jean-Luc Godard”. S’illumina: “L’autore di Fino all’ultimo respiro?”. Organizzò un percorso speciale facendolo uscire dalle partenze invece che dagli arrivi. Missione compiuta. Alla fine passò giornate bellissime a Bologna e abbiamo perfino il ricordo di un Godard sorridente».
L’incontro più emozionante?
«Con Anna Karina. Era già molto malata. Durante l’incontro ripercorse la sua storia con Godard ricordando episodi, dettagli, emozioni. Sembrava di assistere a un pezzo di storia del cinema che prendeva vita davanti ai nostri occhi. La sala era commossa. E poi Valeria Golino. Era arrivata all’ultimo secondo, dalla stazione la portammo subito dietro lo schermo di Piazza Maggiore e sul palco. Quando vide quella distesa di persone quasi svenne, una reazione bellissima e autentica».
I più divertenti?
«Terry Gilliam. La figlia si era raccomandata: “È stanchissimo, solo due domande”. Sul palco Gillian inizia a scherzare, improvvisa, si mette a ballare. Non si riesce a farlo scendere. Carlo Verdone: “Facciamo due battute e poi mi guardo il film”, poi resta sul palco un’ora, spinto dal pubblico. John Landis per The Blues Brothers dal palco inizia a fare domande lui al pubblico, ne esce uno show».
La proiezione più emozionante?
«Apocalypse Now, la prima europea della versione restaurata da Coppola. La piazza era piena dalle due di pomeriggio, gente sotto il sole come per un grande concerto».
Autori attesi come rockstar?
«Vengo dalla proiezione de Il cappotto, del 1926: quasi nessuno l’aveva mai visto. Abbiamo dovuto ritardare l’inizio di un quarto d’ora, con un caldo infernale, ma la sala era piena. Da noi le vere rockstar sono i film».