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 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Netanyahu: “In Libano finché sarà necessario”

Israele non arretra. La sua leadership non ha alcuna intenzione di ritirare le truppe dal sud del Libano, che insieme al cessate il fuoco è una delle condizioni poste dall’Iran per sbloccare il negoziato svizzero con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la tregua, invece, nonostante l’ennesimo annuncio di stop agli attacchi arrivato poche ore prima, nella notte tra sabato e domenica raid aerei israeliani hanno fatto sette vittime in Libano tra la valle della Beqaa e il distretto di Tiro. Ma per tutta la giornata di ieri, mentre si tenevano i negoziati al Bürgenstock, non si è mai sparato. Per la prima volta dal 2 marzo.
Ieri il governo e l’esercito israeliano hanno ribadito in continuazione che le richieste di cui si discuteva in Svizzera – dove i colloqui venivano fatti cominciare da una discussione di emergenza sulla questione libanese – erano considerate irricevibili.
«Resteremo per anni nelle zone che occupiamo in Libano», diceva in un’intervista il ministro delle Finanze, il falco Bezalel Smotrich. Parole chiare e ferme anche quelle del premier Benjamin Netanyahu, che assicurava: «Rimarremo nella zona di sicurezza nel Libano meridionale per tutto il tempo necessario a proteggere i residenti del nord e tutti i cittadini. Il rapporto delle vittime in Libano è di un civile colpito ogni cinque terroristi. È incredibile, dovremmo essere elogiati, non condannati. E non permetterò mai all’Iran di dotarsi di armi nucleari».
«Non vi è stata e non vi è alcuna limitazione all’azione dell’Idf (l’esercito, ndr) in Libano per rimuovere le minacce», aggiungeva il ministro della Difesa Israel Katz, mentre il capo dell’Idf Eyal Zamir, proprio dal sud del Libano, diceva: «Il cessate il fuoco dichiarato è fragile e dobbiamo mantenere un alto livello di prontezza per l’eliminazione delle minacce che si presentano e per una rapida transizione alla ripresa delle operazioni, se necessario».
È un dialogo tra sordi, con Hezbollah e l’Iran. Il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto l’ipotesi di una zona di sicurezza israeliana in Libano, affermando che la permanenza di truppe israeliane sul territorio libanese è «impossibile: Israele è un aggressore e deve andarsene». L’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai Pasdaran, ha invece ricordato che il primo punto dell’accordo di Islamabad tra i presidenti degli Stati Uniti e dell’Iran prevede appunto la fine della guerra su tutti i fronti e la garanzia della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano.
In Israele, nonostante i sei soldati dell’Idf morti da giovedì, l’esercito è convinto che Hezbollah sia in una «situazione molto difficile», e intanto celebra la scoperta – arrivata grazie a un’operazione in cui sono stati uccisi 20 membri di Hezbollah – di un tunnel profondo 25 metri e pieno di armi in un villaggio del sud, Majdal Zoun, nel distretto di Tiro.
L’unica apertura ipotizzata ieri, riportata da Channel 12, vedrebbe l’esercito ritirarsi da alcune zone comunque fuori dalla Linea gialla che delimita l’occupazione israeliana nel sud del Libano, come la fortezza del Beaufort. Se ne parlerà da domani a Washington nel quinto round di colloqui tra Israele e Libano.
Governo ed esercito sanno di avere dalla loro parte l’opinione pubblica. Secondo un sondaggio dell’Istituto Agam, il 92% degli israeliani ritiene che l’Iran sia uscito vittorioso dalla guerra, l’83% dice che il Paese è meno sicuro e il 48,2% sostiene una rinnovata e significativa azione militare contro Hezbollah. Anche a rischio di uno scontro con il presidente americano Donald Trump.