la Repubblica, 22 giugno 2026
Caccia al tesoro di Teheran, il mistero dei miliardi congelati
Sei miliardi di dollari di sicuro in Qatar, altri due in Lussemburgo, in Cina una somma imprecisata tra i venti e i cinquanta miliardi. Somiglia a una caccia al tesoro su scala planetaria la mappa dei fondi iraniani congelati dalle sanzioni americane. Ma tra le montagne svizzere, dove Stati Uniti e Iran provano a trasformare la fragilissima tregua in un accordo, il dossier del tesoro iraniano non è meno decisivo dell’uranio, dei missili o dello Stretto di Hormuz: senza soldi, Teheran non ricostruisce; senza qualche controllo sui soldi, Washington perde il poco potere che le resta.
Quanti soldi esattamente? E perché parcheggiati, e congelati, in mezzo mondo? Già qui la finanza si incrocia con la politica. L’Iran sostiene che il totale superi i cento miliardi di dollari. Gli Usa ritengono che la cifra sia molto più bassa. «Dipende da che parte stai: se vuoi minimizzare l’ammontare, come gli americani, o massimizzarlo, come gli iraniani», spiega Frédèric Schneider, analista del Middle East Council on Global Affairs, in Qatar. E dipende anche da che cosa si intende per fondi congelati: in senso stretto, cioè beni sequestrati o bloccati direttamente negli Usa, si parla forse di 2 o 3 miliardi; in senso più largo, entrano invece i proventi delle esportazioni iraniane che Teheran non riesce a rimpatriare per effetto delle sanzioni secondarie americane. Per questo la richiesta immediata dell’Iran per ora si limita a quella che considera una prima tranche: 24miliardi da liberare in fasi successive. Ma anche su questa cifra – e non è una sorpresa – le due parti non sono d’accordo: secondo il vicepresidente Usa JD Vance i 24 miliardi non compaiono in nessun testo, sono solo una pia illusione di Tehran.
Quanti che siano i miliardi in ballo, la loro esistenza dimostra che le sanzioni imposte dagli Usa non hanno impedito all’Iran di vendere petrolio, ma hanno ridotto drasticamente la sua capacità di trasformare quelle vendite in fondi utilizzabili. Negli anni, Teheran ha aggirato in parte il sistema attraverso reti commerciali e finanziarie parallele, soprattutto con la Cina, talvolta chiedendo e ottenendo pagamenti in valute diverse dal dollaro. Ma il biglietto verde, specie quando si tratta di petrolio, rimane la valuta di riferimento assoluta. E la forza delle sanzioni applicate dal Tesoro Usa sta proprio nel colpire chiunque utilizzi dollari per le sue transazioni. Ecco perché decine di miliardi sono rimasti congelati all’estero. Sono, sarebbero, di Teheran, ma Teheran non li può toccare.
Il Wall Street Journal ha provato a disegnare la mappa del tesoro. La quota più grossa sarebbe proprio in Cina, non a caso grande cliente del greggio iraniano – appunto una cifra tra 20 e 50 miliardi di dollari. «Nessuno sa esattamente quanto ci sia – osserva Schneider – perché si tratta di una infinità di transazioni private». Poi l’Iraq, Paese confinante e grande cliente di energia iraniana, con circa 15 miliardi; ancora, 7 miliardi in India; altri 7 in Corea del Sud, in gran parte trasferiti in Qatar – ma per ora lì bloccati – dopo lo scambio di prigionieri del 2023. E poi 3 miliardi in Giappone, 2 negli Usa e altri 2 in Lussemburgo, un miliardo in Oman.
Il primo varco potrebbe aprirsi proprio a Doha. I sei miliardi in Qatar erano proventi delle vendite di petrolio iraniano alla Corea del Sud, rimasti fermi là perché Seoul, alleata degli Usa, non poteva trasferirli in Iran senza rischiare le sanzioni americane. Nel 2023, in un accordo per lo scambio di prigionieri tra Washington e Teheran, quei fondi furono spostati dalla Corea del Sud a conti vincolati in Qatar, con una triangolazione autorizzata dagli Usa. Ma non diventarono mai denaro liberamente spendibile: l’Iran avrebbe potuto usarli solo per acquistare cibo, medicinali e altri beni umanitari, sotto controllo americano e qatarino. Poi, mentre il denaro era già a Doha, il meccanismo si è richiuso. Ed è anche per questo che Teheran guarda con sospetto ogni promessa di “scongelamento”: i soldi possono muoversi da un Paese all’altro e restare comunque irraggiungibili.
Accanto ai fondi bloccati c’è poi un’altra cifra scintillante: i 300 miliardi di dollari che Trump dice di poter mobilitare per la ricostruzione dell’Iran. L’agenzia di stampa Reuters ha scritto che il fondo sarebbe privato e che oltre metà della somma sarebbe già stata impegnata; la Casa Bianca insiste che non si tratterà di denaro americano e che ogni beneficio sarà condizionato a verifiche sul nucleare. Ma chi metterà davvero i soldi? Il precedente del Board of Peace per Gaza non è dei migliori: impegni per 17 miliardi di dollari su un piano stimato in 70, ma zero fondi, o quasi, visti finora. Anche il miraggio dei 300 miliardi, comunque, potrebbe servire. Agli Usa per dire che non stanno pagando l’Iran, ma costruendo incentivi legati a passi concreti. A Teheran per vendere in patria l’accordo come una vittoria economica.