Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Bobo Vieri parla della sua carriera

Pensi al Mondiale e pensi a Christian Vieri. Era un cecchino infallibile nei grandi eventi con la maglia azzurra: ai campionati del mondo ha segnato 9 reti in 9 incontri pur avendo giocato solo due edizioni, nel 1998 e nel 2002. Intervistato da Sandro Sabatini nel podcast di “Sportium fun”, l’ex attaccante ha parlato della sua storia ai Mondiali e non solo.
«Non c’è mai stato un centravanti mancino, ce ne sono 2-3 della mia stazza nel mondo – racconta – Il mio segreto? Avevo fame e volontà, certo, ma Mondonico mi diceva sempre che con il mio fisico dovevo allenarmi più degli altri perché ero grosso, le mie doti sarebbero uscite. Quella è stata la mia forza. Tre allenatori sono stati fondamentali nella mia carriera: Rampanti alla Primavera del Torino, Maldini nella nazionale Under 21 e Mondonico che mi fece esordire al Toro e poi mi ha voluto all’Atalanta.
Lippi? Lui mi fece fare il salto di qualità per diventare incontenibile: mi fece capire che dovevo prepararmi 2-3 ore prima dell’allenamento, mi disse che avevo tutti gli strumenti e toccava a me. Lo dico anche a Pio Esposito, che molti paragonano a me: “All’Inter puoi diventare il più forte, dipende da quanta voglia hai"».
«A 6 anni sentivo urlare mio padre e un mio vicino napoletano in Australia che urlavano per Paolo Rossi e il Mondiale – continua – io mi sentivo australiano a quell’età ma facevo il tifo per l’Italia: con mio padre (Roberto, detto Bob, ex calciatore) parlavo italiano, con mia madre e la mia famiglia inglese. Cesare Maldini mi convocò quando ero capocannoniere della Primavera del Toro, mi stupii che fossi io il titolare nella mia prima partita con la Svizzera, gli altri avevano due anni in più. Feci gol e non mi tolse mai. C’erano Pippo Inzaghi e Alex Del Piero, ma anche Panucci, Galante e Toldo: abbiamo ancora un grande rapporto che nacque lì nell’Under 21. Quella era una generazione fortissima: Chiesa e Montella, per dire, erano spaziali, e in nazionale giocavano meno. Oggi ce ne sono molti di meno rispetto a 30 anni fa: il problema per me è questo, è generazionale».
L’emozione indimenticabile, il primo gol in nazionale: «Esordii in nazionale A con la Moldavia a Trieste, feci il millesimo gol della nazionale, già essere convocato era il sogno della mia vita. Partii a 14 anni e mezzo per Pisa da Sydney con Air China, piansi tutto il viaggio, non parlavo e bevevo 50 lattine di Coca Cola: mi aspettava mio nonno che era innamorato pazzo di me. Il nonno di Alino Diamanti era mio presidente al Santa Lucia, a Prato, e suo padre mio allenatore. Dopo quel gol piansi pensando a mia madre, ma per le sconfitte ho pianto tante volte: quando ci tieni, arrivi a mezzo metro dall’obiettivo e non ce la fai, ci resti male». E quando decise di tornare in Italia, dopo il primo periodo di prova? «Ai provini dicevano che fossi raccomandato per il mio cognome, nella vita non bisogna ascoltare nessuno: non farti mai dire da nessuno che non puoi farlo, perché il mio sogno si è realizzato. Prima della decisione definitiva, ero stato in Italia a fare alcune partite e provini: poi decisi di tornare, sopraffatto dalla nostalgia. Due settimane dopo, in Australia, mentre ascoltavo i Ricchi e Poveri su una cassettina dell’epoca, mi sono detto: “Se vuoi diventare un giocatore devi tornare”. Mia madre mi disse: “O lavori o studi, basta”. Mio padre parlò invece con mio nonno, mi disse che mi avrebbe fatto sapere dopo 10 giorni: non c’erano i soldi per il biglietto, me lo fece il nonno di Alino. Ma era di sola andata...due settimane dopo partii. Mi accolsero lui e mio nonno, inizia a giocare a calcio e smisi di piangere».
Il racconto dei suoi Mondiali parte da Francia 1998: «La mia prima partita allo stadio fu Fiorentina-Pescara e Roby Baggio fece gol su punizione: nel 1998 giocai in coppia in attacco con lui, che spettacolo. Ero forte, non so se il più forte in quel momento, ma segnai in tutte le partite prima di Italia-Francia ai quarti. Per quel rigore Gigi Di Biagio, mio caro amico, non ci ha dormito una vita, anche Demetrio Albertini sbagliò e non sbagliava mai. Sfortuna, succede. Per questo mi arrabbio quando ci si lamenta per i rigori di Bosnia-Italia: lì si azzera tutto. Non è giusto dare addosso ai giocatori ora, hanno dato tutto, ma non è quello il problema. Ho sentito parlare dei rigori, dell’errore di Pio che invece ha avuto coraggio: è il sistema che è sbagliato. Io penso sia una cosa di generazioni e basta».
Finita la digressione sull’attualità, si passa al 2002: «Byron Moreno ha fatto errori, ma noi dovevamo fare di più, non uso volentieri le scuse. Io presi una palla con lo stinco all’ultimo minuto che ci avrebbe fatto vincere, abbiamo avuto altre occasioni, siamo stati sfortunati solo all’88’ sul gol del loro pareggio». Poi, arrivò il discusso Europeo del 2004 con l’eliminazione nel girone (per il «biscotto» tra svedesi e danesi): «Io verso le 23, dopo la prima partita con la Danimarca, sentii fastidio al ginocchio: era gonfio, il giorno dopo ero zoppo, lo dissi al Trap, gli dissi di non farmi giocare e mi mise in campo lo stesso con la Svezia, prendemmo quel gol sopra la mia testa, si inventarono una lite tra me e Buffon e feci quella conferenza contro i giornalisti ("Sono più uomo io di tutti voi messi insieme"). Non mi ero mai lamentato del ginocchio anche se potevo farlo, nella terza partita con la Bulgaria dissi a Trapattoni che portavo le scarpe da ginnastica e non potevo giocare, lui comunque mi buttò dentro nel finale. Vincemmo, ma non servì».
Due anni dopo, la gioia più grande per l’Italia nel 2006. Ma quella nazionale era senza di lui, a causa dell’infortunio avvenuto un mese e mezzo prima delle convocazioni quando giocava nel Monaco. «Ero già distrutto prima delle convocazioni per l’infortunio. Il Mondiale è una cosa di rara bellezza, hai tutti gli italiani dietro, è l’evento più importante dello sport, i giocatori stanno soffrendo e la gente non lo sa, sono distrutti anche loro: si fa questo mestiere per andare al Mondiale. Nel 2006 io sapevo che i miei compagni avrebbero vinto, c’era l’allenatore giusto per una squadra forte. Ero all’estero, non vedevo le partite, mi mancava un pezzo, ora non ci penso più ma sai quante volte ci ho pensato...fa parte della vita, lo sport ti dà e ti toglie, proprio un mese e mezzo prima doveva capitare? Lippi mi considerava importante, nel club e in nazionale, resta grande affetto».
Infine, il punto di vista sul presente e sulla situazione federale dopo il fallimento Mondiale: «Buffon aveva il ruolo perfetto per lui, quello di Gigi Riva: non è giusto che lui abbia dovuto dare le dimissioni, cosa c’entra il team manager? Uno come lui, che sa cosa vuol dire la nazionale, lo avrei tenuto a vita. E per me non c’entra nemmeno Rino, ma sappiamo che è l’allenatore che spesso paga. Gigi lo avrei tenuto per sempre: è complicato stare lì, ti prendi parole da tutti, eppure vai e ti butti nel fuoco. Nessuno può rinunciare alla nazionale».