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 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Chi è Andy Burnham, premier in pectore della Gran Bretagna

Tutti lo chiamano il «re del Nord» e il suo credo – da lui stesso coniato – è il «manchesterismo». Ma soprattutto Andy Burnham, sindaco di Manchester, da pochi giorni eletto al Parlamento di Westminster, è ormai il primo ministro in pectore del Regno Unito.
A catapultarlo verso Downing Street – dopo le dimissioni di Starmer – è stata una vittoria a valanga, quella delle suppletive nel seggio di Makerfield, contro il candidato di Reform, il partito populista di Nigel Farage: «Questa è l’ultima chance per il cambiamento – aveva ammonito il neo-eletto – non ce ne sarà una seconda». Il messaggio-chiave che arrivava dalle urne era chiaro: Burnham è l’uomo in grado di battere Farage, che i sondaggi danno tuttora in testa se si tenessero oggi le elezioni politiche generali.
Ma che premier sarebbe il sindaco di Manchester, il settimo capo del governo a Londra dopo il referendum per la Brexit di dieci anni fa? Lui è sicuramente un grande comunicatore e l’unico politico genuinamente popolare in Gran Bretagna, forte del successo riscosso nel promuovere la rinascita della sua città: ma le sue intenzioni politiche restano assai vaghe. La barzelletta che circola a Londra è la seguente: «Un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un pub. Il barista dice: ‘Andy, cosa ti servo?’». Come a dire che Burnham non ha nessuna convinzione propria, ma sposa le idee che più gli convengono al momento. 
Di certo è visto come uno spauracchio dai mercati: già lo scorso autunno, quando aveva reso pubbliche le sue ambizioni da premier, dichiarando improvvidamente che la Gran Bretagna non deve sentirsi «in pegno ai mercati obbligazionari», aveva fatto affondare la sterlina e schizzare in alto lo spread. 
La City lo considera pertanto il peggior candidato possibile alla successione di Starmer: non a caso la valuta britannica è immediatamente scesa, dopo le dimissioni dell’attuale premier. E questo perché Burnham ha detto che intende rompere le regole di bilancio e fare più debito per finanziare la spesa pubblica: con Londra sorvegliata speciale sui mercati a causa degli alti livelli di deficit e debito pubblico, non è il miglior viatico per la stabilità.
La filosofia del «manchesterismo» include anche nazionalizzazioni, aumento delle tasse, abolizione della Camera dei Lord, instaurazione del sistema proporzionale e riavvicinamento alla Ue più deciso di quanto non abbia fatto finora Starmer.
A favore di Burnham gioca comunque un lungo apprendistato: figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato in Lettere a Cambridge, era entrato nel partito laburista a 15 anni sull’onda degli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher e dal 1997 aveva ricoperto una serie di ruoli minori nei governi di Tony Blair, fino a essere nominato ministro della Sanità da Gordon Brown nel 2009.
Già nel 2010 si era candidato una prima volta, senza successo, alla leadership laburista e poi, sotto la guida di Ed Miliband, era stato ministro-ombra per la Cultura e per la Sanità. Di nuovo nel 2015 aveva lanciato la scalata al partito, arrivando fino allo spareggio contro Jeremy Corbyn (e perdendo di nuovo). Con il leader di ultra sinistra era stato ministro-ombra degli Interni, fino a conquistare nel 2017 la poltrona di sindaco di Manchester, vincendo a mani basse con una maggioranza del 63%. Rieletto due volte, nel 2021 e nel 2024, è chiamato ora alla sfida della sua vita, quella «marcia su Londra» che da re del Nord deve portarlo alla guida del Paese.
Molta attenzione, da parte dei media britannici, è dedicata alla sua formazione cattolica: lui ha ereditato la fede di Roma dalla madre Eileen, che era di origine irlandese, è stato educato in una scuola religiosa e da ragazzo faceva il chierichetto a messa. Lo stesso Burnham ha detto che le istituzioni che lo hanno forgiato sono la squadra di calcio dell’Everton, il partito laburista e la Chiesa cattolica: «In quest’ordine». Ma così sarebbe non solo il primo premier tifoso della squadra di Liverpool, bensì anche il primo cattolico a pieno titolo.
La sua militanza politica a sinistra, iniziata sin da adolescente, è in diretta continuità con i suoi valori religiosi, improntati alla solidarietà: la sua fonte di ispirazione è la Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII che stabilì la dottrina sociale della Chiesa, e non a caso Burnham era un ammiratore di papa Francesco, al quale regalò una maglietta del Manchester United in occasione di una visita in Vaticano. Ma il cattolicesimo di Burnham è più un fatto culturale che non dogmatico: lui ormai non va molto a messa e ha posizioni liberali sui diritti gay e sui temi della sessualità.
Perfino la sua appartenenza geografica è dubbia: Burnham è nato a Liverpool (da qui il sostegno all’Everton), ma si considera altrettanto mancuniano (ossia di Manchester), città di cui è diventato sindaco nel 2017. Un espediente tanto più utile, visto che il seggio di Makerfield, dove è stato eletto, è a metà strada fra i due centri del Nord. E così prima della suppletiva si era detto a favore del rientro di Londra nella Ue: ma poi ha fatto marcia indietro, dato che quella circoscrizione è piena di fautori della Brexit.
Anche sartorialmente, è passato dai vestiti di Armani alle t-shirt nere: ma se adesso si insedierà a Downing Street, dovrà finalmente rispondere alla domanda su «chi è veramente Andy Burnham?». Perché per risollevare la Gran Bretagna, sanare una società lacerata e ridare fiducia alla gente, occorrerà qualcosa di più di semplici slogan.