corriere.it, 22 giugno 2026
Starmer annuncia le dimissioni
Triste, solitario e finale: un Keir Starmer abbandonato da tutti si è infine fatto da parte, e si prepara ad affidare la poltrona di primo ministro a Andy Burnham, il popolare sindaco di Manchester. In un discorso davanti a Downing Street, Starmer – commosso – ha rivendicato il lavoro fatto per «risollevare un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito», ma ha poi aggiunto: «La domanda che sta facendo il mio partito adesso è se io sia la persona giusta per guidarlo verso le prossime politiche. E la mia decisione è quella di mettere al primo posto il Paese. Questa è la regione per cui do le mie dimissioni. Ho parlato questa mattina con Sua maestà che le ha accettate».
Il capo del governo ha trascorso il weekend come asserragliato in un bunker, illudendosi fino all’ultimo di poter resistere, ma alla fine ha dovuto prendere atto della realtà: anche i ministri a lui più vicini lo avevano esortato a fissare un calendario per la sua uscita di scena e il passaggio di consegne a Burnham, che potrebbe avvenire a settembre.
Il settimo premier dal referendum sulla Brexit
Il sindaco di Manchester si appresta così a diventare il settimo primo ministro britannico dal referendum sulla Brexit, il cui decennale – ironia della Storia – cade proprio domani. Un segno della destabilizzazione subita dalla politica a Londra in seguito all’uscita dall’Unione europea, ma anche la venuta a compimento di un fallimento clamoroso, se si pensa che Starmer si era insediato a Downing Street meno di due anni, forte di una maggioranza schiacciante, dei due terzi dei seggi a Westminster.
Più impopolare di Boris e Liz
Come è stato dunque possibile che Starmer sia diventato in poco tempo il primo ministro più impopolare della Storia moderna, più del clownesco Boris Johnson, più di quella Liz Truss che in sole sette settimane aveva portato la Gran Bretagna sull’orlo della bancarotta finanziaria? Lui stesso non se ne è mai fatto una ragione: ma questa è appunto la testimonianza di ciò che più gli viene rimproverato, ossia la assoluta mancanza di giudizio politico.
Avvocato e magistrato
«I don’t get politics», non capisco la politica, aveva confidato una volta: che non è il miglior viatico per uno che vuole governare un Paese. Perché la verità è che lui è sempre rimasto ciò che era, ossia un avvocato, un magistrato, il procuratore generale del Regno, poco avvezzo e molto a disagio con le manovre e gli intrighi di Westminster, ma anche con le necessarie battaglie di idee che accompagnano la politica.
Errore di approccio
Il suo è sempre stato un approccio legalistico, procedurale: lo si era visto poche settimane dopo il suo insediamento, quando aveva dovuto affrontare i disordini razziali scoppiati in seguito all’omicidio di tre bambine da parte di un giovane di origini ruandesi. Starmer aveva dispiegato tutta la forza della legge per reprimere le violenze e addossato tutta la responsabilità all’estrema destra, senza la minima analisi dei latenti conflitti etnici in Gran Bretagna, che poi sono riesplosi a intervalli regolari.
I tagli ai sussidi per il riscaldamento
Ma il pubblico gli ha voltato rapidamente le spalle di fronte ai clamorosi errori di giudizio compiuti fin dall’inizio, come il discorso iniziale in cui annunciava che «le cose sarebbero andate peggio», invece di infondere un messaggio di speranza, o come quando la sua prima decisione di peso è stata il taglio dei sussidi per il riscaldamento ai pensionati («Starmer fa morire la nonna di freddo», furono i commenti).
Ma l’errore di fondo è stato credere che la débacle dei conservatori fosse stata un fallimento morale, piuttosto che politico, e che dunque bastasse restaurare probità e serietà per rimettere tutto a posto. Ma poi lo stesso governo Starmer si è rivelato tutt’altro che specchiato, quando è esploso lo scandalo dei regali da parte dei finanziatori del partito, dai vestiti agli occhiali alla moda fino ai biglietti per concerti e partite.
Soprattutto, presentandosi solo come «quelli che non sono i conservatori», i laburisti di Starmer sono arrivati al governo senza uno straccio di programma, senza una minima idea del Paese che volevano costruire: e così, in questo vuoto, ha preso il sopravvento la narrativa che enfatizzava gli scandali, le marce indietro (i giornali inglesi ne hanno contate almeno tredici) e i passi falsi.
Il caso Mandelson
Fino al più clamoroso di tutti, quello che ha segnato il destino del premier: ossia la nomina del più che compromesso Lord Mandelson ad ambasciatore a Washington. Lì si è capito che Starmer era solo un guscio vuoto e che dietro la sua goffaggine non c’era nulla: come aveva detto lui stesso una volta, «lo Starmerismo non esiste e non esisterà mai». Ormai il tempo è scaduto, resta solo il buco nel quale è finito per precipitare.