Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Intervista a Violante Placido
Violante Placido è sempre in cerca di emozioni e dall’emozione si fa guidare, racconta, anche quando si dedica alla musica che da domani la porta sul palco per tre concerti insieme a Scarlet Rivera, storica violinista di Bob Dylan.
Come vi siete conosciute?
«Qualche anno fa, tramite Andrea Parodi, cantautore e produttore che mi conosce dal mio primo disco “Don’t Be Shy...”. Si inventò questo Mediterranean Rolling Thunder Review, sulla scia del Rolling Thunder Revue di Bob Dylan, e per i concerti condividemmo un viaggio in pullmino da Como a Napoli alla Calabria, rimasi senza parole nel vedere l’energia di questa donna ancora disposta a muoversi come si fa a 20 anni, con tanto di jet lag, davvero rock’n’roll».
Riuscì a carpire qualche aneddoto su Bob Dylan?
«Lo incontrò in un modo che sa di leggenda: lui stava registrando “Desire” e la vide in strada che suonava il violino con quella chioma rossa. Le disse “vieni un attimo” e le fece suonare quel violino poi diventato iconico in “Hurricane”. Poi lei lo seguì in tour, aveva bauli con serpenti, spade, un’anima un po’ gotica, ma conoscendola è una persona delicatissima, tranquilla e sospesa. Disposta a stare fino alle 4 a chiacchierare e brindare dopo i concerti».
Qual è il suo rapporto con Bob Dylan?
«È arrivato tardi nel mio cammino, un po’ come De André. I miei imprinting sono stati altri, ma crescendo mi sono lasciata avvolgere e ne ho capito l’immensità».
Cosa ascoltava?
«Sono cresciuta con i Beatles, gli Eurythmics, Prince. Suzanne Vega e Jeff Buckley. Pure Bob Marley. Sono stata figlia unica fino a 14 anni e da piccola facevo grandi conversazioni con me stessa, sognavo Marilyn Monroe che univa la recitazione alla musica. Entrambe le cose rappresentavano un sogno».
Il cinema era in famiglia.
«Ma da piccolissima non avevo la percezione di stare in una famiglia di artisti, vivevamo in campagna, su una strada sterrata, la luce andava via presto. Sono cresciuta in maniera bucolica e selvaggia, stavo molto con i nonni, avevo zii giovani che ascoltavano musica. Un’infanzia vitale e piena di stimoli. Poi con La Piovra mi resi conto di cosa comporta la popolarità, ci fu uno scombussolamento, mio padre c’era sempre meno e la famiglia si andava disgregando. Mi venne quasi il rifiuto all’idea di fare l’attrice».
E poi?
«Andavo a cavallo, mia ancora di salvezza e passione. Sognavo le Olimpiadi di salto a ostacoli e volevo fare quello per tutta la vita. Ma il cinema ha bussato alla mia porta prima che mi chiarissi le idee».
Con il mitico «Jack Frusciante è uscito dal gruppo»
«Ero figlia d’arte, ma vivevo in maniera molto pura la percezione di me e della mia famiglia, potevo sembrare ingenua. Sul set mi resi conto che ero acerba, ma mi divertii anche, come chi impara a camminare. Uscito il film lessi le critiche: “Il film indipendente e prendono la figlia di Placido, che paraculata”. Fu uno schiaffo in faccia che non mi aspettavo e mi portò grandi sensi di colpa. Avevo 19 anni, non mi fece bene. Con mio padre non c’era grande dialogo, lavorava sempre, non avevamo condiviso un’idea di inizio percorso e non era uno che si esaltava e mi diceva “continua così”. Rimase impassibile. Comunque abbiamo rapporti buonissimi. Andai fuori dall’Italia, avevo bisogno di sentirmi sconosciuta, e mi misi a studiare. Ripartii da zero come attrice, con un’altra consapevolezza».
In parallelo, la musica.
«Mi piace il cantautorato, ciò che ha matrici rock-folk intimiste, i brani che sanno guardare quel che ci circonda e attraversare l’animo umano. C’è mancanza di questo, ci siamo abituati al nulla, alle frasi fatte che fanno rima, alle canzoni-strilloni che però hanno poca emozione. La musica non è solo distrazione. Dopo le date con Scarlet, il 12 luglio a Mare d’Arte Festival suonerò con Gianluca De Rubertis (ex Il Genio, ndr.), stiamo lavorando a una collaborazione».
Con Scarlet Rivera tratterà anche il tema della violenza sulle donne, come mai?
«Sarà una sorta di racconto fra canzoni che hanno a che fare con il femminile o sfiorano il tema della violenza. Dentro farò delle letture non tanto di denuncia, ma di ispirazione sulla visione della donna».
Fra i brani anche «Yes, I’m a Witch» di Yoko Ono.
«È un manifesto femminista, parte dall’esperienza personale, di come è stata bullizzata dai media. Succede spesso che si additi una donna come una strega quando gli uomini fanno qualcosa di sbagliato».
Come vive il femminismo?
«È un termine che mi piace vivere in libertà e secondo la mia sensibilità. A volte il tema prende derive che non mi appartengono, non mi piace affrontarlo in maniera arrabbiata, non è costruttivo. Nessuno ci deve imporre come essere donne, non siamo esseri fragili da proteggere, adatte solo a determinati ruoli. Ma mi piace dialogare e non pensare a una lotta contro gli uomini, semmai alla possibilità di evolverci insieme».