Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Intervista a Fortunato Cerlino
«Quando a 17 anni sono andato via da Napoli e incontravo coetanei che mi dicevano di non aver mai visto una pistola vera, pensavo che mi prendessero in giro. Mi sembrava assurdo, perché per me era normale trovarmi in macchina con qualcuno che aveva la pistola». Fortunato Cerlino è cresciuto a Pianura, in una periferia che allora chiamavano il Far West. Anni dopo, sarebbe diventato celebre, al cinema e nella serie tv, come Don Pietro Savastano, il boss di Gomorra. Ma, prima, è stato un bambino che guardava la luna sopra il cielo di Pianura e sognava di scappare da lì. A quell’infanzia torna ora dirigendo Avemmaria, il suo primo film da regista, nelle sale dal 25 giugno. Il piccolo Mario Di Leva interpreta lui bambino, Salvatore Esposito è il suo alter ego adulto.
Cerlino, che bambino era quello che è andato a cercare?
«Un bimbo di dieci anni, che parlava solo dialetto e aveva la sensazione di essere stato strappato a qualcosa, come se non appartenessi a quel luogo. Ricordo che piangevo con i miei genitori, convinto di non essere figlio loro. Dicevo: “Ma io non so’ figlio a vui”. Non vorrei scomodare concetti importanti, ma sentivo una sorta di chiamata, di vocazione ad altro. Di notte, mi svegliavo e guardavo il cielo, la luna, lo spazio. Infatti, nel film, la luna è una compagna di fantasie. E io, come nel film, sognavo di fare l’astronauta, oltre che il cantante melodico. E poi leggevo, grazie alla mia maestra Giulia Del Sordo. Il Vecchio e il Mare di Ernest Hemingway fu una folgorazione. Ero un bambino con un compagno altrove che, a volte, stava con quel vecchio sulla barca e, a volte, stava sulla luna».
E Pianura com’era?
«Grigia. Di piombo. Erano gli anni della grande colata di cemento, delle faide di camorra. Parchi immensi di cemento iniziavano a coprire tutto. Io i colori della mia infanzia non li ricordo, i colori li trovavo solo nella mia immaginazione».
Quando ha visto il primo morto per strada?
«Sempre a dieci anni. Era un ladro d’appartamenti, lo chiamavano Spider-Man perché si arrampicava sui palazzi. Io tornavo da scuola e vidi un capannello di persone. Mi avvicinai e c’era Spider-Man per terra, caduto dal quinto piano mentre tentava un colpo. Ricordo le sue scarpe. Le suole erano consumate».
Perché si sta commuovendo?
«Per quella povertà. Perché la conosco, la capisco. Noi eravamo cinque figli e ho ascoltato le conversazioni tra mia madre e mio padre. Quando mio padre perse il lavoro, l’ho sentito urlare disperato “da oggi, non si mette più il secondo piatto a tavola”. Perciò, davanti a quell’uomo morto pensai alla famiglia alla quale qualcuno doveva dire che non c’era più nessuno che poteva rubare per loro».
Com’è stato tornare da regista?
«Mi sono sentito soffocare perché mi spaventa la povertà di chi non riesce a vedere gli orizzonti. Ho percepito una membrana invisibile, come se tanti destini fossero piegati per cecità, incapaci di vedere che, oltre la membrana, c’è un altro mondo. Il carico che mi sono preso col mio lavoro è raccontare che esiste la possibilità di raggiungere la luna. E penso non solo a una certa provincia, ma alla povertà di tanti spiriti violenti, magari istruiti o potenti, che dominano su gente che sarà sempre piegata a un destino».
Lei da piccolo ha venduto verdura per strada come nel film?
«Papà accettò di farci studiare se avessimo lavorato. Il primo lavoro fu alla salumeria “Cremeria Verde”. Portavo la spesa nelle case. Quando aprirono una filiale al Vomero e feci la prima consegna lì, arrivai, vidi la tangenziale, quei palazzi altissimi, mi sembrò New York e mi spaventai. Mi sentii proprio male, dovetti bere dell’acqua. Ero un bambino e avevo paura di andare verso l’alto, ai quinti ai sesti piani, altezze per me inconcepibili. E poi, come nel film, ho venduto per strada l’insalata coltivata da papà. Giravo con un carretto, vendevo pure ai genitori dei compagni di classe e un po’ mi vergognavo. E ci fu un atto di ribellione che mi ha perseguitato col senso di colpa per anni perché il pomeriggio rubavo qualche soldo fra quelli guadagnati, per spenderli in videogiochi. Poi, il mio analista mi ha detto: in realtà ti sei pagato l’infanzia che non hai avuto».
Voleva fare il cantante. Come diventa attore?
«Ero affascinato dai cantanti di matrimoni e comunioni perché cantavano i sentimenti, che a casa mia non si potevano esprimere perché bisognava essere concreti, mettere il piatto a tavola. Con un amichetto, andai pure a bussare alla porta di un impresario: Enzo O’ Lione. Che ci guardò e, senza dire una parola, ci chiuse la porta in faccia».
Il teatro fu un ripiego?
«Per caso, seppi di un corso di recitazione gratuito a Pozzuoli. Lì scoprii che i sentimenti e le emozioni che cercavo li potevo trovare su un palcoscenico. A 17 anni, fui ammesso alla scuola di Alvaro Piccardi, a Palmi. Lui veniva dall’avanguardia, mi si aprì un mondo, fu il primo passo oltre la Terra».
E tuttavia finì a fare il cameriere a Londra.
«Feci un provino per Armando Pugliese, ma pensai che non mi avesse preso e andai a Londra per vedere il mondo da ancora più lontano. Servivo ai tavoli del terrace bar di Harrods e, un giorno, preso dalla malinconia, entro in cucina e inizio a cantare ’O sole mio. Passa il braccio destro del proprietario Mohamed Al-Fayed e io penso: mo’ mi licenzia. Invece, mi porta giù nel salone del food e mi dice: è in grado di cantare qui? Lo vuole un aumento? E mi trovai a cantare nella pizzeria napoletana di Harrods dove venivano Luciano Pavarotti, Rod Stewart. Dopo qualche mese, mi chiamò Pugliese che mi aveva preso per lo spettacolo e tornai».
Dopo tanto teatro la svolta è stata «Gomorra»?
«La serie mi ha permesso di essere conosciuto da un pubblico enorme. Ma dal punto di vista sostanziale non è cambiato molto. Il successo, per me, è uno strumento in più per provare a dire qualcosa che possa servire agli altri».
Ha fatto «Inferno» diretto da Ron Howard, «The Palace» con Roman Polanski, ha recitato con Tom Hanks, Fanny Ardant, Mira Sorvino, Mickey Rourke: il bambino di Pianura l’avrebbe mai immaginato?
«Oggi, ogni volta che vado su un set o da un regista importante, c’è sempre con me quel bambino che trema, che ha paura dei palazzi alti e di un mondo troppo grande per lui. E allora lui deve stringersi al Fortunato adulto, che mente e gli dice: non ti preoccupare, è soltanto Polanski, è solo Ron Howard. E poi, però, il Fortunato adulto non sa che dire e parla il bambino. Io sono il suo veicolo e lui è la mia anima. Io gli do solo un po’ di struttura, qualche stanza intellettuale. E lo ammiro perché i bambini hanno un’etica morale altissima, costruttiva. Il bambino quando gioca, quando sogna, è serissimo».
Lei ha due figlie, di quattro e otto anni, come ha vissuto la paternità?
«Ho scritto il romanzo da cui ho tratto il film, Se vuoi vivere felice, di Einaudi, quando ho saputo che stavo per diventare padre: quella roba lì non doveva finire nelle stanze abitate dalle bambine. Oggi posso dire che vivo le mie giornate per far sorridere le mie figlie. Mi piace quando sorridono, mi piace parlare con loro quando hanno dei dubbi. Mi piace anche quando mi mandano a quel paese».
«Avemmaria» è una preghiera. La fede c’è nella sua vita?
«C’è, ma inusuale. Ho letto il Vangelo da bambino, la Bibbia a dodici anni, poi il Corano, la Cabala, i testi orientali. Ho sempre cercato il cielo, l’altezza, qualcosa che fosse più grande di noi. Però le chiese, tutte le chiese, mi sono sempre sembrate troppo piccole per questi argomenti. E il mio lavoro, forse, è una forma di preghiera: una continua invocazione a qualcosa che non so nominare».
Se potesse incontrare oggi il piccolo Fortunato, che gli direbbe?
«Non gli darei parole. Lo abbraccerei. Gli darei i sorrisi che non ha fatto, la sicurezza che non ha avuto, gli darei la pace che cercava e di cui aveva diritto. Lo prenderei in braccio. Non gli farei sentire il suo peso».
Che c’è?
«Oggi, è la seconda volta che mi fa commuovere».