Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Intervista ad Ascanio Polimeni
Dottor Ascanio Polimeni, le piacerebbe essere definito il «padre della longevity» in Italia?
«Ci sono colleghi che lo meritano di più. Però, per alcuni aspetti, penso di poter stare dentro un network importante, in Italia e in Europa. Basta guardare la mia storia: quando si parlava di ormoni bioidentici, i primi testi li ho scritti io. Diciamo che mi considero un pioniere».
«Longevity» che sta per?
«Medicina della longevità. Ha sostituito il termine anti-aging, più legato alla medicina estetica. Il rischio è che diventi uno slogan commerciale. Tutti ne stanno abusando. Sono terrorizzato all’idea di entrare in un supermercato e trovarmi il reparto “Longevity”. Per questo preferisco il termine geroscienza: la scienza dell’invecchiamento».
Perché il punto non è fermare il tempo o allungarlo, ma vivere meglio quello che abbiamo in più.
«Assolutamente. La longevità è modulabile: dipende dallo stile di vita, dalle abitudini, dalla prevenzione. Nel mio libro (Hormesis Reset – Il metodo scientifico per attivare la longevità, scritto con Angela Marocco, in uscita in questi giorni ndr) parto proprio da questo principio: il corpo umano non è progettato per il comfort continuo ma per adattarsi agli stimoli. Oggi abbiamo eliminato quasi tutte le oscillazioni naturali – freddo, digiuno, movimento spontaneo, ritmi biologici – e il nostro organismo perde elasticità e dunque capacità di reagire. Pensiamo all’invecchiamento come a un consumo inevitabile. Le piante e gli animali più longevi vivono spesso in condizioni ambientali difficili. Da lì nasce il mio protocollo ormetico integrato: caldo e freddo, digiuno intermittente, piccoli stress positivi che riattivano il corpo. Attenzione però: non estremismi, ma equilibrio. Non maratone o giorni senza mangiare».
Dunque è il «padre dell’ormesi»?
(Sorride) «Il padre dell’ormesi è Rattan, un grande ricercatore danese. Però in Italia sì, possiamo dirlo. Io sono un clinico: lavoro con le persone e applico questi principi nella pratica quotidiana».
Quando pensa al tempo, cosa le viene in mente?
«“Memento mori”. È da lì che sono partito. E da un concerto dei Depeche Mode in una notte romana di qualche estate fa. Qualcosa ha vibrato in me: non l’ho sentito come un inno alla morte, ma un invito a vivere. Il tempo non va subito passivamente, altrimenti ci schiaccia. Va affrontato, ottimizzato. Alla morte non bisogna pensare continuamente».
Da ragazzo faceva il dj in una radio delle Marche.
«La mitica Radio 102 a San Benedetto. Facevo un programma notturno di musica elettronica e jazz inglese. Mi chiamavano “Sire”. Erano anni difficili, gli anni delle Brigate Rosse. Noi eravamo una radio alternativa ma non politicizzata. Alternavo già la consolle al “Piccolo Chimico”».
Nel suo libro il corpo umano diventa orchestra, giardino, persino una torta preparata da sua nonna.
«Cerco di spiegare in modo semplice ciò che faccio. Non riesco a chiamare “pazienti” le persone che vengono da me. Molti non sono malati: vogliono restare sani. È una medicina della prevenzione, non della cura. La sofferenza che ho visto nella mia famiglia mi ha segnato profondamente. Mio padre è morto per un tumore al rene, mia madre per una fibrosi polmonare. Da lì nasce il mio impulso: non tanto curare, ma prevenire».
Negli Usa incontra la medicina anti-aging agli inizi.
«Mi specializzai quando lì esistevano già master e corsi di psico-neuro-endocrinologia, mentre in Italia non c’era nulla. Ho sempre studiato il corpo attraverso i suoi ritmi: la cronobiologia. Un po’ come la musica».
Ed è lì che conosce i centenari delle Blue Zones.
«Persone che vivono più vicine ai ritmi ancestrali. La geroscienza studia proprio questo: i modelli dell’invecchiamento. Oggi sappiamo che obesità, diabete, infiammazione accelerano l’età biologica e sono le vere epidemie silenziose. Al contrario, nelle Blue Zones troviamo persone che arrivano molto avanti negli anni restando sane».
Lei è stato a Okinawa. Cosa l’ha colpita?
«La serenità. I ritmi lenti. Il sorriso della gente. Una dimensione di vita diversa. E le relazioni sociali: l’isolamento psicosociale è un fattore di invecchiamento potente quanto l’infiammazione. La longevità non è solo biologica».
Si è laureato nella Bologna degli anni di piombo.
«Una città in grande fermento culturale e politico. Ma io ero un nerd: studiavo continuamente. Mi trascinavano ogni tanto in trattoria».
Ha partecipato alle «Olimpiadi del ringiovanimento»?
«Ma no! È un’idea americana. Può avere un valore motivazionale, ma non bisogna trasformare la longevità in una gara estetica. La vera giovinezza non è la carrozzeria. Il culturista pieno di steroidi non è un modello di invecchiamento sano. E nemmeno il miliardario ossessionato dai protocolli estremi. I veri campioni della longevità vivono appunto nelle Blue Zones: vite semplici, relazioni forti, ritmi umani».
Giovanni Minoli parla di «umanità inedita»: quella che ha la consapevolezza di non essere mai esistita e di avere un futuro mai pensato. Si riferisce agli over 70.
«È esattamente così. È quasi una nuova società. Va educata, sostenuta, resa attiva perché possa vivere al meglio il tempo. E la cosa curiosa è che oggi i trentenni sono già consapevoli di questo. Vengono da me preparatissimi, non chiedono di ringiovanire ma di costruire una vita sana nel tempo, interessati alla performance fisica e mentale più che all’estetica. Un esempio? Il rapper Fred De Palma».
Fra le persone che segue ci sono nomi molto noti.
«Certo e li cito volentieri con il loro consenso. Comincio da Michelle Hunziker che è un caso incredibile: età biologica di 25 anni e anagrafica di 52. Ha una disciplina importante ma soprattutto equilibrio. Sa godersi la vita senza trasformare la longevity in un’ossessione. Poi Francesca Fagnani che definisco la “regina della psicormesi e degli integratori”: ha la capacità di trasformare la pressione e lo stress in performance. Renzo Rosso e sua moglie Arianna: un esempio di coppia advanced in fatto di ormesi. Elisabetta Canalis, il mio “avamposto” ormetico negli States: sa sempre tutto prima! E ancora, i miei “soldatini”: Ilary Blasi, Alessia Marcuzzi, Barbara D’Urso, Taylor Mega, Vittorio Brumotti, Ornella Muti, Asia Argento, Isabella Ferrari, e Luca Argentero».
Poi imprenditori e produttori musicali.
«Li seguo da anni. Penso a Giacomo Maiolini, leggenda nella musica, che ha capito quanto cervello, curiosità e passione incidano sull’invecchiamento. Così come gli amici imprenditori Francesca e Umberto Pengo, Antonio Baravalle, il ceo di Lavazza e Roberto Alesse, il direttore generale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Come dicevo figure diverse».
Lei «si» sperimenta ?
«In stile ormetico, da sempre. Cammino, pratico caldo e freddo e il digiuno a intermittenza. Leggo e stimolo continuamente la mente. Continuo ad ascoltare musica elettronica, jazz, ma anche rap. Tempo fa sono andato in discoteca al Volt con un mio paziente, per capire cosa piace oggi ai ragazzi. Coltiviamo il “fanciullino” che è dentro di noi».
Le capita chi vuole semplicemente «ringiovanire»?
«Quelle sono battaglie perse. Non esiste l’elisir di giovinezza. Esiste la possibilità di invecchiare meglio».
La genetica quanto conta?
«Meno di quanto si pensi. Conta moltissimo l’epigenetica: cioè i segnali che diamo al nostro Dna attraverso lo stile di vita. Gli studi sui gemelli monozigoti lo dimostrano chiaramente».
E se un giorno scoprisse che il tempo del corpo non si può davvero controllare?
«La fine verrà comunque per tutti. Cerchiamo di arrivarci meglio. Noi non stiamo cercando l’immortalità. Le prossime generazioni avranno strumenti straordinari: cellule staminali, nuove terapie, farmaci innovativi. Ma già oggi possiamo fare moltissimo. E soprattutto possiamo evitare tanta sofferenza».