Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma a metà
Un conto sono la retorica e le minacce, un altro quanto sta accadendo a Hormuz nelle ultime ore. Difficile trovare piena concordanza sulle cifre, ma molte petroliere e tanker carichi di gas liquefatto hanno effettivamente attraversato lo Stretto e hanno continuato a farlo fino a ieri. Il segretario Usa all’Energia Chris Wright ha parlato di 67 vascelli in 24 ore. L’Iran, riferisce Bloomberg, pur nell’incertezza del blocco Usa ha addirittura ripreso a caricare greggio dal terminale di Kharg. In una settimana avrebbe fatto uscire dallo Stretto 25 milioni di barili.
Si è però ancora lontani dalla «normalità», quando transitavano 130-140 navi al giorno. Lo Stretto, insomma, non risulta chiuso ma non è neppure del tutto aperto: resta sospeso in una zona grigia e rimane ad alto rischio con traffico ridotto e condizionato. Ciò che si sta consolidando è una divisione delle acque. Il corridoio centrale usato prima del conflitto non esiste più come rotta sicura: le sue due corsie risultano «infestate» da 80 mine. Il traffico, quindi, passa da due corsie di «emergenza» a Nord e a Sud. La prima tra le isole di Larak e Qeshm, sotto il controllo di Teheran. La seconda a ridosso della penisola omanita di Musandam, gestita da Marina e aviazione americana.
Doppia versione
Ma al di là della situazione del traffico, le dichiarazioni e le mosse che accompagnano i negoziati non sono ininfluenti: venerdì scorso la Persian Gulf Strait Authority, l’ente creato lo scorso maggio da Teheran per regolare i transiti, ha imposto l’utilizzo della rotta settentrionale e ha dichiarato che nessuna nave è autorizzata ad attraversare Hormuz senza un permesso di passaggio valido, da richiedere 48 ore prima. A Sud, al contrario, il Joint Military Information Center (il centro di coordinamento navale a guida Usa) ha consentito i passaggi in qualsiasi momento, anche con i consueti sistemi di segnalamento attivi. Il significato «geopolitico» delle due rotte è implicito: le navi che scelgono il corridoio nord riconoscono di fatto la sovranità operativa iraniana sullo Stretto, quelle che scelgono il corridoio sud la rifiutano. Ed è altrettanto evidente che in una situazione di questo genere, gli armatori e gli assicuratori delle circa 500 navi ancora bloccate nel Golfo, e di quelle che sarebbero pronte ad entrarvi, siano restii a dare disco verde alla piena ripresa dell’attività.
Le corsie
Le evidenti difficoltà di un accordo rendono peraltro ancora più urgente la domanda che resta sullo sfondo della crisi: quanto è sensato dipendere ancora da un corridoio di 33 chilometri sorvegliato da un Paese ostile? Sarebbe possibile trovare una, o più, vie di fuga? Nella diplomazia mediorientale qualcosa si sta muovendo, ma ancora a livelli di contatti preliminari. Tra le alternative che hanno funzionato durante la guerra le più rilevanti sono state quella della Petroline saudita, 1.200 chilometri da Abqaiq sul Golfo a Yanbu sul Mar Rosso, e la pipeline emiratina Habshan-Fujarah, che bypassa Hormuz via terra da Ovest verso Est. Ma entrambe, oltre a essere insufficienti, sono state colpite dai droni iraniani durante il conflitto. Malgrado ciò Abu Dhabi ha comunque annunciato lo scorso maggio il raddoppio della capacità della sua linea. A Nord, l’Iraq ha invece riattivato l’oleodotto Kirkuk–Ceyhan, dal Kurdistan al Mediterraneo turco, unico sbocco non legato al Golfo. Ma il nodo è politico, legato alle relazioni Iraq-Turchia e alle ambizioni energetiche di Erdogan: l’accordo di transito con la Turchia scade il 27 luglio e Ankara chiede un pacchetto più ampio che includa gas, elettricità e petrolchimica. La crisi ha inoltre riportato in vita rotte storiche.
Materie prime critiche
Il nuovo «special envoy» americano Tom Barrack (famoso in Italia per aver rilevato le attività sarde dell’Aga Khan, poi rivendute al Qatar) ha discusso di recente con Baghdad il ripristino della pipeline Kirkuk–Baniyas, sulla costa siriana, inattiva dal 2003, mentre il governo di Damasco ha avviato uno studio per ristrutturare la Tapline – storico oleodotto del 1950 dall’Arabia Saudita fino al porto libanese di Sidone – spostandone il terminale sulla costa siriana. Sono ipotesi possibili solo grazie al cambio di regime a Damasco, ma richiederanno anni e investimenti ingenti. Come quelli relativi al progetto «Four Seas Initiative», supportato da think-tank Usa e ambienti diplomatici mediorientali, che punta a integrare la rete siriana recuperabile con quella turca per instradare fino a 4 milioni di barili al giorno e 50 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.
Ma la realtà che emerge dalla crisi è che nessuna alternativa può sostituire completamente Hormuz. E per alcune materie prime critiche – fertilizzanti, urea, elio, zolfo, acido solforico, metanolo, alluminio – non esiste alcun bypass: lo Stretto rimane l’unica via.