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 2026  giugno 22 Lunedì calendario

Vance tratta, Trump minaccia. Colloqui con l’Iran subito a rischio

Non si capisce nemmeno in quale ala del resort siano rinchiuse le delegazioni, tanta è la sicurezza che avvolge il Bürgenstock. Checkpoint, transenne, guardie armate: dall’alba il promontorio sopra il Lago di Lucerna è stato sequestrato a ciclisti, escursionisti e golfisti per far posto ai negoziatori di Stati Uniti, Iran, Pakistan e Qatar, arrivati in questo paradiso di boschi e silenzio per parlare di pace. I giornalisti vengono chiusi in una struttura sopra i campi da tennis dell’albergo a cinque stelle – di proprietà del Qatar – consolati da cioccolata svizzera a volontà.
La delegazione iraniana, con Mohammed Ghalibaf e Abbas Araghchi, è atterrata sabato sera su un aereo con una scritta ben leggibile sulla fusoliera, «Minab 168», il nome della scuola dove, nei primi giorni di guerra, sono morte 168 persone, quasi tutti bambini, in un raid americano. È diventato il marchio del gruppo e il manifesto con cui Teheran si presenta al summit sul «Lake Lucerne», insieme memoriale e avvertimento. La domenica mattina arrivano anche JD Vance e la moglie Usha. Ad attenderli, tra le vetrate affacciate sull’acqua, ci sono Jared Kushner e Steve Witkoff, mentre tra i turisti serpeggiano i mugugni per le vacanze cancellate.
Per ore, dal cuore dell’hotel filtra pochissimo. Al mattino le discussioni si incagliano sulle questioni di protocollo che sembrano minuzie e invece sono micce: chi entra per primo nella sala, chi siede dove. Un video diventa retroscena. Si vede Araghchi avvicinarsi al premier pachistano Shehbaz Sharif, chinarsi e sussurrare qualcosa che sui social viene tradotto con «non possiamo sederci lì». Poi esce. A pochi passi, JD Vance osserva di lato, senza muoversi. Ci si aspettava una foto, una stretta di mano che non arriva. «Non si compiace il nemico, li abbiamo umiliati», ci dice una fonte iraniana. «Niente scenografie hollywoodiane che piacciono tanto a Trump».
Nel primo pomeriggio Vance prova a costruire un racconto ottimista, collegandosi in videoconferenza dalla sua stanza. Parla di «grandi progressi» ancora prima che inizi il confronto sul piano in quattordici punti, pensato per trasformare il cessate il fuoco di sessanta giorni in qualcosa di stabile. Ricorda che mai prima figure così alte in grado dei due Paesi si erano incontrate di persona, ammette che le divergenze non spariranno, insiste sul fatto che «oggi siamo molto più avanti di tre mesi fa, tre settimane fa, tre giorni fa».
Gli iraniani arrivano a Lucerna con un’altra postura. Fino all’ultimo hanno esitato se partire, poi hanno deciso di imbarcarsi solo dopo aver alzato la tensione al massimo, richiudendo lo Stretto di Hormuz in risposta ai bombardamenti israeliani su Hezbollah di sabato. In Svizzera, spiegano, sono venuti per misurare se Washington intenda davvero rispettare i quattordici punti firmati mercoledì e imporli al proprio alleato Netanyahu, che intanto fa sapere che dal Libano Israele non intende andarsene. Ma il Libano è diventato la linea rossa della Repubblica islamica. «Non lasceremo che Israele compia un altro genocidio», ci dice la stessa fonte.
Fino a verso sera la sensazione è che, nonostante tutto, il tavolo regga. Vance parla di colloqui «costruttivi», di «clima positivo», arriva a definire l’incontro «storico». Per quasi un’ora e venti gli iraniani restano seduti di fronte ai loro nemici, cosa che fino a poche settimane fa sarebbe sembrata fantapolitica. Dalla delegazione di Teheran filtra che sul dossier economico qualcosa si muove. «Nei negoziati abbiamo discusso della questione dei nostri beni congelati e delle modalità per il loro sblocco», dichiara alla tv di Stato Hossein Gurbanzadeh.
Poi, da Washington, arriva il solito post bomba. Donald Trump sceglie il momento in cui il suo vicepresidente è chiuso nelle stanze a cercare l’impossibile per sparigliare la pace. Minaccia di riprendere i bombardamenti «ancora più duramente» se l’Iran non fermerà «i loro ben pagati sodali in Libano». In un’intervista a Fox racconta di aver chiamato gli iraniani nella notte per avvertirli di non chiudere Hormuz: «Se lo chiudete, non avrete più un Paese».
Le parole rimbalzano fino al Bürgenstock con i negoziatori ancora seduti al tavolo. L’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, parla di «messaggio offensivo». Ghalibaf risponde su X: «Trump stia attento a quello che dice, il nostro esercito è pronto». La delegazione iraniana decide di interrompere la riunione, si alza e lascia la sala, mentre i mediatori pachistani e qatarini si affannano a riportarla dentro. I colloqui sono in stallo, le fonti però assicurano che «continueranno». Nel media center nessuno sa che cosa succederà oggi.