lastampa.it, 21 giugno 2026
L’aviaria è arrivata in tutti i continenti: neppure l’Australia è riuscita a fermare il virus
Per anni l’Australia è stata considerata l’ultima grande fortezza contro l’influenza aviaria H5N1. Un continente protetto da due barriere apparentemente invalicabili: la sua posizione geografica, isolata da migliaia di chilometri di oceano, e uno dei sistemi di biosicurezza più severi al mondo, costruito per impedire l’ingresso di malattie animali attraverso controlli rigorosi alle frontiere e sulle importazioni. Eppure non è bastato.
Con la conferma della presenza del ceppo H5N1 in uno stercorario bruno trovato nel Parco Nazionale di Cape Le Grand, nell’Australia Occidentale, il virus ha completato la sua avanzata globale. Ora l’influenza aviaria altamente patogena è presente in tutti i continenti del pianeta.
L’ultimo continente a cedere
In realtà il virus aveva già raggiunto territori australiani nel novembre scorso, quando era stato individuato sull’Isola Heard, remoto avamposto subantartico australiano situato nell’Oceano Indiano meridionale. Allora gli esperti avevano lanciato un primo allarme, ma la distanza estrema dalla terraferma aveva lasciato spazio alla speranza che il continente potesse ancora essere protetto. Quella speranza è durata pochi mesi.
L’influenza aviaria europea è arrivata in Australia: ecco come sta impattando sulla fauna locale
L’esemplare risultato positivo è stato recuperato domenica su una spiaggia remota di Cape Le Grand, circa 700 chilometri a sud-est di Perth. L’uccello era in condizioni critiche ed è morto nella notte successiva. Le analisi hanno confermato la presenza dell’H5N1, il ceppo che negli ultimi anni ha causato epidemie devastanti tra gli uccelli selvatici e domestici in tutto il mondo.
Un secondo caso sotto osservazione
Le autorità australiane stanno monitorando con attenzione la situazione. Nella stessa area è stato infatti rinvenuto anche un petrello gigante malato. I primi esami hanno restituito un risultato “presumibilmente positivo” e ulteriori verifiche sono in corso. Secondo la ministra dell’Agricoltura Julie Collins, al momento non esistono indicazioni di infezioni negli allevamenti di pollame né episodi di mortalità di massa tra gli uccelli selvatici. Ma il timore è che il virus possa aver iniziato a circolare nelle popolazioni animali locali. La Commissaria australiana per le Specie Minacciate, Fiona Fraser, ha spiegato che saranno necessari ancora alcuni giorni per capire se il patogeno si sia effettivamente insediato nella fauna selvatica del continente.
I virus non conoscono confini
La notizia non sorprende gli epidemiologi. Da anni gli esperti ripetono che i virus non rispettano confini politici, controlli doganali o barriere naturali. Possono essere rallentati, monitorati e contenuti, ma non fermati per sempre. L’H5N1 lo ha dimostrato attraversando continenti e oceani grazie agli uccelli migratori. Ogni anno milioni di esemplari percorrono rotte che collegano l’Artico, l’Antartide e le regioni tropicali, creando una rete biologica globale impossibile da interrompere. È proprio attraverso queste migrazioni che il virus sarebbe arrivato anche in Australia, superando quella che per decenni era stata considerata una delle migliori difese naturali del pianeta.
La minaccia per una fauna unica al mondo
Se per il momento gli allevamenti australiani sembrano al sicuro, la maggiore preoccupazione riguarda la fauna selvatica. L’Australia ospita specie che non esistono in nessun altro luogo del pianeta e che spesso hanno popolazioni già fragili. Gli esperti temono conseguenze importanti per numerosi uccelli marini, per alcune specie di pinguini e per mammiferi marini particolarmente vulnerabili. Le preoccupazioni sono alimentate da quanto accaduto negli ultimi mesi nell’Isola Heard, dove l’H5N1 avrebbe provocato la morte di migliaia di cuccioli di elefante marino, uno degli episodi più drammatici registrati nell’emisfero australe.
Dagli stercorari ai pinguini: il rischio corre lungo le colonie marine
Lo stercorario bruno è un grande viaggiatore degli oceani. Durante l’anno percorre migliaia di chilometri seguendo rotte migratorie che collegano regioni molto lontane tra loro, spostandosi tra le aree subantartiche e le coste dell’Australia. Proprio questa straordinaria capacità di attraversare interi bacini oceanici lo rende una delle specie tenute maggiormente sotto osservazione dagli esperti che monitorano la diffusione dell’influenza aviaria. Una volta raggiunte le zone di nidificazione, gli stercorari entrano in contatto con numerose altre specie marine. Frequentano le stesse colonie, si contendono il territorio e il cibo e spesso predano uova e pulcini di altri uccelli. Sono comportamenti che aumentano le occasioni di trasmissione del virus. Tra gli animali più esposti ci sono i pinguini. In molte aree subantartiche queste specie convivono infatti negli stessi ecosistemi: condividono spiagge, scogliere e zone di riproduzione, entrando frequentemente in contatto diretto o indiretto.
Se un virus come l’H5N1 riesce a entrare in una colonia, può diffondersi attraverso escrementi contaminati, secrezioni respiratorie, carcasse infette o interazioni tra individui di specie diverse. È uno scenario che gli scienziati conoscono bene. Negli ultimi anni l’influenza aviaria ha già causato morie tra numerosi uccelli marini dell’Antartide e delle isole subantartiche, alimentando il timore che possa colpire anche popolazioni di pinguini già vulnerabili a causa dei cambiamenti climatici e della perdita di habitat. Per questo il ritrovamento dello stercorario infetto in Australia viene considerato molto più di un singolo caso: potrebbe rappresentare il primo anello di una catena di contagio capace di raggiungere alcune delle specie più iconiche e fragili dell’emisfero australe.
Anni di preparazione, ma il rischio era inevitabile
Il governo australiano si preparava da tempo a questo scenario. Canberra ha investito milioni di dollari in programmi di sorveglianza, monitoraggio degli uccelli migratori e piani di emergenza per proteggere sia gli allevamenti sia le specie più vulnerabili. «Sapevamo che non saremmo potuti rimanere liberi dall’influenza aviaria per sempre», ha dichiarato la ministra Collins. Oggi quella previsione si è avverata. E il primo caso confermato sulla terraferma australiana segna simbolicamente la fine dell’ultima zona del pianeta rimasta immune all’H5N1. Un promemoria di quanto il destino degli ecosistemi sia sempre più interconnesso e di come, nell’epoca delle grandi migrazioni e dei cambiamenti climatici, nessun luogo possa considerarsi davvero isolato.